“Le novelle della quarantena”. Giorno 8. “La ballata di Mina Rizzo” – AUDIORACCONTO

Il giorno 8 è dedicato a quelli che sono stati colti di sorpresa dalla morte dei propri cari, a chi soffre di solitudine e alle puttane.

Testo di Luigi Capone. Voce narrante: Francesco Prudente. Voci nei dialoghi: Anna Chiara Colombo, Anna Lisa Amodio, Bruno Ricci. Musica di Vittorio Oliviero. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

La ballata di Mina Rizzo

“Well Death will go in any family in this land

Well Death will go in every family in this land

Well he’ll come to your house and he won’t stay long

Well you’ll look in the bed and one of your family will be gone

Death will go in any family in this land”

Hinterland nord di Milano. Canticchiava lo stereo un vecchio blues del Reverendo Gary Davis mentre Mina, a testa china, era seduta da sola a un tavolo del Bar Chang, il bar che frequentava sempre, attaccata come muschio a una roccia. Erano quasi le quattro di mattina quando pensò di andarsene e anche quella notte aveva bevuto solo una lemon soda. 

Aveva una camminatura lenta e zoppicante, era una vecchia lumacona che camminava con lo sguardo perso nel vuoto, gli occhi vitrei, in cerca di anziani bavosi da succhiare e spennare, inconsapevole che quella sarebbe stata l’ultima notte in cui sarebbe stata circondata da clienti. Il Barone, un vecchio butterato aspirante gigolò, quella sera le allungò un cinquantino in mezzo al grosso e flaccido seno e le disse: “Figa, me la dai una sgrulatina al Black & Decker, andiam in bagno e taaaaaaac?”. Uscita dal bagno, leggermente sudata e affannata, se ne tornò a casa, dove viveva con la mamma ultranovantenne che l’aspettava sul divano per farsi cambiare il pannolone.

Quando aprì la porta la sentì tossire forte: era sveglia. 

“Mamma, perché non dormi?”,

“Ho la tosse ma non è niente, non ti preoccupare”

“Allora io vado a letto, buonanotte”. 

Il giorno dopo, come suo solito, andò a fare la spesa e si trovò disorientata nei corridoi del supermercato, tra centinaia e centinaia di persone che correvano a svaligiare gli scaffali; quando cercava di raggiungere un pacco di pasta o una scatoletta di tonno, scopriva che erano prodotti terminati. Restò a guardare col suo sguardo preoccupante l’immensa desolazione di quello scaffale orfano di cibo come fosse stato una casa dove un tempo aveva vissuto una famiglia felice, che aveva fatto ora spazio alla polvere e al vuoto. Passò allora al reparto dei cibi precotti e lì qualcosa trovò. Tornò a casa e cucinò, come suo solito. “Mamma, è buono?” “Si, molto buono”. Dopo il pranzo si mise a pulire e più tardi lesse le carte a sua madre. “Le senti le campane suonare? “Si, le sento”. “Che cosa vogliono dire le campane, mamma?”. “Vogliono dire che è il crepuscolo, non è la fine, è soltanto un nuovo inizio”. “Ho capito”.  “Perché la gente è impazzita?”, “La gente è sempre stata matta”. “Perché ancora non riesco a trovarmi una casa per andare a vivere da sola?”, “Perché anche se non vuoi farmi compagnia, ti costringe il destino a farlo”. “Il destino esiste?”, “Credo di no”. “Mi sento sola”, “Figlia mia, lo so, tutte le stronze come te muoiono sole.” “Grazie. Ed è tutto merito tuo”. “Che cosa dicono le carte?”, “Che andrà tutto bene, mamma”. 

Le campane segnalavano il coprifuoco: Mina e sua madre erano tra le pochissime persone a non essersene ancora accorte, la città per loro era un immenso sepolcro già da molto tempo, forse erano stati gli altri a non essersene accorti. Era primavera e quando gli uccelli smettevano di cinguettare voleva dire che stava arrivando il buio e Mina era pronta per uscire ad andare a lavorare al Bar Chang, col suo trucco pesante spaccato dalle rughe, i capelli di cartapesta e gli occhi come il ghiaccio.  “Mamma, prendo dieci euro dal tuo portafogli”, “Torna presto”, “Va bene, ciao”. Quando arrivò finalmente in fondo alla strada e trovò il locale serrato e la strada deserta, pensò di aver sbagliato indirizzo perché non era mai successo prima. A quel punto decise di tornare a casa ma non prima di aver fumato qualche sigaretta. Si sistemò su una panchina e provò a finirsi il pacchetto. Il fumo era la vera compagnia. Le passò accanto uno studente che si discostò da lei non appena sentì il suo odore. “Non sono vecchia” pensò “ma evidentemente i ragazzini devono sentire l’odore di vecchia anche per donne della mia età”.

La vecchia lumacona, allora, tornò a casa più curva del solito. Aprì la porta, si tolse la giacca, posò la borsetta fuori moda e andò, come di consueto, a salutare sua madre. “Ciao mamma”. Non ottenne risposta. “Io vado a letto, buonanotte”. Non ottenne ancora risposta e andò a letto lo stesso. Le frasi che si scambiavano erano un meccanismo automatico ben collaudato da cinquant’anni ed aveva sempre funzionato talmente bene che era diventato impossibile accorgersi di qualche cambiamento.

La mattina si svegliò tardi, dopo aprì le finestre che oscuravano completamente la stanza e si mise a cucinare. “Mamma, è buono?”. Non ottenne risposta. Sua madre aveva smesso di respirare già da diverse ore. Fu solo in quel momento che Mina si rese conto di essere rimasta sola davvero e pensò ad alta voce: “Ora che non riuscirò più a pagare l’affitto, mi mancherà anche quella puttana di mia madre”.

“Well Death will go in any family in this land

Well Death will go in every family in this land

Well he’ll come to your house and he won’t stay long

Well you’ll look in the bed and one of your family will be gone

Death will go in any family in this land”