“Le novelle della quarantena”. Giorno 9. “La persona depressa”. AUDIORACCONTO

Nel nono giorno parleremo delle capacità straordinarie della persona depressa che è l’unica a riuscire a risollevarsi nei momenti più difficili.

Testo di Luigi Capone. Voce narrante di Francesco Prudente. Voci nei dialoghi: Anna Chiara Colombo e Caroline Baglioni. Musica di Mario Quaresimale. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Audioracconto

La persona depressa

Al tempo dell’epidemia del misterioso virus proveniente dalla Cina – che si era diffuso ormai più in Italia che in Cina -, Maria e Selvaggia avevano due vite completamente diverse: la prima aveva due figli e viveva con suo marito in una bella villa sui colli bolognesi, Selvaggia invece abitava sola e depressa all’interno di un monolocale in periferia, a Borgo Panigale. Mai il loro destino si sarebbe incrociato. Con la fine del mondo imminente, però, accadde che Maria, medico e psichiatra dell’Ospedale Maggiore, dovette per forza andare a far visita alla nostra derelitta selvatica rinchiusa nel monolocale. Correva voce che la donna fosse entrata in contatto con degli uomini infetti e che avesse minacciato il suicidio più volte, dalla ringhiera di un ponte. Vista la carenza di personale sanitario, di infermieri, medici e volontari (questi ultimi ormai rifiutavano di uscire di casa), Maria fu costretta ad andare di persona a controllare l’andamento della stabilità mentale di Selvaggia, rincorsa continuamente dai servizi sociali. Soffriva di depressione clinica, paranoia, allucinazioni, manie autolesionistiche, manie ossessivo-compulsive ed era dipendente dall’alcol. 

“Signora, sono la dottoressa Bentivogli, può aprire?”. Selvaggia aprì la porta. “Entri pure, anche se lei non ha un cazzo da dirmi perché non ha capito”. “Grazie”. “Si accomodi e beva un po’ di vodka con me”. “No, grazie, sono astemia e non fumo”. La casa di Selvaggia era bugigattolo, un ricovero malsano di una matta: mozziconi di sigarette e bottiglie ovunque, panni sporchi, bicchieri piatti e pentole incrostate. Una vasca da bagno ammuffita. Una finestra sempre chiusa per restare al buio. 

“Come si sente, signora Degli Esposti”. “La prego, non mi chiami con il cognome di mio padre, anzi diamoci del tu”. “Ok, Selvaggia, parlami e dimmi come ti senti, sei particolarmente depressa in questo momento? Sono venuta qui per tranquillizzarti e per tirarti su il morale, mettiamola così”. “Perché dobbiamo metterla così?”. “Tu come vorresti metterla?”. “Io dico che la sua presenza è inutile e lei ancora non l’ha capito”. “Senta…senti, io voglio aiutarla”. “Sono io che dovrei aiutare lei e magari, mi andrà di farlo, lo farò”.  “Credo che lei stia peggiorando, che tu…scusami. Vorrei portarti con me in ospedale, hai tentato di suicidarti e pensi di essere entrata in contatto con persone infettate da questo pericoloso virus che sta già decimando la popolazione”. “No, quello era tanto tempo fa, ora sono serena”. “Devi raggiungermi in ospedale, non vorrei essere costretta a far intervenire qualcuno più duro di me o ancora peggio il TSO, sei fortunata che io sia venuta qui”. “Maria, ma tu davvero credi che questa storia finirà bene?”. “Certo, stanno trovando un vaccino e comunque con le nuove misure del governo l’epidemia si fermerà a breve, tra un mese riapriranno le scuole e inizieremo a vivere come prima nuovamente. Devi fidarti di me, andrà così, fidati della scienza e stai tranquilla”. “Sei tu che non vuoi fare i conti con la realtà: moriremo tutti”. “Tornerò domani e starò tutta la giornata con te, va bene? Intanto, non hai una tv o un cellulare? Come fai a informarti delle predisposizioni del governo?”. “Non ne ho bisogno, io già sono a conoscenza di tutto, voi siete ciechi e non potete vedere”. Appena la dottoressa andò via per raggiungere l’ospedale in piena emergenza, Selvaggia uscì fuori a passeggiare tranquillamente, senza metà. Osservava i poliziotti che fermavano chiunque e chiedevano i documenti, ci passava attraverso e si faceva attraversare da loro, con una serenità talmente strana da incutere timore. La dottoressa si ripresentò a casa sua solo dopo qualche giorno e di corsa, in preda al panico: “Selvaggia! Selvaggia! Apri!”. “Entra Maria, ho fatto il tè”. La dottoressa entrò in casa. “Devi venire al più presto con me in ospedale, la situazione sta sfuggendo di mano, gli scienziati dicono che siamo tutti infetti e tra poco ci sarà una comunicazione del Presidente della Repubblica alla nazione”. “Possiamo guardare lo spettacolo da qui, no? Accendi il tuo cellulare.” Selvaggia tergiversava e riusciva a tenere la dottoressa incollata alla sedia con le sue elucubrazioni. Bevvero il tè. “I miei figli mi stanno aspettando a casa, devo passare a prenderli” disse Maria. “Non ti agitare, calmati” disse Selvaggia.

Dopo circa due ore di conversazione Maria ricevette una telefonata. Le salì il cuore in gola. Era un medico che la chiamava dall’ospedale: “Maria, è finita! Il Presidente della Repubblica ha appena detto che dobbiamo tutti chiuderci in casa e pregare: il virus è passato a uno stadio evolutivo inaspettato. È diventato un milione di volte più contagioso e più letale della peste, anche mettere il naso fuori dalla finestra potrebbe essere letale e ucciderti in pochi secondi. Forse si salverà solo chi è in possesso di un bunker antiatomico: 5 persone al mondo. Intanto non uscite per nessun motivo”.

“I miei figli! Mio marito! Oh, mio Dio! Non può essere vero! Dio, ti prego salvaci, DIO! DIO! TI PREGO! DIO, GESU’, MADONNA SALVA ALMENO I MIEI FIGLI TI PREGO”.

“Maria, stai tranquilla, non c’è più speranza, è finita: stai tranquilla” le disse dolcemente Selvaggia con un gran sorriso, per la prima volta. “Mettiamoci sul divano e rilassiamoci, aspettiamo la sorella morte”. “Ma io non voglio morire” urlò piangendo Maria. 

Selvaggia le accarezzò delicatamente i capelli e l’abbracciò. “Stai tranquilla, Maria, respira”.

Ecco come la persona depressa dimostra una forza d’animo superiore nei momenti più critici.

(Persona in senso etimologico: maschera)

“Le novelle della quarantena”. Giorno 5 – Lu lupu – AUDIORACCONTO

Testo di Luigi Capone. Lettura a cura di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci. Special Guest Maria Felicia Sichinolfi. Musica di Mario Quaresimale. Disegno di Luca Tuveri. Grazie a Sara Porcu.

Audioracconto

Lu lupu

Lo chiamavano ‘Ntoniu Lu Lupu. Viveva nella sua casa in legno e blocchi di cemento, costruita da lui, nel bel mezzo del Montagnone di Nusco. Da giovane aveva avuto la fama di gran corteggiatore per gli eventi mondani del paese: il mercato domenicale, la sere all’osteria davanti alla tv, le feste dei santi, la festa patronale. Erano gli anni ’60. Il nostro Don Giovanni però commise il più grande errore per uno come lui: si innamorò, e si innamorò di una donna spietata. Il nostro Ntoniu era disperato, talmente disperato che il falegname da cui lavorava decise di licenziarlo, Da qual momento, era il 1973, aveva iniziato a costruirsi da solo una casa nella montagna del suo paese e nel 1974 l’aveva già terminata. Si trasferì lì con le sue poche cose e non si sposò mai, divenne completamente autonomo. Era riuscito ad avere un orto, un castagneto di modeste dimensioni, delle galline, un porco, una vacca, un vigneto di pochi metri quadrati e un piccolo campo coltivato a marijuana. Riusciva a fare tutto da solo, era il vero anarchico. Non uno di quelli da centro sociale con ingresso a pagamento, smartphone, cocaina e vizi. No. Lui viveva a contatto solo con la montagna e con gli animali. Ntoniu lu lupu. In paese non sapevamo se esistesse davvero o se fosse solo una leggenda. Un giorno di marzo del 2020, però, Ntoniu lu lupu, ormai molto vecchio e sentendo la propria morte vicina, decise di scendere di nuovo giù in paese per rivedere un’ultima volta i luoghi della sua gioventù. I luoghi del suo primo bacio, la casa dove vivevano sua madre e suo padre, la sua prima scuola, i “cento scalini” dove andava a fumarsi le canne da adolescente. Un mattino di marzo, dunque, prese uno zaino e, caricata la colazione – carne e vino – prese la via del paese. All’inizio la strada era tutta in discesa e poi, dopo un breve tratto pianeggiante, iniziava la salita che portava a Nusco, la montagna abitata, sovrappopolata, il caos insomma. Si fece coraggio e iniziò la salita. Arrivato in piazza, si fermò davanti alla statua di Sant’Amato e lo osservò: quando era giovane si diceva che la faccia di Sant’Amato parlasse a chi veniva da fuori. Sant’Amato aveva la faccia girata dall’altra parte quella mattina. 

“E lei cosa ci fa qua?” gli urlò contro un carabiniere.

“Io? Marescià io sono qua soltanto per fare una passeggiata, sono Ntoniu Lu Lupu”.

“Chi? Inizi a darmi la carta d’identità”

“Non ce l’ho da quarantasei anni, da quando mi sono trasferito in montagna a parlare con gli alberi e con gli animali”

“Senta, non faccia lo spiritoso, lo sa che è vietato andare in giro?”

“E’ vietato…? Non lo sapevo”

“Si, tiri fuori il modulo per l’autocertificazione”

“Marescià ma che cazzo volete da me?”

E sbam! Una manganellata in testa colpì il vecchio ‘Ntoniu. “Marescià ma siti asciutu pacciu?”. Sbam! Un’altra manganellata.

Sinu, sinu, marescià è nu ladru, è nu sciacallu, quistu vuleva vunì a arrubbàPurtativellu!”

E sbam! Un’altra manganellata. 

“Qui c’è l’emergenza del Corona Virus, l’emergenza del contagio. Lei è una specie di untore? Chi è lei?”

“I mi fazzu li cazzi mii. I mi ni tornu a casa”.

“Non si faccia vedere mai più”

E così Ntoniu tornò in montagna con il sangue che gli usciva dalla testa. Si medicò con delle erbe. Accese un fuoco, arrostì della carne e bevve tanto vino. Quando fu finalmente calmo e al sicuro pensç: “Pazzi erano quando li ho lasciati da giovani 46 anni fa e pazzi sono ora che sono vecchio, nulla è cambiato”.