“Le novelle della quarantena”, ecco i link di tutti i 14 racconti. Votate il vostro preferito.

Breve considerazione dopo aver pubblicato 14 racconti brevi, uno al giorno, nelle scorse due settimane.
“Il romanzesco è la verità dentro la bugia”. Non esistono modi più efficaci del racconto romanzato per descrivere la realtà, particolarmente efficace in questo periodo storico in cui si scrivono montagne di articoli che parlano di altri articoli che polemizzano su altri articoli per analizzare le critiche su altri articoli. Non ne usciremo mai, così. Invece il racconto, nella menzogna fuori dalla realtà, descrive la verità.

Detto ciò, ecco di seguito i link ai 14 racconti. Votate il vostro preferito condividendo o commentando sulla pagina Facebook.

(Immagine di copertina: Marc Chagall, Sopra la città, 1918, Olio su tela di 56 x 45 cm. Galleria Tretyakov)

GIORNO 1: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/10/le-novelle-della-quarantena/

GIORNO 2: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/11/le-novelle-della-quarantena-allosteria/

GIORNO 3: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/12/le-novelle-della-quarantena-lauto-clandestina-giorno-3/

GIORNO 4: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/13/le-novelle-della-quarantena-il-complotto/

GIORNO 5:https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/14/le-novelle-della-quarantena-un-racconto-al-giorno-giorno-5-lu-lupu/

GIORNO 6: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/15/le-novelle-della-quarantena-hikikomori-giorno-6/

GIORNO 7: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/16/le-novelle-della-quarantena-pomodori/

GIORNO 8: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/17/novelle-della-quarantena-la-ballata-di-mina-rizzo/

GIORNO 9: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/18/le-novelle-della-quarantena-giorno-9/

GIORNO 10: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/19/le-novelle-della-quarantena-giorno-10/

GIORNO 11: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/20/giorno-11-il-gatto/

GIORNO 12: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/21/giorno-12-larte-di-essere-aurelio/

GIORNO 13: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/22/giorno-13-lappartamento-del-padre/

GIORNO 14: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/23/giono-14-il-musicista-del-titanic/

“Le novelle della quarantena”. Giorno 13. “L’appartamento del padre” – AUDIORACCONTO + VIDEO

Il giorno 13 è dedicato a coloro la cui morte non sarebbe un grave danno per l’opinione pubblica, ai “vecchi”, nella società in cui solo il nuovo ha valore.

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci, Angelo Campolo. Percussioni: Mario Puorro Video: Antonio Melchionno. Immagine di copertina: Luca Tuveri

Audioracconto

L’appartamento del padre

Continuava a radersi la barba ogni mattina per conservare la propria identità, per rispetto di sé, per non dimenticarsi di essere vivo. Si stirava scrupolosamente la camicia e indossava un bel cappello, si lucidava le scarpe, come se tutto fosse normale. Mario continuava a preservare la propria dignità di essere umano nonostante la scomparsa di sua moglie quindici anni prima, nonostante sua figlia non volesse più parlargli. 

“Tesoro, sono io” e lei attaccava. “Tesoro, ti prego, questa volta non attaccare” e lei metteva giù. Era una di quelle che si era costruita una propria vita indipendente a molti chilometri di distanza, in una città del nord Europa, e quasi si vergognava delle proprie origini, ma soprattutto si vergognava del fatto che il padre non avesse fatto abbastanza per tenere in vita sua moglie. Allora Mario si affidò alla segreteria telefonica: “Francesca, sono vecchio. Non ti contatto per irrompere nella tua vita, vorrei soltanto sapere se state bene. Anche se mi odiate, sei sempre mia figlia. Se non posso veder crescere i miei nipoti, almeno dammi qualche notizia di loro. Scusa per il disturbo. Ciao. Papà”. La donna in carriera che era diventata la sua bambina, non gli avrebbe mai risposto.

Anche a pranzo Mario continuava a conservare la propria dignità, non si limitava a sfamarsi, apparecchiava per bene, cucinava con cura e accendeva la tv.

“Sale la conta dei morti in Italia, l’unica buona notizia è che sono quasi tutti vecchi, quindi non c’è nulla da temere”, così apriva il telegiornale. Era una società in cui esistevano solo i giovani, anche se erano la netta minoranza del Paese: una nazione vecchia, debole, stanca e sterile che pensava di essere giovane e forte. 

La quotidianità di Mario era ammirevole. Non avendo più il giornale da leggere, dopo la chiusura di tutte le attività commerciali non essenziali alla sopravvivenza, aveva imparato ad usare il cellulare molto meglio dei ragazzini nativi digitali. Ogni mattina usciva di casa dopo aver letto le notizie e dopo aver fatto colazione con caffellatte, sigaretta e un bicchiere di grappa. Passeggiava, incurante dell’ordinanza di rimanere in casa. Camminava stando attento a non avvicinarsi a nessuno dei tanti giovani che trovava per strada, arroganti e sicuri di sé. A testa alta e con un sorriso fiducioso guardava avanti come se fosse sempre la domenica mattina di un tempo, quando tutti sfoggiavano il vestito più bello prima di andare a messa.

Come faceva a temere la morte lui, che era stato abbandonato anche dai propri figli, che aveva quasi ottant’anni ormai e che sapeva già come sarebbe andata a finire quella storia? Sapeva che sarebbe finita male. Era ormai rimasto il solo a girare senza mascherina e nemmeno ne aveva mai cercata una, consapevole della lotta per la sopravvivenza in corso: si era arrivati al punto che i corrieri le mascherine le prelevavano dai pacchi e le tenevano per sé e per la propria famiglia, consegnandoti la biancheria sporca ben incartata. Non c’era pietà, tantomeno per i vecchi. Se eri vecchio eri già morto, non eri nemmeno nella conta dei morti, eri morto da prima, già da quel momento in cui eri diventato vecchio. 

Mentre Mario camminava tranquillo e ben vestito per le strade della città, si imbatté in un gruppo di giovani seduti su una panchina. Lui non li avrebbe mai giudicati per il solo fatto che stavano lì ma uno di loro lo fermò: “Oh, vecchio, cazzo ci fai per strada? Poi se vi ammalate intasate pure gli ospedali, state creando una bella rottura di coglioni”

“Fra ma che glielo dici a fare? Non lo vedi che è un vecchio rincoglionito? Lascialo stare, anzi allontanati, secondo me è malato!”.

“Si, vai via vecchio, vattene a casa! Cosa c’è? Non sai restare nel tuo appartamento?”

“Noi che siamo cresciuti nell’entroterra dell’Appennino meridionale nel dopoguerra sappiamo bene cos’è la quarantena: è praticamente tutta la nostra infanzia e tutta la nostra giovinezza. Io so cos’è stata la peste del 1630 e l’influenza spagnola del 1919 perché ho letto. Ho mangiato la pasta nera nel dopo guerra e ho imbracciato le armi per difendermi” rispose Mario, ricordandosi che un tempo era anche stato un militare. “A me dispiace per voi” disse accendendosi una sigaretta.  “Non riuscirete a sopportare quello che sta per arrivare. Privilegiati e nati nel disordine non avete voluto mettervi in riga e ora vi toccherà farlo in un modo o nell’altro…io invece me ne andrò felice sapendo che il mondo è ormai abitato da una massa informe di imbecilli”.

“Oh, hai sentito il vecchio?”. Il giovane e grasso rapper con il cappellino e i pantaloni bracaloni, totalmente osceno, gli diede uno spintone. Mario non si mosse di un centimetro. “Eh, no. Non mi sposto. Andate via che sta per piovere, compratevi un ombrello. Non lo sapete che gli ombrelli costano di più quando piove? Compratene uno prima che arrivi il vero maltempo”.

Ricevette un pugno sul naso e il sangue che usciva copiosamente era poco per il vecchio, sorrise guardandoli negli occhi e andò via. Tornò nel suo appartamento per continuare a studiare un libro di grammatica cinese. Chi sarebbe morto prima nella guerra della sopravvivenza?

“Le novelle della quarantena”. Giorno 10. “Una vita normale” – AUDIORACCONTO

Il decimo giorno parla di chi ha subito e continua a subire violenza domestica e di chi la pratica rincorrendo disperatamente una vita normale.

Testo di Luigi Capone. Voci di: Francesco Prudente, Annalisa Amodio, Angelo Rizzo., Carolina Tonini, Francesca Mazzarello, Jessica Conti. Musica di Luigi Bellino. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Audioracconto

Una vita normale

La televisione continuava a ripetere le stesse cose all’infinito: “aumento dei contagi”, “mancanza di personale medico”, “aumento dei morti” e un inspiegabile “andrà tutto bene”; i giornali invece titolavano “È una guerra”, ma anche loro sbagliavano perché si riferivano soltanto all’avanzata dell’epidemia.

La vera guerra era tra le mura domestiche. Il vero nemico era ogni notte sotto le tue lenzuola.

Enrico e Giovanna erano sposati da dieci anni ed in comune avevano: un mutuo, le rate della macchina, un intero appartamento di mobili Ikea e un bambino, nient’altro. Fino al giorno in cui Enrico era stato messo in quarantena perché trovato positivo al nuovo coronavirus, la loro vita era andata avanti normalmente: non si amavano più da anni ma avevano conservato un minimo di stima reciproca. Tutto il loro amore era confluito nel bambino. Da quando era nato Federico avevano tolto di mezzo tutti i problemi di coppia: per primo quello del sesso rituale almeno una volta alla settimana. Una sera, però, la tv annunciò le misure più restrittive della storia nei confronti delle libertà individuali e della privacy, dissero che per almeno un mese bisognava restare chiusi in casa a causa di un elevatissimo pericolo legato alla contaminazione dell’aria.  Enrico sentì cucirsi addosso una camicia di forza, Giovanna pensò che fosse una buona occasione per stare 24 ore su 24 con suo figlio. I due si erano sposati per una forte attrazione fisica ma la felicità del giorno del loro matrimonio sembrava ormai lontana anni-luce, Giovanna aveva spesso l’impressione che non fosse mai successo mentre Enrico non ci pensava affatto essendo molto più interessato a veder giocare l’Inter, a sentire le conferenze stampa dell’allenatore dell’Inter, a leggere i giornali per il calciomercato dell’Inter, a giocare le schedine sull’Inter. I primi giorni di quarantena andarono avanti normalmente, i due semplicemente si ignoravano. Soltanto Federico, a due anni e mezzo, sillabava qualche parola nei momenti di maggiore silenzio. Le voci che si sentivano di più in casa Squillace erano quelle provenienti dalla tv.

Dopo tre settimane la situazione precipitò.  La meme con la scritta #iorestoacasa sui social l’avevano già postata, i cruciverba li avevano già fatti, i libri li avevano già letti, le serie tv le avevano già esaurite. Giovanna ormai dormiva nella stanza insieme al bambino ed Enrico nel letto matrimoniale. “Quando cazzo scopiamo, Giovanna?” le chiese un giorno il marito; la parola scopare non si sentiva in quella casa da quasi tre anni. Giovanna urlò: “Non dire queste cose davanti al bambino!”, “Almeno vieni a dormire con me la notte, porca puttana! Sono solo in questa cazzo di casa!”, “Ti avevo detto di non dire parolacce di fronte al bambino, sei un idiota!”. La parola idiota non era mai stata pronunciata in quella casa. “Cosa cazzo stai dicendo, brutta stronza!? Mi stai dando dell’idiota?!”. La parola stronza non era mai stata pronunciata in quella casa.

Ciononostante, Giovanna si diresse verso il balcone, con atteggiamento di sfida e andò a farsi guardare dai vicini, cosa che Enrico aveva sempre detestato. Era incredibilmente bella. “Torna dentro, Giovanna e copriti, non facciamoci sentire dai vicini”.  “Giovanna, ti ho detto di tornare dentro, non farmi incazzare!”

“Oh Enrico, almeno mi faccio vedere da loro visto che tu non mi guardi mai! A te non ti si alza nemmeno!”

Enrico aspirò nei polmoni tutto l’ossigeno che c’era in cucina, andò sul balcone e la colpì in volto con un forte schiaffo che la scaraventò a terra. “Cosa fai, ora, piangi, eh? Puttana! Entra dentro!”

Giovanna corse nella stanza del bambino piangendo.

“Esci, Giovanna”

“Sei un maniaco, un pazzo, se ti azzardi ad entrare in questa stanza chiamo la polizia”

“Esci da quella stanza di merda, Giovanna o ti ammazzo, te lo giuro! Ammazzo prima il bambino e poi te!”

Giovanna non trovò la forza di chiamare la polizia e aprì la porta dopo l’ennesima richiesta. “Federico vai a giocare in salotto” gli disse il papà, entrando nella stanza e chiudendo la porta a chiave dietro di sé. “Giovanna, da oggi in poi ci dormi solo tu qua dentro” e si tolse la cintura. “Che stai facendo Enrico?”. “Taci che spaventi il bambino” “Aiutooo” “Shhhhh, devi stare buona”. Visto che non riusciva a smettere di urlare la colpì con un potente pugno in un occhio e quando fu distesa per terra iniziò a colpirla con la cinghia sulle spalle. Giovanna piangeva e si tappava la bocca per non urlare, piangeva e pregava, piangeva, pregava e malediceva la propria nascita.

Da quel giorno e per il resto della quarantena la stanza del bambino diventò la stanza della tortura di Giovanna: ogni giorno una dose di umiliazioni e percosse. “La tua medicina” la chiamava Enrico.

Nella povera donna, il pensiero del suicidio crebbe come un cancro nel proprio cranio. Quei pensieri non la lasciavano mai e avevano ormai preso il posto del sonno. “Andate via”, “andate via da me”, continuava a ripetere sottovoce, e pregava tutti gli dei, qualsiasi cosa purché potesse mettersi in salvo.

Dopo interminabili mesi, quando cessò l’emergenza del virus ed Enrico fu guarito da entrambe le malattie, la coppia tornò ad essere come un tempo, indifferente e ligia al dovere, normale. Ripresero pure ad andare in chiesa, tornarono alla vecchia vita senza violenza, fatta di vuoti. Normale.  

“Le novelle della quarantena”, Giorno 7. “I pomodori” – AUDIORACCONTO

Il settimo giorno è dedicato a quelli che si sono trasferiti nel nord Italia e poi sono tornati di corsa al sud appena hanno appreso dal telegiornale che rischiavano di essere contagiati.

Testo di Luigi Capone. Voce di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci, Sandra Caraglia. Musica di Faia. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Video di Francesco Spagnoletti

I pomodori

Il mio coinquilino dormiva su una cassa di pomodori che si faceva spedire puntualmente dalla Calabria. Studiava alla Facoltà di Giurisprudenza ma lavorava anche part time come operaio presso una fabbrica di sigarette appena fuori città. Sembrava in gamba e si dava da fare. Imparai presto le parole più particolari del suo dialetto visto che parlava solo quello e tutto sommato, era una convivenza pacifica e divertente. Eravamo entrambi terroni trapiantati al nord, eravamo comepummarole. L’abitudine ad andarcene in giro per bar, bettole e centri sociali della città si arrestò d’improvviso col decreto del governo che invitata calorosamente tutta la popolazione italiana a non uscire di casa a causa del corona virus, fatta eccezione per quelli in possesso di cani (tutti) e per quelli che dovevano fare jogging.  Inoltre c’era anche il divieto di spostarsi da una città all’altra, se non per motivi lavorativi molto urgenti o sanitari. Alessandro un cane ce l’aveva e lo utilizzava come passaporto per andare a bighellonare in giro per Bologna, coi bar chiusi, le saracinesche abbassate, le lunghe file ai supermercati. Ma nonostante ciò, trovava il modo di andare a fare festicciole segrete in casa degli studenti, col pesante rischio di beccarsi una denuncia. Io, che mi ero costruito una mascherina fatta con la carta da forno domopak e due elastici, che uscivo con i guanti da cucina ed evitavo la vicinanza di qualsiasi essere vivente, ero alquanto terrorizzato dal fatto che tutte queste mie misure di sicurezza per cercare di non essere infettata, risultassero del tutto vane dal momento in cui il buon Alessandro mi avrebbe portato in casa un’intera orchestra danzante di corona virus pronta a suonare dentro di me. Del resto, chi non utilizzava i social e non guardava la tv, non era pienamente conscio del rischio che correva. Mentre io ero tappato in casa spaventato e annoiato, costretto a inventarmi mille passatempi, Alessandro dunque se la spassava. Una sera però capito che si fermò a cena con me e fu costretto a vedere l’edizione straordinaria del telegiornale delle 21:00, per la conferenza stampa del Presidente del Consiglio dei Ministri. “Restate a casa, da domani chiunque cercherà di scendere al sud sarà punito”.

Il treno Alta Velocità Frecciarossa 957769411 delle ore 23:55 è in partenza al binario 22 ed è diretto a Napoli Centrale, comunicava l’altoparlante della stazione.

Alessandro era già lì. Lasciò la cena, lasciò le sue casse di pomodori, introdusse con violennza le cose più utili nel trolley (una cambiata, cartine, filtri, macchinetta per macinare l’erba, tabacco, narghilè, rasoio da barba e scarpe nuove) e mi salutò direttamente: “Compà ci vediamo giù!”.

Io già ero ansioso di mio ma riuscii a fermarmi rispettando l’invito del Presidente e avendo paura di fare una enorme stronzata contagiando mezzo treno, mezza Italia e la mia famiglia. 

Mentre Alessandro correva verso la stazione chiamò sua madre: “Mà, non ti preoccupà, sto scendendo, ci vediamo domani mattina a casa”. La reazione che si aspettava a quel punto era di gioia e sollievo, invece la madre rispose gelida: “Ah…ma veramente? Ma perché scendi? Cioè che succede?”. “Mà, ‘u virus!”. “Ahhh…’u virus. Meh, iu t’avia rittu de statte llocu!”. “Mà è pericoloso, sto arrivando, ciao!” e troncò il discorso. La brutta sopresa arrivò quando, arrivato davanti al binario 22, trovò una fila sterminata di persone che pretendevano di salire sul treno come lui. “Vogliamo salire! Non potete lasciarci morire al nord! Vogliamo tornare a casa nostra!”

“Uè ma è colpa mia se non ci sono più posti? A me mi arrestano se vi faccio salì!” ribatteva il controllore assalito dalla folla.

“Noi questo treno non lo facciamo partire, abbiamo il diritto di salire sul treno, siamo in democrazia, siete dei fascistiiiii”

“Io non vi faccio salire, avete scelto voi di venire a studiare qua”

“Non è vero, guardi io sono un insegnante” contestò un uomo in fondo

“Aè, gli insegnanti, i primi a scappare. Sono già scappati tutti dall’inizio, quando vi hanno dato le ferie, tu stai ancora qua? Guardate io non ci posso fare niente”.

A quel punto intervenne Alessandro, il mio coinquilino: “Compà, forse non hai capito, i ti fazzu carè i rienti se non ti sposti”. Gli diede un forte strattone e fu acclamato dalla folla inferocita come eroe del popolo, come nuovo Masaniello. 

Entrarono tutti ma proprio tutti su quell’ultimo treno diretto a sud, stretti come sardine, come le sardine che poche settimane prima si erano affollate a Piazza Maggiore per contestare la destra. 

Alla stazione di Napoli, però, Alessandro trovò una piccola manifestazione: delle persone munite di pomodori da lanciargli in faccia. “Sono cornuto due volte, una per essermene andato e una per essermene tornato così”.

L’apericena non si ferma facilmente. E’ come il virus.

BOLOGNA, ORE 16:00 – Al supermercato e ovunque si rispettano i due metri di distanza e le dovute precauzioni ma un anziano con tanto di mascherina (chissà dove l’avrà recuperata), in coda alla cassa, prende a sbraitare contro la cassiera: “Son questi comunisti di merda qui che ci han ridotto così, glielo dico io, soccia!”. Per quando l’immagine di Salvini e delle Sardine sia stata oscurata dai media a causa del corona virus, la lotta sociale tra neofascisti e radical chic non si ferma, anzi lo scontro sociale cresce, si tende ad additare il colpevole o l’untore perdendo di vista il fatto che bisognerebbe semplicemente rispettare delle semplici regole quando si è in una pandemia. Sarebbe ancora meglio a dire il vero, riconoscere che la democrazia ha fallito e ritornare ad un regime comunista serio, come quello cinese, dove sconfiggeranno l’epidemia prima di noi.

ORE 17:OO Mi arriva una telefonata da un vecchio amico che dice di essere salito a Milano dall’Irpinia negli ultimi giorni e mi chiede di andarlo a trovare. Io ascolto incredulo al fatto che sia salito anche con sua moglie e con suo figlio e non trovo nemmeno la forza di chiedergli cosa cazzo stia facendo. Il telefono scotta: arrivano telefonate e commenti sui social. Dall’Irpinia che là è tutt’apposto e stanno bene, che noi emigrati al nord siamo soltanto paranoici, quindi continueranno a fare la vita di sempre e spero soltanto per i miei genitori che vivono a Nusco che il caso del medico di Ariano non si ripeta altre mille volte nei prossimi giorni (ma ho dei serissimi dubbi).

ORE 18:00 Ormai ho voglia di vomitare dopo lo schifo che ho visto anche oggi ma arriva la ciliegina sulla torta: un bel commento sui social che difende a spada tratta i milanesi e i bolognesi che continuano ad affollare i costosi locali per mangiare affettati e bere vino, completamente incuranti della pandemia in corso e del fatto che tutta l’Emilia-Romagna, ormai, è nei fatti una zona rossa. Da mezzanotte di oggi chiuderanno tutti i bar e da domani saranno aperti solo fino alle 18:00. Ancora nessuno nell’arrogante e prepotente nord ha l’umiltà di dire che siamo completamente impreparati a ciò che sta per avvenire: l’abitudine a manifestare quella spocchia e quell’aria di superiorità padana permane nonostante tutto. L’unica difesa che abbiamo è stare in casa, come se non dovessimo andare a lavorare per trovare i soldi per pagare le bollette e l’affitto, come se non dovessimo andare a far la spesa, come se uscire fosse totalmente inutile. Lo Stato non è in grado nemmeno di fornirci le mascherine, persino le farmacie non sono in grado di fornirci dei disinfettanti per le mani.

Ore 19:00. Sono qui con la mia ragazza, a casa. Siamo tra i pochi irpini ad essere rimasti a Bologna. I primi a fuggire furono gli insegnanti, dopo di loro se ne andarono gli studenti quando videro le prime limitazioni alla movida, poi se ne andarono in malattia gradualmente tutti gli altri. Ci godiamo una tranquilla serata a guardare serie tv e a bere vino, letteralmente chiusi in casa.

Al sud, intanto, bevono una Peroni al bar come sempre, pensando che tutto questo stia avvenendo soltanto in tv, che sia tutto un complotto, così come centinaia di migliaia di tifosi interisti fino a pochi giorni fa sosteneva; “E’ stata la Juventus perché ha paura di giocare con l’Inter” (partita finita 2-0 ieri sera). Continuano a fottersene e io inizio a fottermene di loro. Gli irpini sono sempre stati ignari di tutto e continueranno ad esserlo anche in questo caso, sono io che sbaglio a sorprendermi. Pesano che sia tutta una messa in scena televisiva per chissà quale complotto. E magari, qualcuno di loro in questo momento sta partendo per andare in vacanza al nord.