“Le novelle della quarantena”. Giorno 14. “Il musicista del Titanic”- VIDEORACCONTO

L’ultimo giorno di quarantena è dedicato a coloro i quali, credendosi inizialmente liberi, scoprono che la libertà è irraggiungibile sulla terra.

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Giacomo Buonafede, Matteo Castellino. Musica di Piergiorgio Maria Savarese. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Grazie a tutti coloro i quali hanno partecipato.

Audioracconto

Il musicista del Titanic

Messaggio vocale di Whatsapp: “Immagino che oltre questi tetti ci sia un mare calmo e delle barche ferme nel porticciolo, un ristorante proprio accanto che serve il pesce fresco a tavola. Sento l’odore della pioggia sole dell’imbrunire, da questa finestra primaverile e secca, dove l’aria è ferma, immobile, impolverata. Nemmeno una goccia è caduta negli ultimi mesi. Suono su questo balconcino all’ultimo piano perché so che la mia chitarra potrebbe rendere meno pesante la quarantena ai vecchi che abitano sotto di me e dall’altro lato della strada. La suono anche per te che sei così lontano”.

“I vantaggi della tecnologia” gli rispose Andreas. 

“Ma a chi voglio prendere in giro” pensò tra sé “Io suono solo per, su questa barca che sta affondando, le note ci ricongiungono alle stelle”. 

Javier aveva perso l’attaccamento alla terra da quando non aveva più la preoccupazione della ricerca della felicità. Con la pandemia che stava per mettere fine alla civiltà, l’unica paura era quella del dolore e della catastrofe, una paura molto più sopportabile, molto più distensiva e accomodante. 

Il trauma della massima delusione ricevuta in un momento di massima felicità era il vero trauma, per essere precisi.  Javier era un cherofobico, ogni suo gesto votato al miglioramento di sé o al raggiungimento di una dimensione serena gli recava una irrefrenabile ansia. Era sparita anche quella vergogna per la sua palese omosessualità. Grazie alla fine del mondo poteva essere finalmente se stesso. 

“Ascolta, Andreas, cosa ho scritto per te”.

“Javier, grazie. Spero di rivederti presto”.

Javier Carlos Del Sol era rimasto intrappolato a Salamanca, dove studiava al conservatorio, senza poter far ritorno a Granada. Si era innamorato intanto di Andreas e non poteva vederlo. 

“Andreas, dato che stavolta è la fine davvero della nostra società, io ti chiedo di vederci subito. Vada come vada, tanto da domani non sarà più lo stesso, anche se sono guarito dal Corona Virus e potrò uscire”. 

“Javier non so che dirti, sto qua con Josè…non se n’è ancora andato”.
“Io parto stanotte, sarò lì domani mattina”.

“Va bene, mi inventerò una scusa…ti aspetto…”.

In autostrada, con la chitarra a bordo e delle scorte di alcool e cibo, correva diretto in Andalusia. La radio non faceva altro che aggiornare la conta dei morti, su tutte le frequenze, eccetto una: “Radio Caos”, una nuova radio indipendente. Per cinque ore guidò ipnotizzato dai gruppi di Radio Caos: Joy Division, Pixies, Nick Cave and the Bad Seeds, solo per citarne alcuni.

Arrivato a Granada, parcheggiò in mezzo alla strada -tanto non circolava nessuno-, imbracciò lo strumento e salì al terzo piano del condominio, aveva appena albeggiato. Nel letto consumarono un rapporto e poi Andreas disse: “Dobbiamo raggiungere le colonne d’Ercole”. “Intendi la rocca di Gibilterra? Ma come?”. “Hai abbastanza gas in macchina?”. “Si ma sono le dieci del mattino e io non ho ancora dormito”. “Non preoccuparti, se non ce la fai guido io”. Javier provò ad inventarsi delle scuse ma non riuscì ad aver la meglio sulla sfrenata voglia di fuga di Andreas. 

“Partiamo”.

Lungo la strada Andreas beveva grandissime sorsate da una bottiglia di Jim Beam alternata a birra. Al km 120, quando Javier era giunto allo stremo e voleva fare il cambio al volante, Andreas dormiva come svenuto con la faccia spiaccicata sul finestrino. “Ti prego, svegliati Andreas!”. Gli diede uno schiaffo ma Andreas non si svegliava. In preda al panico Javier pensò che si sarebbe svegliato soltanto quando avesse visto la rocca di Gibilterra. 

“Eccola, Andreas, siamo arrivati”. Il compagno aprì gli occhi e, incantato dalla vista del promontorio aggiunse: “Facciamo questo tratto a piedi e saliamo lassù in cima”.

Con l’energia ritrovata Andreas riuscì anche a sfiancare il proprio corpo nuovamente mangiando un funghetto che aveva in tasca e tirando una striscia di cocaina distesa su una roccia liscia”.

Infine giunsero in cima.

“Qualcuno diceva che eravamo sul promontorio estremo dei secoli, eccolo, Javier”.

“Lo vedo. Lo conoscevo. Ma non l’avevo mai visto”.

“Adesso che cosa immagini che ci sia, oltre il mare?”

“Immagino che ci siano gli stessi errori di sempre. Un’altra terra infelice, perché consapevole di aver paura felicità”.

“In pratica, oltre tutto ciò, ci sei tu. Da oggi in poi torneremo a fantasticare su quello che c’è oltre”.

“Il mondo non ha più confini”

“Si. Ora l’hanno capito tutti. È imperscrutabile quello che c’è oltre il tuo tetto, proprio come questo oceano che si distende ai nostri piedi. Non c’è differenza tra la tua finestra e quest’ampia visione”.

“Affonderemo insieme”.

Divieto di giocare a carte, il Grande G: “Lu tresseddu è sacro”. Nusco verso la deroga.

E’ successo già a Valle Telesina e il provvedimento stava per colpire anche l’Irpinia. L’attesa stava generando panico, il vero panico, quello che va ben oltre il corona virus e tocca le corde più profonde dell’irpino. Doveva intervenire il Grande G per scongiurare questa ipotesi e con ogni probabilità ci sarà una deroga ad hoc per il comune di Nusco.

L’apericena non si ferma facilmente. E’ come il virus.

BOLOGNA, ORE 16:00 – Al supermercato e ovunque si rispettano i due metri di distanza e le dovute precauzioni ma un anziano con tanto di mascherina (chissà dove l’avrà recuperata), in coda alla cassa, prende a sbraitare contro la cassiera: “Son questi comunisti di merda qui che ci han ridotto così, glielo dico io, soccia!”. Per quando l’immagine di Salvini e delle Sardine sia stata oscurata dai media a causa del corona virus, la lotta sociale tra neofascisti e radical chic non si ferma, anzi lo scontro sociale cresce, si tende ad additare il colpevole o l’untore perdendo di vista il fatto che bisognerebbe semplicemente rispettare delle semplici regole quando si è in una pandemia. Sarebbe ancora meglio a dire il vero, riconoscere che la democrazia ha fallito e ritornare ad un regime comunista serio, come quello cinese, dove sconfiggeranno l’epidemia prima di noi.

ORE 17:OO Mi arriva una telefonata da un vecchio amico che dice di essere salito a Milano dall’Irpinia negli ultimi giorni e mi chiede di andarlo a trovare. Io ascolto incredulo al fatto che sia salito anche con sua moglie e con suo figlio e non trovo nemmeno la forza di chiedergli cosa cazzo stia facendo. Il telefono scotta: arrivano telefonate e commenti sui social. Dall’Irpinia che là è tutt’apposto e stanno bene, che noi emigrati al nord siamo soltanto paranoici, quindi continueranno a fare la vita di sempre e spero soltanto per i miei genitori che vivono a Nusco che il caso del medico di Ariano non si ripeta altre mille volte nei prossimi giorni (ma ho dei serissimi dubbi).

ORE 18:00 Ormai ho voglia di vomitare dopo lo schifo che ho visto anche oggi ma arriva la ciliegina sulla torta: un bel commento sui social che difende a spada tratta i milanesi e i bolognesi che continuano ad affollare i costosi locali per mangiare affettati e bere vino, completamente incuranti della pandemia in corso e del fatto che tutta l’Emilia-Romagna, ormai, è nei fatti una zona rossa. Da mezzanotte di oggi chiuderanno tutti i bar e da domani saranno aperti solo fino alle 18:00. Ancora nessuno nell’arrogante e prepotente nord ha l’umiltà di dire che siamo completamente impreparati a ciò che sta per avvenire: l’abitudine a manifestare quella spocchia e quell’aria di superiorità padana permane nonostante tutto. L’unica difesa che abbiamo è stare in casa, come se non dovessimo andare a lavorare per trovare i soldi per pagare le bollette e l’affitto, come se non dovessimo andare a far la spesa, come se uscire fosse totalmente inutile. Lo Stato non è in grado nemmeno di fornirci le mascherine, persino le farmacie non sono in grado di fornirci dei disinfettanti per le mani.

Ore 19:00. Sono qui con la mia ragazza, a casa. Siamo tra i pochi irpini ad essere rimasti a Bologna. I primi a fuggire furono gli insegnanti, dopo di loro se ne andarono gli studenti quando videro le prime limitazioni alla movida, poi se ne andarono in malattia gradualmente tutti gli altri. Ci godiamo una tranquilla serata a guardare serie tv e a bere vino, letteralmente chiusi in casa.

Al sud, intanto, bevono una Peroni al bar come sempre, pensando che tutto questo stia avvenendo soltanto in tv, che sia tutto un complotto, così come centinaia di migliaia di tifosi interisti fino a pochi giorni fa sosteneva; “E’ stata la Juventus perché ha paura di giocare con l’Inter” (partita finita 2-0 ieri sera). Continuano a fottersene e io inizio a fottermene di loro. Gli irpini sono sempre stati ignari di tutto e continueranno ad esserlo anche in questo caso, sono io che sbaglio a sorprendermi. Pesano che sia tutta una messa in scena televisiva per chissà quale complotto. E magari, qualcuno di loro in questo momento sta partendo per andare in vacanza al nord.

Diodato ha suonato a Nusco la scorsa estate e ne ho le prove.

Pochi sanno che Diodato, il vincitore del Festival di Sanremo, la scorsa estate ha suonato nel centro storico di Nusco, ospite del B&B Donna Chiara. E’ stato un vero e proprio secret event, praticamente ne erano al corrente in pochi ma, oggi, dopo che tutta l’Italia ha conosciuto questo artista, gli irpini non ci crederanno. Provate a chiedere a quelli che vi hanno assistito. Il sottoscritto non ci è andato soltanto perché Diodato gli fa altamente cagare.

Il falò dei drogati

Irpinia, anni ’90. Morivamo letteralmente di freddo e resistevamo pur di portare avanti la tradizione secolare del Sand’Anduono nel nostro paese. Era una lotta contro i demoni che avevamo nei nostri cervelli adolescenti, già paranoici.

I preparativi iniziavano almeno una settimana prima, ci si dividevano le mansioni: l’incaricato per la spesa di piatti, bicchieri di plastica e posate, l’incaricato per le patate da cuocere sotto la cenere, l’incaricato di portare l’impianto per la musica, l’incaricato di portare una damigiana di vino, l’incaricato di fregare il furgone al padre. Tutti eravamo però incaricati di procurarci la legna: bussavamo alle porte di tutti a chiederne, qualche volta ci mandavano al diavolo, altre volte ci davano delle fascine, se ci andava bene, invece, un ceppo. Tutti gli anni la stessa organizzazione, il nostro era un controfalò: c’erano quelli ufficiali che si facevano in piazza, nei vicoli e davanti ai nuovi palazzi post terremoto (uno dei quali lo organizzava proprio mio padre) e poi c’era il falò degli adolescenti disagiati, relegato sotto i ruderi del castello, in una zona buia dove, a quel tempo, le coppiette erano solite andare ad appartarsi e i drogati del paese erano soliti andare a farsi.

Era tutto un rollare di cartine e un lampeggiare di accendini attorno al grande falò, le nostre labbra, già alle nove di sera erano viola a causa di quel vino acido che qualche volta era addirittura mosto. Si squagliavano plance di fumo, si bevevano litri di mosto al gelo, ci si ammalava e ci si impregnava di fumo, i nostri cappotti il giorno dopo erano da buttare a causa delle scintille (le shkattelle) e le nostre madri ci avrebbero rimproverato per giorni e giorni.

L’ultimo anno che facemmo il falò, Marcantonio -il capobanda- aveva litigato con Matuccio la Uardia (il vigile) perché il nostro fuoco non era autorizzato, la festa si stava infatti trasformando in un evento per richiamare i turisti e i falò dovevano rispettare certi standard decisi dal Comune e dovevano essere piazzati soltanto dove diceva il Comune. Non riuscivamo minimamente a comprendere cosa fosse un evento turistico, così facemmo ugualmente il falò con tanto di musica e canne e il resto.

Lo accendemmo con cura, buttando anche i pacchetti di sigarette per fare in modo da ravvivare meglio la fiamma. Avevamo portato tutti una gran quantità di cibo e c’era anche chi stava cuocendo i “cicalucculi” dentro un pentolone, chi il cotechino e chi le salsicce alla brace. Offrivamo un piatto a chiunque passasse di lì, soprattutto ai pazzi del paese, che venivano sistematicamente scacciati dai falò signorili.

Alle dieci e mezza, Carmine correndo ci dà la soffiata: si stava dirigendo verso di noi una pattuglia dei carabinieri. Nel panico generale i più buttavano tutto -canne e residui di eroina- nel fosso, alcuni scappavano con tutta la roba addosso, altri aspettavano lo sguardo decisivo di Marcantonio che aveva chiuso gli occhi. Attendevamo la decisione. Quando Marcantonio riaprì gli occhi, prese la vanga e la infilò nella sabbia sistemata sotto al falò acceso – Io resto qua, chi vuole andarsene se ne vada, questo è il mio fuoco, questo è il mio quartiere, questo è il mio paese-.

“Restiamo anche noi”.

Aspettammo i carabinieri e, quando arrivarono, Marcantonio sorrise e disse: “Marescià, la responsabilità è la mia, il falò l’ho voluto fare io, se volete un bicchiere di vino e brindare con noi riscaldandovi davanti al fuoco, va bene; altrimenti se volete rovinare il sandanduono a voi e pure a noi portateci direttamente in caserma”.

“Marcantò, tranquillo, eravamo passati solo a vedere il falò. Restiamo qua pure noi. Vi dà fastidio? Quando avete finito ce ne andiamo pure noi, altrimenti venite in caserma”.

“Bevete, marescià.” “No, grazie, stiamo qua davanti al fuoco”.

Marcantonio iniziò a cuocere le patate sotto la cenere, con gli occhi lucidi, consapevole che sarebbe stato il suo ultimo falò. La fine di un sogno.

In quanto a noi, le nostre madri ci avrebbero preso con gli zoccoli quando saremmo tornati a casa l’indomani mattina ubriachi sfatti, devastati e fermati dai carabinieri. Si usava dire, all’epoca, quannu mamma m’adda vatti tarantella fine a gghiuornu. E rimanemmo fino all’alba, appena se ne andò il maresciallo ci accendemmo un’altra canna e restammo a guardare la fine dell’ultimo falò della storia che diventava lentamente cenere.

La storia infinita, film ambientato a Nusco

Il celebre film fantastico del 1984 tratto dal romanzo di Michael Ende ha tutti i connotati per essere stato girato a Nusco, a parte il finale.

Da bambini tutti abbiamo sorriso pensando al drago volante che ci avrebbe salvato, peccato che a Nusco invece il film si sia fermato alla scena della “palude della tristezza”, quando il cavallo Artax muore inghiottito dalle sabbie mobili e Atreju (il nome è stato rubato da Fratelli d’Italia ma in questo contesto non c’entra un cazzo) piange dalla disperazione. Si era recato a trovare Morla, la tartaruga millenaria, in cerca di un posto di lavoro. Morla, che stava lì da tremila anni, non poteva offrirgli più niente e invita il giovane a rinunciare, a rassegnarsi al suo triste destino. Il Nulla infatti, rappresentato dal Capitano, incombe su tutte le terre, anche nelle terre di mezzo e non c’è più scampo.

È in questo esatto momento che si interrompe il parallelismo con Nusco. Il film irpino finisce con la faccia da cazzo di Atreju che guarda le profonde rughe di Morla calmo e beffardo.


“Allegri che tra poco si muore”, un libro paranoico e irpino indirizzato a chi se n’è andato

Oggi mi sono sentito bene per quasi due secondi di fila.

Un chioschetto notturno abitato da ombre, la difficoltà a distinguere l’allucinazione dalla realtà, la precarietà totale di un’esistenza alla deriva, flashback e sensazioni di un moribondo che elabora un lungo testamento. Allegri che tra poco si muore è un romanzo che parla di una generazione e a una generazione. Quella dei nativi digitali, dei precari, degli emotivamente instabili, degli eterni adolescenti divenuti trentenni appassiti. È un’opera che parla di profondo Nord e di profondo Sud, dell’Italia e del mondo, in una teoria di personaggi e scene di genere che si susseguono come irrisolte comparse oniriche. Sono pagine sciolte di prosa spontanea, lasse narrative che danzano intorno a un nucleo, quello dell’amore per una ragazza e – perché no – del senso della vita. La cornice è quella di mille e più bar, che come piccoli limbi di penitenza disegnano situazioni grottesche. Amaro, intensamente depressivo, sconsolato e sconsolante, questo è però anche – inevitabilmente – un libro divertente, di una desolazione catartica che trova nella comicità il suo destino inesorabile.
Dalle solitudini irpine alla vuota vastità degli hinterland padani, si leva una voce narrativa arguta e dolente, che scrive un nuovo capitolo in quel grande e incompiuto libro ideale che è la letteratura dei relitti, degli emarginati, degli sradicati. Di coloro che, per usare la tragica autoironia di Tondelli, si ritrovano periodicamente afflitti dai disturbi dubitativi della decadenza.

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Da Nusco alle Ande, Giriago sei grande

Garibaldi l’eroe dei due mondi, Che Guevara il rivoluzionario comunista. Ciriaco De Mita il profeta della dottrina cattolica adattata al capitalismo sulle orme di Don Sturzo.

Il pericolo comunista era in agguato in tutto l’occidente non ancora conquistato dal Patto Atlantico. La sua diffusione era così capillare che la voce arrivò persino in ogni singolo paese e frazione dell’entroterra dell’Italia meridionale, lì dove negli anni ’50 la lotta dipinta da Guareschi tra il sindaco comunista Peppone e il parroco democristiano Don Camillo era ridotta però a un’egemonia incontrastate del secondo. Secondo una famosa canzone di Gaber “Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia”, invece da quelle parti “nessuno era comunista perché era nato in Irpinia”. Era l’epoca in cui veniva sconfitto Fiorentino Sullo e saliva al trono Ciriaco De Mita, e con lui Biagio Agnese diventava direttore della RAI, la P2 era viva e vegeta come non mai. Era l’epoca del divino Giulio, Belzebù, delle stragi e dei posti fissi. La spettacolare prima repubblica. Era un’altra era, era tutto più semplici e anche la gente era più vera.

Si votava in maniera molto semplice, quasi automatica, “croce sopra a croce” e non ci pensavi più. Era l’epoca dei “comunisti drogati che facevano le orge” e qualcuno di loro aggiungeva “magari!”, perché da che mondo è mondo il comunista lavora tanto e tromba tanto poco (lo ricordava anche il grande Carlo Monni in una sua poesia). Era l’epoca in cui l’Italia era come il mio quartiere, dove la Democrazia Cristiana prendeva il 96% e il Partito Comunista il 4%, i tempi d’oro dell’Italia, anzi degli italiani che hanno vissuto in quegli anni. Era l’epoca dei comunisti che erano gli unici a rimanere disoccupati e qualcuno di loro di conseguenza finiva per entrare nella cerchia dei cosiddetti pazzi del paese, chiamati anche i “Mao Mao”, una tribù terrorista filo-cinese.

Il paese in questione era diviso in due parti come Berlino, la parte ovest, corrispondente con la cattedrale e le rovine del castello, era frequentata dai democristiani con passeggino, gelatino e maglioncino sulle spalle, abituati a giocare a carte davanti alla sezione della Democrazia Cristiana, poi del PPI, poi della Margherita, oggi del Pd (ma è vuota, la catena si è interrotta con il Pd). La parte est era invece piena zeppa di comunisti, iniziava con la sezione della sinistra giovanile che era uno stanzino buio di 10 metri quadrati e terminava con i giardinetti pubblici dove i filosovietici erano soliti fumare erba. Inutile aggiungere che anch’io stavo nei giardinetti ( e che forse non ero nemmeno comunista ma tale mi ritenevano i democristiani e viceversa; nel dubbio stavo coi comunisti ). Non fate come me! Votate DC sin dall’inizio che troverete lavoro nei dintorni del vostro quartiere senza dover emigrare. In quell’epoca si diceva anche che la marijuana fosse satanica, nel senso che potesse modificare l’animo umano facendolo tendere al maligno. Anche a bere, nei bar bevevano solo i comunisti. I democristiani invece, con il loro stipendio ricco, ogni sabato sera andavano nei night club sulla litoranea a bruciare soldi appresso a quattro ballerine che non gliela davano neanche, lasciando le mogli a casa davanti alla tv.

Commoventi le militanze di intellettuali ingombranti in tutti i sensi come Giuliano Ferrara con Lotta Continua e di Giovanni Lindo Ferretti punk comunista leader dei CCCP – Fedeli alla linea armato sulle barricate durante la rivoluzione portoghese, entrambi poi fondatori della lista conservatrice cattolica “Aborto No Grazie”. Oggi il primo scrive sul Foglio, il secondo sull’Avvenire. Tanti sono quelli che ricordiamo che hanno cambiato casacca e identità ma nessuno si ricorda di Paolo Gentiloni, un comunista anonimo di cui mai nessuno aveva sentito parlare fino a quando non è diventato fiorellino e centrista, quindi ministro e quindi Presidente del Consiglio dei Ministri dopo le finte dimissioni di Matteo Renzi, il boy scout di Licio Gelli. Nessuno si ricordava nemmeno della militanza comunista di Vincenzo De Luca, messo in quarta fila nelle poche foto in bianco e nero dell’epoca reperibili su internet, uno che  ha meritato l’appellativo di “sceriffo”, eternamente indagato, saldamente ancorato a quella scrivania dalla quale parla appare composto sulla sua emittente privata locale scatenando la fantasia dei telespettatori, per cui è facile paragonarlo a un personaggio immaginario a metà strada tra Il Padrino è Totò della Banda degli onesti.

I fascisti invece, semplicemente non c’erano (quelli sono venuti prima e dopo) oppure si nascondevano bene. Almeno in paese, bastava nominare le teorie centriste popolariste di Don Sturzo per eliminare comunisti e fascisti in un colpo solo. O forse i fascisti sono questi che abbiamo nominato finora ma ci hanno preso per il culo talmente bene che non ce ne siamo accorti. Sì, perché, in tutti questi anni, ci hanno convinti del fatto che la dittatura possa essere solo di estrema destra o di estrema sinistra, mai di estremo centro.


Nusco verso il record nazionale di No al referendum, Kim Jong Un si complimenta con De Mita

In tarda mattinata è arrivata la telefonata dalla Korea del Nord, esattamente dalla sede dell’Udc sezione Eurasia. Grande entusiasmo nella piccola capitale altirpina che diede i natali al Grande G.

“Siamo sicuri di andare ben oltre il record nazionale, andiamo verso il record interplanetario” ha ricordato il sottomesso al Grande G che prende lo stipendio da trent’anni senza avere una mansione definita.

“C’è anche una certa affinità tra l’accento ciriachense e quello nordcoreano” hanno riferito coloro che sono stati onorati di ascoltare la telefonata in viva voce. Staremo a vedere, il Presidente nordcoreano potrebbe essere a Nusco a metà dicembre per l’Alta Scuola di Alta Politica di Alta Irpinia. Così almeno si vocifera nel piccolo borgo scudocrociato cattolico.

 

 


De Mita-Renzi su LA7, maxischermo a Nusco

NUSCO – L’attesa è spasmodica. In Piazza Natale è stato installato un maxischermo di 6 metri per 13 per assistere all’incontro come a una finale dei mondiali, ma sembra più l’incontro tra il Bene e il Male, parafrasando Rocky 4 sembra l’incontro tra Matteo Ivan Drago Renzi e Ciriaco Rocky De Mita, lo stallone nuscano.

L’incontro è previsto per le 22:30 su la7, l’arbitro sarà Enrico Mentana. In tribuna presente anche il Presidente della Repubblica Mattarella, pronto ad applaudire “Il vecchio leone della DC”.

Ci siamo quasi, a Nusco spunta anche qualche bandiera scudocrociata degli anni ’60 originale. Dei cimeli.

E’ il momento della verità. Nusco contro Firenze. Il No contro il Sì. Il passato della DC contro il futuro della DC. Tresette o Briscolone.

CIRIACO RENZI SHOW.