“Le novelle della quarantena”. Giorno 10. “Una vita normale” – AUDIORACCONTO

Il decimo giorno parla di chi ha subito e continua a subire violenza domestica e di chi la pratica rincorrendo disperatamente una vita normale.

Testo di Luigi Capone. Voci di: Francesco Prudente, Annalisa Amodio, Angelo Rizzo., Carolina Tonini, Francesca Mazzarello, Jessica Conti. Musica di Luigi Bellino. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Audioracconto

Una vita normale

La televisione continuava a ripetere le stesse cose all’infinito: “aumento dei contagi”, “mancanza di personale medico”, “aumento dei morti” e un inspiegabile “andrà tutto bene”; i giornali invece titolavano “È una guerra”, ma anche loro sbagliavano perché si riferivano soltanto all’avanzata dell’epidemia.

La vera guerra era tra le mura domestiche. Il vero nemico era ogni notte sotto le tue lenzuola.

Enrico e Giovanna erano sposati da dieci anni ed in comune avevano: un mutuo, le rate della macchina, un intero appartamento di mobili Ikea e un bambino, nient’altro. Fino al giorno in cui Enrico era stato messo in quarantena perché trovato positivo al nuovo coronavirus, la loro vita era andata avanti normalmente: non si amavano più da anni ma avevano conservato un minimo di stima reciproca. Tutto il loro amore era confluito nel bambino. Da quando era nato Federico avevano tolto di mezzo tutti i problemi di coppia: per primo quello del sesso rituale almeno una volta alla settimana. Una sera, però, la tv annunciò le misure più restrittive della storia nei confronti delle libertà individuali e della privacy, dissero che per almeno un mese bisognava restare chiusi in casa a causa di un elevatissimo pericolo legato alla contaminazione dell’aria.  Enrico sentì cucirsi addosso una camicia di forza, Giovanna pensò che fosse una buona occasione per stare 24 ore su 24 con suo figlio. I due si erano sposati per una forte attrazione fisica ma la felicità del giorno del loro matrimonio sembrava ormai lontana anni-luce, Giovanna aveva spesso l’impressione che non fosse mai successo mentre Enrico non ci pensava affatto essendo molto più interessato a veder giocare l’Inter, a sentire le conferenze stampa dell’allenatore dell’Inter, a leggere i giornali per il calciomercato dell’Inter, a giocare le schedine sull’Inter. I primi giorni di quarantena andarono avanti normalmente, i due semplicemente si ignoravano. Soltanto Federico, a due anni e mezzo, sillabava qualche parola nei momenti di maggiore silenzio. Le voci che si sentivano di più in casa Squillace erano quelle provenienti dalla tv.

Dopo tre settimane la situazione precipitò.  La meme con la scritta #iorestoacasa sui social l’avevano già postata, i cruciverba li avevano già fatti, i libri li avevano già letti, le serie tv le avevano già esaurite. Giovanna ormai dormiva nella stanza insieme al bambino ed Enrico nel letto matrimoniale. “Quando cazzo scopiamo, Giovanna?” le chiese un giorno il marito; la parola scopare non si sentiva in quella casa da quasi tre anni. Giovanna urlò: “Non dire queste cose davanti al bambino!”, “Almeno vieni a dormire con me la notte, porca puttana! Sono solo in questa cazzo di casa!”, “Ti avevo detto di non dire parolacce di fronte al bambino, sei un idiota!”. La parola idiota non era mai stata pronunciata in quella casa. “Cosa cazzo stai dicendo, brutta stronza!? Mi stai dando dell’idiota?!”. La parola stronza non era mai stata pronunciata in quella casa.

Ciononostante, Giovanna si diresse verso il balcone, con atteggiamento di sfida e andò a farsi guardare dai vicini, cosa che Enrico aveva sempre detestato. Era incredibilmente bella. “Torna dentro, Giovanna e copriti, non facciamoci sentire dai vicini”.  “Giovanna, ti ho detto di tornare dentro, non farmi incazzare!”

“Oh Enrico, almeno mi faccio vedere da loro visto che tu non mi guardi mai! A te non ti si alza nemmeno!”

Enrico aspirò nei polmoni tutto l’ossigeno che c’era in cucina, andò sul balcone e la colpì in volto con un forte schiaffo che la scaraventò a terra. “Cosa fai, ora, piangi, eh? Puttana! Entra dentro!”

Giovanna corse nella stanza del bambino piangendo.

“Esci, Giovanna”

“Sei un maniaco, un pazzo, se ti azzardi ad entrare in questa stanza chiamo la polizia”

“Esci da quella stanza di merda, Giovanna o ti ammazzo, te lo giuro! Ammazzo prima il bambino e poi te!”

Giovanna non trovò la forza di chiamare la polizia e aprì la porta dopo l’ennesima richiesta. “Federico vai a giocare in salotto” gli disse il papà, entrando nella stanza e chiudendo la porta a chiave dietro di sé. “Giovanna, da oggi in poi ci dormi solo tu qua dentro” e si tolse la cintura. “Che stai facendo Enrico?”. “Taci che spaventi il bambino” “Aiutooo” “Shhhhh, devi stare buona”. Visto che non riusciva a smettere di urlare la colpì con un potente pugno in un occhio e quando fu distesa per terra iniziò a colpirla con la cinghia sulle spalle. Giovanna piangeva e si tappava la bocca per non urlare, piangeva e pregava, piangeva, pregava e malediceva la propria nascita.

Da quel giorno e per il resto della quarantena la stanza del bambino diventò la stanza della tortura di Giovanna: ogni giorno una dose di umiliazioni e percosse. “La tua medicina” la chiamava Enrico.

Nella povera donna, il pensiero del suicidio crebbe come un cancro nel proprio cranio. Quei pensieri non la lasciavano mai e avevano ormai preso il posto del sonno. “Andate via”, “andate via da me”, continuava a ripetere sottovoce, e pregava tutti gli dei, qualsiasi cosa purché potesse mettersi in salvo.

Dopo interminabili mesi, quando cessò l’emergenza del virus ed Enrico fu guarito da entrambe le malattie, la coppia tornò ad essere come un tempo, indifferente e ligia al dovere, normale. Ripresero pure ad andare in chiesa, tornarono alla vecchia vita senza violenza, fatta di vuoti. Normale.  

“Le novelle della quarantena”. Giorno 9. “La persona depressa”. AUDIORACCONTO

Nel nono giorno parleremo delle capacità straordinarie della persona depressa che è l’unica a riuscire a risollevarsi nei momenti più difficili.

Testo di Luigi Capone. Voce narrante di Francesco Prudente. Voci nei dialoghi: Anna Chiara Colombo e Caroline Baglioni. Musica di Mario Quaresimale. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Audioracconto

La persona depressa

Al tempo dell’epidemia del misterioso virus proveniente dalla Cina – che si era diffuso ormai più in Italia che in Cina -, Maria e Selvaggia avevano due vite completamente diverse: la prima aveva due figli e viveva con suo marito in una bella villa sui colli bolognesi, Selvaggia invece abitava sola e depressa all’interno di un monolocale in periferia, a Borgo Panigale. Mai il loro destino si sarebbe incrociato. Con la fine del mondo imminente, però, accadde che Maria, medico e psichiatra dell’Ospedale Maggiore, dovette per forza andare a far visita alla nostra derelitta selvatica rinchiusa nel monolocale. Correva voce che la donna fosse entrata in contatto con degli uomini infetti e che avesse minacciato il suicidio più volte, dalla ringhiera di un ponte. Vista la carenza di personale sanitario, di infermieri, medici e volontari (questi ultimi ormai rifiutavano di uscire di casa), Maria fu costretta ad andare di persona a controllare l’andamento della stabilità mentale di Selvaggia, rincorsa continuamente dai servizi sociali. Soffriva di depressione clinica, paranoia, allucinazioni, manie autolesionistiche, manie ossessivo-compulsive ed era dipendente dall’alcol. 

“Signora, sono la dottoressa Bentivogli, può aprire?”. Selvaggia aprì la porta. “Entri pure, anche se lei non ha un cazzo da dirmi perché non ha capito”. “Grazie”. “Si accomodi e beva un po’ di vodka con me”. “No, grazie, sono astemia e non fumo”. La casa di Selvaggia era bugigattolo, un ricovero malsano di una matta: mozziconi di sigarette e bottiglie ovunque, panni sporchi, bicchieri piatti e pentole incrostate. Una vasca da bagno ammuffita. Una finestra sempre chiusa per restare al buio. 

“Come si sente, signora Degli Esposti”. “La prego, non mi chiami con il cognome di mio padre, anzi diamoci del tu”. “Ok, Selvaggia, parlami e dimmi come ti senti, sei particolarmente depressa in questo momento? Sono venuta qui per tranquillizzarti e per tirarti su il morale, mettiamola così”. “Perché dobbiamo metterla così?”. “Tu come vorresti metterla?”. “Io dico che la sua presenza è inutile e lei ancora non l’ha capito”. “Senta…senti, io voglio aiutarla”. “Sono io che dovrei aiutare lei e magari, mi andrà di farlo, lo farò”.  “Credo che lei stia peggiorando, che tu…scusami. Vorrei portarti con me in ospedale, hai tentato di suicidarti e pensi di essere entrata in contatto con persone infettate da questo pericoloso virus che sta già decimando la popolazione”. “No, quello era tanto tempo fa, ora sono serena”. “Devi raggiungermi in ospedale, non vorrei essere costretta a far intervenire qualcuno più duro di me o ancora peggio il TSO, sei fortunata che io sia venuta qui”. “Maria, ma tu davvero credi che questa storia finirà bene?”. “Certo, stanno trovando un vaccino e comunque con le nuove misure del governo l’epidemia si fermerà a breve, tra un mese riapriranno le scuole e inizieremo a vivere come prima nuovamente. Devi fidarti di me, andrà così, fidati della scienza e stai tranquilla”. “Sei tu che non vuoi fare i conti con la realtà: moriremo tutti”. “Tornerò domani e starò tutta la giornata con te, va bene? Intanto, non hai una tv o un cellulare? Come fai a informarti delle predisposizioni del governo?”. “Non ne ho bisogno, io già sono a conoscenza di tutto, voi siete ciechi e non potete vedere”. Appena la dottoressa andò via per raggiungere l’ospedale in piena emergenza, Selvaggia uscì fuori a passeggiare tranquillamente, senza metà. Osservava i poliziotti che fermavano chiunque e chiedevano i documenti, ci passava attraverso e si faceva attraversare da loro, con una serenità talmente strana da incutere timore. La dottoressa si ripresentò a casa sua solo dopo qualche giorno e di corsa, in preda al panico: “Selvaggia! Selvaggia! Apri!”. “Entra Maria, ho fatto il tè”. La dottoressa entrò in casa. “Devi venire al più presto con me in ospedale, la situazione sta sfuggendo di mano, gli scienziati dicono che siamo tutti infetti e tra poco ci sarà una comunicazione del Presidente della Repubblica alla nazione”. “Possiamo guardare lo spettacolo da qui, no? Accendi il tuo cellulare.” Selvaggia tergiversava e riusciva a tenere la dottoressa incollata alla sedia con le sue elucubrazioni. Bevvero il tè. “I miei figli mi stanno aspettando a casa, devo passare a prenderli” disse Maria. “Non ti agitare, calmati” disse Selvaggia.

Dopo circa due ore di conversazione Maria ricevette una telefonata. Le salì il cuore in gola. Era un medico che la chiamava dall’ospedale: “Maria, è finita! Il Presidente della Repubblica ha appena detto che dobbiamo tutti chiuderci in casa e pregare: il virus è passato a uno stadio evolutivo inaspettato. È diventato un milione di volte più contagioso e più letale della peste, anche mettere il naso fuori dalla finestra potrebbe essere letale e ucciderti in pochi secondi. Forse si salverà solo chi è in possesso di un bunker antiatomico: 5 persone al mondo. Intanto non uscite per nessun motivo”.

“I miei figli! Mio marito! Oh, mio Dio! Non può essere vero! Dio, ti prego salvaci, DIO! DIO! TI PREGO! DIO, GESU’, MADONNA SALVA ALMENO I MIEI FIGLI TI PREGO”.

“Maria, stai tranquilla, non c’è più speranza, è finita: stai tranquilla” le disse dolcemente Selvaggia con un gran sorriso, per la prima volta. “Mettiamoci sul divano e rilassiamoci, aspettiamo la sorella morte”. “Ma io non voglio morire” urlò piangendo Maria. 

Selvaggia le accarezzò delicatamente i capelli e l’abbracciò. “Stai tranquilla, Maria, respira”.

Ecco come la persona depressa dimostra una forza d’animo superiore nei momenti più critici.

(Persona in senso etimologico: maschera)

“Le novelle della quarantena”. Giorno 8. “La ballata di Mina Rizzo” – AUDIORACCONTO

Il giorno 8 è dedicato a quelli che sono stati colti di sorpresa dalla morte dei propri cari, a chi soffre di solitudine e alle puttane.

Testo di Luigi Capone. Voce narrante: Francesco Prudente. Voci nei dialoghi: Anna Chiara Colombo, Anna Lisa Amodio, Bruno Ricci. Musica di Vittorio Oliviero. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

La ballata di Mina Rizzo

“Well Death will go in any family in this land

Well Death will go in every family in this land

Well he’ll come to your house and he won’t stay long

Well you’ll look in the bed and one of your family will be gone

Death will go in any family in this land”

Hinterland nord di Milano. Canticchiava lo stereo un vecchio blues del Reverendo Gary Davis mentre Mina, a testa china, era seduta da sola a un tavolo del Bar Chang, il bar che frequentava sempre, attaccata come muschio a una roccia. Erano quasi le quattro di mattina quando pensò di andarsene e anche quella notte aveva bevuto solo una lemon soda. 

Aveva una camminatura lenta e zoppicante, era una vecchia lumacona che camminava con lo sguardo perso nel vuoto, gli occhi vitrei, in cerca di anziani bavosi da succhiare e spennare, inconsapevole che quella sarebbe stata l’ultima notte in cui sarebbe stata circondata da clienti. Il Barone, un vecchio butterato aspirante gigolò, quella sera le allungò un cinquantino in mezzo al grosso e flaccido seno e le disse: “Figa, me la dai una sgrulatina al Black & Decker, andiam in bagno e taaaaaaac?”. Uscita dal bagno, leggermente sudata e affannata, se ne tornò a casa, dove viveva con la mamma ultranovantenne che l’aspettava sul divano per farsi cambiare il pannolone.

Quando aprì la porta la sentì tossire forte: era sveglia. 

“Mamma, perché non dormi?”,

“Ho la tosse ma non è niente, non ti preoccupare”

“Allora io vado a letto, buonanotte”. 

Il giorno dopo, come suo solito, andò a fare la spesa e si trovò disorientata nei corridoi del supermercato, tra centinaia e centinaia di persone che correvano a svaligiare gli scaffali; quando cercava di raggiungere un pacco di pasta o una scatoletta di tonno, scopriva che erano prodotti terminati. Restò a guardare col suo sguardo preoccupante l’immensa desolazione di quello scaffale orfano di cibo come fosse stato una casa dove un tempo aveva vissuto una famiglia felice, che aveva fatto ora spazio alla polvere e al vuoto. Passò allora al reparto dei cibi precotti e lì qualcosa trovò. Tornò a casa e cucinò, come suo solito. “Mamma, è buono?” “Si, molto buono”. Dopo il pranzo si mise a pulire e più tardi lesse le carte a sua madre. “Le senti le campane suonare? “Si, le sento”. “Che cosa vogliono dire le campane, mamma?”. “Vogliono dire che è il crepuscolo, non è la fine, è soltanto un nuovo inizio”. “Ho capito”.  “Perché la gente è impazzita?”, “La gente è sempre stata matta”. “Perché ancora non riesco a trovarmi una casa per andare a vivere da sola?”, “Perché anche se non vuoi farmi compagnia, ti costringe il destino a farlo”. “Il destino esiste?”, “Credo di no”. “Mi sento sola”, “Figlia mia, lo so, tutte le stronze come te muoiono sole.” “Grazie. Ed è tutto merito tuo”. “Che cosa dicono le carte?”, “Che andrà tutto bene, mamma”. 

Le campane segnalavano il coprifuoco: Mina e sua madre erano tra le pochissime persone a non essersene ancora accorte, la città per loro era un immenso sepolcro già da molto tempo, forse erano stati gli altri a non essersene accorti. Era primavera e quando gli uccelli smettevano di cinguettare voleva dire che stava arrivando il buio e Mina era pronta per uscire ad andare a lavorare al Bar Chang, col suo trucco pesante spaccato dalle rughe, i capelli di cartapesta e gli occhi come il ghiaccio.  “Mamma, prendo dieci euro dal tuo portafogli”, “Torna presto”, “Va bene, ciao”. Quando arrivò finalmente in fondo alla strada e trovò il locale serrato e la strada deserta, pensò di aver sbagliato indirizzo perché non era mai successo prima. A quel punto decise di tornare a casa ma non prima di aver fumato qualche sigaretta. Si sistemò su una panchina e provò a finirsi il pacchetto. Il fumo era la vera compagnia. Le passò accanto uno studente che si discostò da lei non appena sentì il suo odore. “Non sono vecchia” pensò “ma evidentemente i ragazzini devono sentire l’odore di vecchia anche per donne della mia età”.

La vecchia lumacona, allora, tornò a casa più curva del solito. Aprì la porta, si tolse la giacca, posò la borsetta fuori moda e andò, come di consueto, a salutare sua madre. “Ciao mamma”. Non ottenne risposta. “Io vado a letto, buonanotte”. Non ottenne ancora risposta e andò a letto lo stesso. Le frasi che si scambiavano erano un meccanismo automatico ben collaudato da cinquant’anni ed aveva sempre funzionato talmente bene che era diventato impossibile accorgersi di qualche cambiamento.

La mattina si svegliò tardi, dopo aprì le finestre che oscuravano completamente la stanza e si mise a cucinare. “Mamma, è buono?”. Non ottenne risposta. Sua madre aveva smesso di respirare già da diverse ore. Fu solo in quel momento che Mina si rese conto di essere rimasta sola davvero e pensò ad alta voce: “Ora che non riuscirò più a pagare l’affitto, mi mancherà anche quella puttana di mia madre”.

“Well Death will go in any family in this land

Well Death will go in every family in this land

Well he’ll come to your house and he won’t stay long

Well you’ll look in the bed and one of your family will be gone

Death will go in any family in this land”

“Le novelle della quarantena”, Giorno 4: “Il complotto”. AUDIORACCONTO

Giornata 4 di quarantena: racconto dedicato a quelli che in quarantena già ci stavano e per cui tutto è menzogna tranne quello che dicono loro.

Testo di Luigi Capone, Musica di Luigi Bellino. Interpretazioni audio di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci, Emanuele de Marco, Matteo Castellino. Immagine di copertina di Dante Mele.

Audioracconto

Il complotto 

Nel carcere i detenuti stavano perdendo la pazienza. Nel braccio dov’erano reclusi gli assassini la situazione era stranamente silenziosa, nel reparto dedicato ai crimini sessuali c’era già più agitazione, ma nella parte dov’erano imprigionati i ladri la situazione stava letteralmente diventando pericolosa.

A.“E’ tutto un complotto! E’ tutto un complotto! Questo virus ci ammazzerà tutti e non vogliono dircelo, ci dicono che è solo un’influenza perché non vogliono curarci, perché ci considerano la feccia della società!”. 

B.“Hai ragione cazzo!”

C.“No, ma che cazzo dite? Non posso credere a una cosa del genere”

A.“E credi che lo stato ci ami?”

C.“Credo che la gente ci abbia messo in galera, non il governo: questo governo sta tentando di fare qualcosa per fermare l’epidemia!”

D: “Ve lo dico io come stanno le cose: gli americani hanno deciso di sterminarci tutti, si, è così. Trump è immune al virus! L’avete visto? Non ha paura di niente perché l’hanno creato loro il cazzo di virus!”

B: “Si, certo, è chiaro!”

E: “Siete solo dei coglioni sono stati i musi gialli, avete capito? I musi gialli! Sono loro che vogliono vederci morti a noi e pure agli americani”

C: “Ah! I musi gialli! Semmai sono stati i negri…che non si lavano, con tutte quelle loro epidemie!”

A: “Non è possibile ascoltatemi, sono stati i russi…si perché sono ancora dei comunisti di merda! E i comunisti comandano pure in Italia! Ecco perché sono stati loro…sono tutti d’accordo…”

B: “Ma se fosse venuta così da sola, eh?”

A: “Perché non continui a tacere e a dire di si, eh? Piantala che quando cerchi di accendere il cervello dici solo stronzate!”

A: “Ascoltate, è quel ministro il bastardo con cui dovremmo prendercela, capito?”.

Continuarono a parlare fino a che non furono interrotti da un boato, qualcosa di simile a una bomba. 
E: “Attentato! Comunisti di merda! Vogliono liberarsi di noi!”. Stava andando tutto a fuoco e il fumo saliva per le gradinate in ferro che portavano alla loro cella, la 465. Non riuscivano ad uscire, le guardie non li avrebbero liberati per alcuna ragione senza aver ricevuto l’ordine. B. allora prese un coltello e ne attirò uno alla cella offendendolo in malo modo. Quando la guardia si fermò a due metri dalla cella, aveva già un coltello nella pancia. “Sfondiamo la porta!”. Presero i letti e li utilizzarono come degli arieti fino a che la porta non fu spalancata, scesero giù di corsa e mandarono avanti B., che era il più debole di tutti: la sua massa corporea era la metà della media delle guardie carcerarie. Manganellate in testa a B., sangue. Quel sacrificio, però, fece in modo che il resto della comitiva dell’allegra cella complottista riuscì a scappare. Fuggirono non badando ad altro, ai morti, alle fiamme, al fumo. Pensarono a salvarsi la pelle e visto che c’erano, conquistarsi anche la libertà che gli era stata tolta per aver rubato ciò che gli sarebbe spettato di diritto in un mondo giusto. 

A pochi chilometri dalla prigione c’era un inceneritore, attivo 24 ore su 24, più in fondo iniziava il centro abitato, completamente desolato a causa del coprifuoco. Sfiniti, alla fine, si accasciarono sull’erba, in mezzo a cartacce, vecchi rottami e miasmi tossici. “Te l’avevo detto” disse A. “Volevano fregarci! Volevano farci evadere e ci sono riusciti! Era tutto organizzato! Adesso moriremo tutti, branco di coglioni! Io lo sapevo!”.

Disegno di Dante Mele

“Le novelle della quarantena”, Giorno 3: “L’auto clandestina”.

Giornata dedicata agli amori sbagliati e alle brutte situazioni che ne possono derivare. Testo di Luigi Capone, musica di Luigi Bellino, voce di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Angela Cappuccio, Iris Basilicata.

Disegno di Luca Tuveri.

(Ricordiamo che questa rubrica è composta da 14 novelle, una al giorno per chi è rimasto in casa a causa del corona virus)

Audioracconto musicato

L’auto clandestina

Come si fa a continuare a scopare a distanza in periodo di quarantena? Il bisogno disperato di continuare a vivere durante un’epidemia importante permane e lo si continua a fare in barba ai regolamenti, molto spesso. Si prende un’auto e ci si va ad imboscare con la propria bella clandestinamente. Ma ciò avveniva pure prima, ora ve ne racconto una:

“Alessia e Michele dovevano incontrarsi ad ogni costo. La voglia di annusarsi, di scambiarsi le mucose, di baciarsi, di penetrarsi e di succhiarsi era talmente tanta che, avrebbero rischiato anche di farsi bruciare nella piazza del paese. Alessia, infatti, era sposata col farmacista di Montesolo, mentre Michele era sposato con una brava insegnante di Montecupo, in provincia di Avellino, ed entrambi vivevano nel loro paese dove avevano una reputazione di tutto rispetto. Fu Michele a scrivere su Whatsapp per primo: 

-Alessia, ho voglia di te, scrivimi qualche porcata

-No, Michele, oggi no, oggi ci dobbiamo vedere

-Ma come faccio? Mia moglie è appena tornata dal dentista

-Inventati una scusa

-Ma che mi invento?

-Dì che devi andarti a vedere una partita al bar

-Ma oggi non gioca nessuno!

-La premiere ligue o la liga, un campionato straniero, tu te li guardi tutti no?

-Non lo so

-Sono bagnata

-Va bene

“Tesoro, mi dispiace ma stasera devo andare a vedere una partita importante, ho giocato una schedina e potremmo vincere un botto di soldi. Southampton – Newcastle!”

“Ma come? Oggi dovevamo andare a cena insieme, non ricordi?”

“Eh, lo so. Mi dispiace, rimandiamo a domani, ok?

“Ok. Però vaffanculo”

“Ti amo anch’io, domani mi farò perdonare, promesso”.

Michele prese l’auto e si fiondò sulla strada provinciale 17 che conduceva a Montesolo. Ad ogni curva avrebbe potuto ammazzarsi, doveva fare più in fretta possibile. Passò a prendere Alessia davanti ai binari della stazione abbandonata, in un luogo in cui nessuno avrebbe mai potuto vederli. Alessia saltò in macchina e senza nemmeno parlarsi, salutandosi soltanto appena, proseguirono per la strada che portava al bosco. Al primo spiazzale buio, comodo e abbandonato, parcheggiarono la macchina ed iniziarono a strapparsi i vestiti di dosso!

“Vieni qua Michè!”

“Maronn mia che ti fazzo mo”

Si spogliano ed iniziarono a toccarsi i sessi, poi a baciarseli. Michele spingeva la testa di Alessia sul suo membro e Alessia stava al gioco. Mentre godevano in questo modo con una mano abbassavano i sedili dell’auto. “Mettiti sotto, mettiti”. “Dì che sei la mia porca”. “Si, sono la tua porca”. “Ahhhhh!”. “Così, così, di più”. “Più a destra, più a sinistra, più al centro!”. Michele pensava di essere un motore a stantuffo e Alessia la sua vaporiera. 

“SI! Dio, ti vedo, finalmente, si!” urlò di piacere Michele e intanto, non era Dio ad averlo visto, bensì il proprietario del terreno dove si erano appartati a fottere. Li aveva colti proprio nel momento di massimo godimento, a cui di solito segue il momento della sigaretta e del relax. Era un pastore munito di torcia elettrica e di fucile, li fissava dal finestrino sconvolto. Panico. Quando Michele lo guardò negli occhi, il pastore urlò: “Filomè, chiama li carabbinieri, ci stanno due puorci ind’a la terra nosta!”.

Senza perdere nemmeno un secondo utile, Michele accese l’auto facendo girare la chiave col gomito e col piede nudo premette l’acceleratore mentre con un pollice inseriva la seconda marcia. E schizzò via sulla strada. Si rivestì del tutto quando ormai erano già quasi arrivati nel foggiano, tanto era stato lo spavento. Superarono un posto di blocco mezzi nudi. Infine trovarono un bar in mezzo a un campo di grano, dalle parti di Candela. Ordinarono una birra e si dissero: “stiamocene qua stanotte, ci inventeremo un’altra scusa per non tornare a casa”.

“Le novelle della quarantena”, un racconto al giorno per chi si è chiuso in casa. Giorno 2: “All’Osteria fuori dal mondo”.

Giorno 2, dedicato ai piacere del bere. Un racconto scritto da Luigi Capone ed interpretato da Francesco Prudente e dal maestro Luigi Bellino al piano. (Immagine in evidenza: “Soir blue” di Edward Hopper, 1914)

All’Osteria fuori dal mondo

Ogni respiro, ogni alito, ogni movimento d’aria erano ormai diventati un’ossessione per il povero Marco, impiegato delle poste in malattia per sfuggire al diffondersi del contagio in città. Si era barricato in casa, in un mondo cartaceo e digitale fatto di libri che non aveva mai letto e di serie tv per cui era troppo indaffarato un tempo. Ma la notte tra il 9 e il 10 marzo, il nostro eroe, si accorse di aver finito le sigarette. Ne aveva consumate in quantità industriale e quella grande scorta che aveva fatto, era già esaurita. A nulla gli serviva tutto quel cibo che aveva acquistato alla Coop -800 euro di prodotti alimentari- se non poteva fumarsi una sigaretta. 

Il nostro eroe si fece coraggio e di vestì con abiti mai messi prima, per essere sicuro che non fossero contagiati. Tasca destra un flacone di amuchina. Tasca sinistra una bottiglietta di alcol per eventuali ferite. Scese di casa verso l’una di notte, dopo tanti tentennamenti, con una sciarpa davanti alla bocca, non essendo riuscito a recuperare mascherine monouso da nessuna parte. Scese per le scale, aprì il portone, respirò e l’aria gli sembro prender fuoco dentro ai polmoni. Pensò di strisciare lungo i muri fino al distributore automatico, a circa cinquecento metri di distanza, ma poi pensò: “Devono averlo contaminato”. Cammino al centro della strada e si accorse con grande stupore che i ciclisti, gli automobilisti e i pedoni, nonostante il divieto governativo, uscivano tranquillamente a godersi la serata quasi primaverile. Ogni volta che veniva quasi avvicinato da una persona sentiva arrivarsi in petto una frecciata, allora si mise a correre per tagliare i tempi del suo supplizio. Arrivato davanti al distributore, si infilò un paio di guanti in lattice e prese tre macchi di Winston. Ora doveva tornare indietro con le forze che gli erano rimaste. “Coraggio Marco ce la fai, coraggio, devi farcela non hai scelta” continuava a ripetersi. Chiuse gli occhi e partì. Purtroppo trovò un assembramento di ubriachi davanti alla grossa porta in legno di un locale in cui non era mai entrato. Per paura di loro finì catapultato dentro all’Osteria, pregna di fumo. Si sedette frastornato e chiese: “Ma voi non dovevate essere chiusi?”. “No, noi siamo l’Osteria fuori dal mondo, di che stai parlando? “C’è un’ordinanzia ministeriale che…”. “Le ordinanze ministeriale non fanno parte del nostro mondo, cosa ti faccio da bere?”. “Fammi un vodka tonic”. Marco finì assorbito in quel posto in cinque secondi. “Che noi siam tutti qui a far bisboccia mentre là fuori son morti di paura, guarda quello” disse un vecchio indicando il nostro povero eroe. “Fammi accendere” disse il vecchio al barista che gli fece prontamente accendere il sigaro. “Vedi”, disse poi rivolgendosi a Marco, “lì fuori è tutta una messa in scena, te lo dico io”. “Dammi altri due coriandoli” disse un altro uomo con le mani sul bancone e il barista gli allungò altre due ciotole di stuzzichini sicuramente infettati. “Un altro prosecco”, “un altro cicchetto”, “fammi un panino và…”, bevevano e gozzovigliano beati. 

Marco ordinò un altro vodka tonic e poi un altro ancora fino a che non gli uscirono queste parole dalla bocca: “Posso restare in questo mondo per favore?”. 

“Certo, tanto comunque non ne puoi uscire più ormai”. 

“Le novelle della quarantena”: un racconto breve al giorno per chi si è chiuso in casa. Giorno 1: “L’isola”.

Da oggi in poi pubblicheremo una novella al giorno per quattordici giorni (il periodo di incubazione del corona virus), esclusi imprevisti. Le novelle sono scritte da Luigi Capone e sono recitate da Francesco Prudente. Ciascuna di esse rimanda alla bestialità che può venir fuori in mancanza di leggi, quando l’uomo ha paura.

Non serviranno solo a far compagnia ai reclusi, di cui siamo i primi rappresentanti, ma serviranno anche a svelare delle profonde verità dietro la menzogna del racconto.

“Il romanzesco è la verità dentro la bugia” – Stephen King

Audioracconto letto da Francesco Prudente
  1. L’isola

Luca ed Elena giravano intorno all’isola incessantemente, era questo il loro passatempo preferito. Da quando avevano avuto l’idea di andarsene a vivere su quell’isola per sfuggire al virus che correva in città, erano sicuri di non essere stati mai visti da occhio umano, passeggiavano tranquillamente lungo il bagnasciuga sicuri e felici di essere completamente da soli. Il clima mite e il sole, le palme, parevano rendere quella quarantena estrema una piacevole vacanza di un padre a spasso con la figlia quattordicenne e forse così sarebbe stato se non fossero venuti mai a conoscenza della verità. L’isola era infatti abitata anche da un altro uomo, Paolo, un vecchio che stava lì già da prima della pandemia per vivere da eremita e per custodire le bellezze del posto. Paolo li aveva visti arrivare la mattina stessa che iniziarono ad abitare l’isola, ma grazie alla sua ottima conoscenza della stessa era riuscito a fare in modo di non farsi vedere da loro per quasi due anni. Per due lunghi anni, Paolo riusciva a vivere nella zona interna dell’isola, tra la fitta vegetazione fatta di grossi arbusti e ad evitare perciò ogni contatto umano. Luca ed Elena, invece, quando per puro caso lo videro dietro gli alberi, non rimasero indifferenti.  Luca disse alla figlia: “Quest’uomo è un grosso pericolo per noi, potrebbe essere infetto”. “Hai ragione Papà” rispose Elena “dobbiamo difenderci, dobbiamo fare qualcosa”. Quella stessa notte Elena entrò nella foresta nel punto esatto in cui aveva avvistato l’uomo, percorse pochi passi e scoprì l’abitazione del coinquilino indesiderato, una capanna non molto grande con una tenda al posto della porta. Elena entrò con passi felpati in assoluto silenzio, tirò fuori il coltello e mirò il letto illuminato soltanto dalla luna sul quale dormiva una donna. Elena pian piano si avvicinò e le recise la vena del collo chirurgicamente, facendola morire dissanguata in pochi secondi, e andò via. Quando Paolo tornò nella capanna, trovò il cadavere della donna con la quale tanti anni prima aveva concepito Elena. A quel punto, avrebbe voluto svegliarsi dall’incubo ma non andò proprio così.

“Allegri che tra poco si muore”, un romanzo dal titolo ottimista per una provincia già morta

di Luigi Capone

Trattasi proprio di un romanzo vivo per una provincia già morta, fuori moda, fuori contesto. Un libro per chi non ha il tempo di leggere dovendo pensare agli stress quotidiani, un libro per sradicati, illusi trasferitisi all’estero o peggio ancora nel nord Italia; un libro per chi, avendo ormai coscienza e conoscenza di sé, varcata la soglia dei 33 anni, non ha paura a mettersi a nudo e a fagocitare mostri che riempiono queste pagine e finalmente era il caso di rendere oggetto di una discussione.

Un’intera estate di presentazioni-spettacolo in Alta Irpinia: tutto ha inizio fuori dall’Irpinia, nell’incantevole cornice di Montecorice nel Cilento, nella terrazza del ristorante di Nigel Lembo tra note blues sotto la luna con Antonio Maiuri e tuffi nel buio. Il tour irpino inizia nella glaciale e piovosa Frigento in luglio, poi Teora tra polemiche e foto nella sala consiliare, Ariano Irpino nella quasi indifferenza dei clienti del bar Irpinia, il gran casino di Villamaina con tanto di jam session e gozzoviglia fino alle cinque del mattino, Trevico con i suoi abitanti paranoici, con la casa della paesologia piena di gente improbabile – ma anche con la casa di Gianni Panzetta e della sua saggezza-, la festa del libro di Sant’Andrea di Conza – paese della birra e della sanità mentale – previa visita alla scala verso il nulla al confine con la Basilicata, lo Sponz Fest di Calitri con il suo vortice di personaggi ed eventi che ci ha risucchiati per giorni interi facendomi finalmente sbucare, quasi sorpreso, di nuovo al nord: in Emilia.

E’ in Emilia Romagna, infatti, che questo romanzo sta spiccando il volo. La prima data, quella del 2 novembre all’Osteria dello Scorpione di Bologna, è stata una performance musicale e recitativa appassionata, quasi irripetibile, un simposio notturno tra note famose e originali, cibo lucano ed emiliano, vino a piacimento.

La data a Modena alla libreria Ubik, dove i piccoli scrittori locali sono accorsi incuriositi e io parlavo non tanto di Irpinia, quanto di solitudine ed isolamento, le cifre del nostro tempo.

Aspettando ancora a Bologna la data del 10 agosto alla Confraternita dell’Uva (titolo evocativo preso da un libro di John Fante), il romanzo andrà a passare le vacanze di Natale al sud, vicino all’Irpinia, un pò più giù, ad Eboli, laddove Cristo non si è fermato e noi si, il 27 DICEMBRE AL BAR RIFRULLO, ORE 20.30. Sarà uno spettacolo sulla falsariga di quello allo Sponz Fest ma arricchito di nuovi spunti natalizi e non solo. La formazione al completo sarà: Luigi Capone e Francesco Prudente – voci narranti; Giulio Lardieri – basso elettrico melodioso; Enzo Perna – chitarra elettrica disturbata.

E’ un libro emigrante, che torna a casa a Natale e poi anche ad agosto. Quale miglior modo per ritrovarsi ubriachi sotto la neve e respirare l’aria del sud, quell’aria tante volte maledetta ma di cui bisogna nutrirsi di tanto in tanto, come un veleno, a piccole dosi ma intensamente.

 

Recensione di Giovanni Iozzoli: 

Il romanzo è in vendita al seguente link: 

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