Il calendario del panico – gli incontri estivi con Irpinia Paranoica

In occasione dell’uscita del secondo volume della trilogia paranoica, Lezioni di panico (Edizioni Artestampa, Modena, 2020), Irpinia paranoica incontra i propri fan con una serie di eventi. Vi invitiamo a partecipare e ad esternare le vostre inquietudini, il vostro dramma esistenziale, i vostri attacchi di panico quotidiani in una sorta di simposio letterario-alcolico.

Ecco le date del tour:

19 luglio ore 19:30 – centro studi Giordano Bruno – Castelfranci

23 luglio ore 19:00 – La Posta – Grottaminarda

31 luglio ore 21:00 – Bar La Controra – Montella

1 agosto ore 19:30 – Casina del Principe – Avellino (ospite di Flc Cgil ed Arci)

2 agosto ore 19:30 – Bar San Bernardino – Lioni

7 agosto ore 19:30 – Piscina di Teora – Teora

8 agosto ore 19:00 – Naima la libreria nel Ludovico – Montemiletto

9 agosto ore 19:30 – Bar Zetaquadro – Zungoli

16 agosto ore 19:30 – Da Ngiulino a Cairano – Cairano

Date da confermare:

Festa dell’Unità – Nusco

Sponz fest 2020 – Calitri

“I racconti dei sopravvissuti” – Numero 3 – “Gli ascensori” – AUDIORACCONTO

Terzo e ultimo racconto della trilogia dei sopravvissuti. Racconti post Covid e post apocalittici per restare a casa. C’è qualcuno che preferisce il lockdown. La società è sprofondata così tanto nel degrado e le persone sono peggiorate sino a tal punto che, forse, chiudersi in casa o fuggire su un’isola deserta sono le uniche soluzioni per continuare a sopportare la vita.

Testo di Luigi Capone. Voci di Bruno Ricci e Francesco Prudente. Musica di Luigi Bellino. Immagine di copertina di Dante Mele.

AUDIORACCONTO:

GLI ASCENSORI

Gli ascensori erano impazziti. Salivano e scendevano anche in obliquo all’interno del Palazzo, senza freni. Claudio stentava a capire il disegno che sicuramente c’era dietro a quel sistema. Era entrato normalmente nell’edificio attraverso un portone in vetro e ferro battuto, dal piano terra partiva sulla destra una lunga scala a chiocciola in pietra grigio-scura, circondata da una balaustra ferrata, che conduceva fino al piano 22. Frontalmente, invece, gli si stagliava contro l’ascensore, a cui si accedeva attraverso una porta uguale a quella del portone d’ingresso. Al decimo piano c’erano gli studi di medici, psicanalisti e psichiatri, tra cui quello del Dottor Spada che assisteva il nostro Claudio. I primi dieci piani erano stati riempiti dai tutori della giustizia: i primi tre erano riempiti dalle forze di polizia, dal 4 al 6 le forze armate dell’esercito, dal 7 al 9 i generali e gli alti gradi delle milizie, al decimo gli studi di medici e scienziati, all’undicesimo una zona segreta alla quale non si poteva accedere. Quando Claudio entrò nell’ascensore, notò prima di tutto il grosso specchio attaccato alle pareti in legno che rifletteva i bottoni dei relativi piani: mancavano l’11 e il 22. Come poteva, un palazzo così importante, avere un aspetto così tetro e decadente? Persino i bottoni dell’ascensore erano anneriti, lo specchio era sporco e deformava i riflessi, il legno era marcio, il tappetino rosso a terra impolverato. 

Claudio premette sul 10 e l’ascensore iniziò a salire normalmente ma non si fermò al decimo piano, aumentò progressivamente la propria velocità e proseguì fino al 21 dove si fermò bruscamente schiantandosi contro un muro. L’assistito dallo psichiatra si sentì il cuore in gola e provò ad uscire. Aveva scoperto che dal piano 12 al 14 vi si trovavano gli amministratori locali, dal 15 al 17 vi si trovavano i parlamentari, dal 18 al 20 la Presidenza dello Stato. 

Quando mise piede al ventunesimo piano si accorse immediatamente di trovarsi nel bel mezzo di una specie di redazione giornalistica. Mentre ci camminava in mezzo, nessuno badava a lui, così arrivò a scorgere oltre un muro in cartongesso la zona separata dalla redazione, che era dedicata agli informatici, giovani occhialuti con gli sguardi fissi sul monitor per programmare o riprogrammare qualcosa: un linguaggio a sé che Claudio ignorava completamente. La sua presenza era talmente insignificante che nemmeno gli avrebbero risposto se avesse provato a chiedere qualcosa, così decise di tornare nell’ascensore. 

Questa volta trovò l’ascensore in posizione obliqua, si guardò intorno per chiedere spiegazioni ma era come se lui fosse invisibile, non poteva ottenere risposte. Salì comunque sull’ascensore aggrappandosi alla maniglia e provò a ripremere il bottone col numero 10. L’ascensore, però, si rimise in movimento da solo e la paura di prima si era trasformata in puro terrore. Si muoveva velocemente in obliquo fino a che non si schiantò contro un altro muro, Claudio uscì di corsa e di fronte a lui vide soltanto una finestra impolverata. Tutto il piano era in obliquo e la forza di gravità lo invitata a lanciarsi nella finestra in modo da romperla e precipitare giù. Affrontò il suo problema con le vertigini e provò a guardare di sotto: la normale folla di persone che si muovevano come in un formicaio, ignara di tutto ciò che stava capitando all’interno del Palazzo. La scelta era tra buttarsi di sotto o tornare nell’ascensore. Scelse la seconda opzione. Anche stavolta l’ascensore iniziò a spostarsi autonomamente seguendo strane traiettorie che sballottolavano Claudio da una parte all’altra. E sbam! Il radio era andato quando l’ascensore si schiantò finalmente al piano terra e probabilmente anche un tendine. Immaginò lo schema del suo scheletro messo a dura prova, per un attimo, poi si fiondò fuori per uscire fuori da quell’incubo. Fu fermato, però, da una ragazza dai capelli neri a caschetto, dal volto pallido, che lo scaraventò sulla panca di legno all’inizio della scala a chiocciola. La moretta bianca in volto gli tirò fuori il membro e gli salì sopra. Nel bel mezzo di questo assurdo rapporto sessuale Claudio vide una donna con la testa mozzata scendere dalla scala a chiocciola lentamente, li guardò copulare immobili e se ne andò dal portone di uscita. L’uscita era lì, a portata di mano, e Claudio invece stava scopando a due metri da essa, con le ossa rotte. Proprio mentre stava per venire fragorosamente si svegliò dall’incubo. Aprì gli occhi e si ritrovò nel suo letto. Tirò un forte sospiro di sollievo e si alzò, sorridendo si vestì per andare dallo psichiatra che lo attendeva. Ma quando uscì dalla sua stanza da letto si ritrovò davanti nuovamente l’ascensore e, sopra di esso la scritta: PIANO 11. Lì c’erano le stanze di tutti quelli che vivevano da solo e che senza accorgersene, morivano ogni giorno.

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Ecco i link agli altri due racconti dei sopravvissuto ed alle 14 novelle precedenti:

“I racconti dei sopravvissuti” – Numero 2 – “Voltarsi dall’altra parte per non rivedere le stelle”. AUDIORACCONTO

Testo di Luigi Capone, voce di Francesco Prudente, musica di Lorenzo Tuccio, immagine di copertina di Sara Nicoletta.

Alla fine si capì che non sarebbe mai finita. Il governo italiano non riuscì più a contenere la situazione, era un suicidio di massa: la gente iniziò a riversarsi per le strade in preda al delirio e moriva sempre più velocemente, l’esercito era stato piazzato a tutti gli angoli, ogni tipo di attività era stata sospesa, ogni tipo di vita, ma l’istinto di sopravvivenza urlava vendetta ed era completamente cieco, andava incontro alla propria fine pur di vivere qualche attimo di normalità. 

Un bel mattino sparì l’esercito, sparirono i preti che si ostinavano a predicare la fine del mondo davanti alle chiese e la società si rimise in molto lentamente, apparentemente con lo stesso ritmo di prima. Da quando il mondo era arrivato a vedere la propria popolazione decimata fino a 1 miliardo, gli esseri umani avevano sviluppato finalmente l’immunità di gregge e lo stile di vita adottato fino a quel momento, divenne ecosostenibile.

In pieno autunno si respirava la stessa aria di quei noiosissimi agosti in città, tra canicola e desolazione, quando c’era un solo bar cinese aperto pieno di mosche nei Campari.

“Gli anni ’20 iniziano ora in tutto il loro splendore, con una nuova consapevolezza, con un senso della vita rinnovato, con una speranza maggiore nel futuro e con un entusiasmo che non avevamo mai conosciuto prima. Cittadini italiani, è il momento di splendere, ora, splendete!”.

Il discorso del Presidente della Repubblica Silvio Berlusconi fu seguito a reti unificate in molte zone del mondo poiché l’Italia era stata, durante tutto il periodo della pandemia, il paese occidentale più colpito. La penisola era stata studiata da tutti, per capire come mai la sua popolazione si muovesse così freneticamente da una parte all’altra del globo. 

Juri ascoltò la notizia in diretta sul suo smartphone, ritenuto ormai l’unico fedele compagno da quando aveva realizzato che di tutte le persone conosciute sui social non era rimasto che l’involucro che le conteneva, ovvero il cellulare stesso. Decise di uscire dal torpore secolare l’ultimo giorno di ottobre, si mise a camminare con le mani in tasca e con una mascherina su bocca e naso. Le foglie secche danzavano al passaggio dei tram, i semafori snervavano gli automobilisti che starnutivano inferociti al freddo di prima mattina.
Juri aveva perso il lavoro e lo Stato, aveva smesso di erogargli il reddito di emergenza. “Saremo tutti più buoni”, “saremo una grande comunità”, “il capitalismo sfrenato rallenterà”, “impareremo la lezione”. Tutti gli slogan che erano stati pronunciati furono smentiti da una semplice passeggiata in centro. Erano tutti più incarogniti di prima; la misantropia che un tempo apparteneva solo a Juri si era estesa a tutta la popolazione. Nessuno voleva più incontrarsi o avvicinarsi ad un altro essere umano, molti avevano ormai paura anche di scopare. Attraversando le strade del centro, Juri notò che gli unici negozi superstiti, che avevano resistito alla crisi economica e al conseguente fallimento dell’Italia indebitatasi fino all’osso, erano quelli delle grosse multinazionali: Hugo Boss, Armani, Benetton, Apple store, McDonald’s, Ikea. A questi, però, si erano aggiunte le multinazionali cinesi: i grandi ingrossi di articoli da abbigliamento, elettronica e merci di qualsiasi tipo.

Le piccole botteghe scomparvero del tutto. I bar erano stati demonizzati dall’opinione pubblica ed erano stati additati come i maggiori colpevoli della diffusione del contagio. Il turismo, che in passato aveva trasformato gli abitanti delle città del nord in parassiti che campavano di rendita sugli immobili ereditati dai loro genitori, era totalmente scomparso; anche i giovani rampolli dovettero andarsi a cercare un lavoro.  Non si incontrava più tedesco, inglese o giapponese per strada. La quantità di rider in circolazione aumentò esponenzialmente, giacché era sempre crescente la domanda di cibo a domicilio ed ogni tipo di lavoro veniva svolto, quando possibile, rigorosamente da casa. La destra italiana nordista gioiva per l’abolizione definitiva del 25 aprile e del primo maggio, la media borghesia gioiva per l’abolizione dei concerti, sostituiti da locali attrezzati per la “silent disco” con distanze di sicurezza di almeno un metro. Tornarono con maggiore forza e rabbiosa ignoranza cieca gli antiabortisti e i no-vax, forti del nuovo consenso della classe media.

Anche Juri fu assunto come rider da un ipermercato cinese. Gli fu chiesto di presentarsi di buon mattino con una divisa rossa e un cappellino. 

Alle sette era già lì.
“Buongiorno, Signor Wang, sono pronto”.

“Muoviti, devi andare a consegnare le colazioni. Non intrattenermi in chiacchiere inutili, lo sai che odio parlare la vostra stupida lingua. Inizia ad imparare il cinese se vuoi continuare a lavorare qui per molto”.

“Certo, Signor Wang, nel mio tempo libero studierò”.

“Il tuo turno inizia con le colazioni dalle 7:00 alle 11:00. Continua con i pranzi dalle 12:00 alle 14:15. Dalle 18:00 devi andare a consegnare gli apertivi e le cene fino a mezzanotte. Se sbagli, paghi. È tutto chiaro?”

“Certo, Signor Wang”.

“La prossima volta che parleremo sarà in cinese, ricordatelo”.

Juri prese la bicicletta fornitagli dall’azienda e iniziò le consegne.  La prima consegna che doveva effettuare era nel palazzo della famiglia Monari, noto covo di avvoltoi, avvocati e leccaculo dei potenti che si era arricchita speculando sul traffico di mascherine, medicinali e false cause contro i poveri cristi. “Salga al quinto piano a piedi, l’ascensore è riservato a noi, non bussi alla porta, lasci il pacco davanti alla porta ben sigillato, poi se ne vada immediatamente, quando è andato via suoni di nuovo al citofono per avvisarci che se n’è andato, grazie”.

La seconda consegna della colazione era poco distante ma sbadatamente, rimontando in sella, passò a meno di un metro da una donna con il passeggino. “Feccia umana!” gli urlò la donna! Lei potrebbe aver infettato il mio bambino, capisce? Il mio bambinoooo, mio figlio!”. Mi scusi signora sono desolato, la Wang & company le offre la colazione gratis. “Mi sembra il minimo!”. I soldi, Juri, li avrebbe messi ovviamente di tasca sua. Così funzionavano le regole della multinazionale. 

Alla fine della giornata lavorativa, quando faceva il cambio con i riders notturni, non ricevette nessuna paga. Soltanto chi riusciva a resistere per un mese senza essere pagato aveva il diritto ad essere assunto con un contratto regolare di sei mesi rinnovabile. 

Quando fu solo, all’interno del suo monolocale, mise su un vecchio disco di Kenny Wayne Sheperd, che aveva comprato quando esisteva ancora la musica suonata con gli strumenti musicali. “È ridicolo” pensò “mio padre diceva che prima o poi il socialismo avrebbe vinto e che la nostra classe avrebbe avuto la sua rivalsa sulla borghesia. Anche il governo ci diceva che saremmo stati tutti più buoni…ci diceva che quando sarebbe finita… Io non vedo l’ora che finisca! Ma tra quattro ore si ricomincia. Devo pagare l’affitto. I signori Monari vogliono i loro stramaledetti cornetti glassati, i cappuccini e i biscotti. Pensavo che un giorno sarei arrivato in alto, non in alto come Juri Gagarin, ma abbastanza in alto, e non soltanto al quinto piano della famiglia Monari”.

“I racconti dei sopravvissuti” – Numero 1 – “Ora et labora, lettera dal 2023”. AUDIORACCONTO

Inizia oggi la seconda parte delle novelle scritte in questo periodo surreale che ci tocca vivere. “I racconti dei sopravvissuti” compariranno a sorpresa più o meno una volta alla settimana su questo blog, tra un discorso di Conte e una pubblicità. I testi sono tutti scritti da Luigi Capone, la voce e l’audio è a cura di Francesco Prudente.

Numero 1: Ora et labora – lettera dal 2023. Testo e musica di sottofondo: Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Anna Lisa Amodio, Angelo Rizzo. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Ora et labora – Lettera dal 2023

Il virus fu debellato quasi del tutto dopo che i giapponesi trovarono una cura che funzionava sul 90% dei casi. Il problema arrivò qualche mese dopo, quando lo stesso laboratorio nipponico annunciò che il virus si era evoluto in qualcos’altro: era diventato centinaia di volte più contagioso e potenzialmente letale anche per i giovani in salute. Il pericolo di morire, ormai, riguardava tutti ed era naufragata la speranza di eliminare i più deboli.

Non ci fu mai il tanto agognato ritorno alla normalità, dato per certo durante i tanti mesi di quarantena. Tra l’altro, non si capiva di quale normalità si stesse parlando, quella di un mondo malato che pensava solamente a correre avanzando a braccia aperte verso l’autodistruzione? Inizialmente, sigarette, alcolici e psicofarmaci avevano aiutato a sopportare la situazione, poi all’improvviso sparirono dalla circolazione. Aumentarono in maniera esponenziale i suicidi. Mentre all’inizio dell’epidemia molti cantavano dai balconi, quelle stesse persone adesso si buttavano di sotto. 

Le limitazioni alle libertà attuate all’inizio, non cessarono mai di rimanere in vigore, anzi furono rafforzate ed estremizzate.

Nel giorno di Pasqua del 2022, si registrarono miracolosamente zero nuovi contagi e zero decessi in tutto il mondo. Da quel momento miliardi di persone si convertirono al cristianesimo e decisero spontaneamente di sottomettersi alla Chiesa di Roma. Con il fallimento delle democrazie occidentali e con la loro inefficacia nel fronteggiare l’espansione del virus a macchia d’olio, la Chiesa acquistò un potere temporale illimitato, il Vaticano tornò ad essere non solo l’unica sede di comando sulle anime smarrite che invocavano l’intercessione di Dio, della Madonna e dei santi, ma anche il luogo dal quale si emanavano leggi; il parlamento europeo fu sostituito dal consiglio dei cardinali coordinato dal Santo Padre, il Papa, che sancì la fine degli stati nazionali e la restaurazione del Sacro Romano Impero, allargato e rinominato Nuovo Stato Teocratico. Il regime teocratico elesse dopo tanti anni un Papa italiano, Alessandro IX, il quale intervenne radicalmente sulle abitudini della vita quotidiana: vietò in modo permanente gli alcolici e il tabacco, furono vietati i medicinali, le cure ospedaliere e gli psicofarmaci (perché non dovevamo crederci padroni delle nostre vite), furono messe al bando tutte le immagini pornografiche, fu proibito fornicare e masturbarsi, l’unico rapporto ammesso dal Nuovo Stato fu quello a fini riproduttivi. Fu reintrodotto il Tribunale dell’Inquisizione, vennero sciolti tutti i partiti politici e tutte le associazioni, per qualsiasi fine, ogni circolo ricreativo fu riconvertito in caserma, tutte le altre confessioni religiose furono perseguite legalmente con pene severe, furono ripristinati l’obbligo di leva e la pena di morte. Il libero mercato fu sepolto definitivamente e sostituito da un sistema autarchico: i supermercati vennero sostituiti da piccoli mercati contadini a km 0, il veganesimo fu imposto per legge e a causa della contaminazione degli animali ogni prodotto di derivazione animale venne totalmente bandito. L’uso di Internet e dei cellulari fu riservata soltanto agli alti prelati e agli alti funzionari della Chiesa. Ogni bar, ristorante, discoteca, museo, centro estetico e qualsiasi altra attività considerata non necessaria, fu confiscata e messa a disposizione della Chiesa, dell’esercito e della polizia penitenziaria. Metà della popolazione italiana contagiata, finì per essere confinata nelle mura delle prigioni, molte delle quali sulle isole, dove finivano per essere gettati in fosse comuni;

coloro i quali venivano considerati eretici, venivano gettati dalle Rupi Tarpee, edificate appositamente in ogni comune del Nuovo Stato Teocratico. Gli eretici erano coloro i quali volevano conservare il vecchio stile di vita fatto di peccati carnali e vizi, avevano trasformato le loro case in chiese clandestine dove pregavano un dio pagano che li incitava ad inseguire il piacere. Per difendersi dai contagiati rimasti in clandestinità e dagli eretici che erano scappati all’Inquisizione, il Nuovo Stato iniziò a produrre armi da fuoco da consegnare a tutta la popolazione sana, sottomessa e ligia al dovere. Era permesso, anzi consigliato, di sparare ai malati e agli eretici. 

Col drastico calo della popolazione in libertà, si poterono continuare a mantenere tranquillamente le misure di distanza necessarie per evitare l’espandersi del contagio e la strategia sembrava funzionare alla perfezione.

Una mattina, uno scapolo quarantenne che era stato risparmiato dal sistema perché non si era mai ammalato nemmeno di un’influenza in tutta la sua vita e perché apparteneva ad una fervente famiglia cattolica, uscì di casa per recarsi al lavoro all’ufficio postale, che nel frattempo si era riconvertito in Sacro Ordine della Posta e delle Telecomunicazioni, unico ente superstite per comunicare a distanza. Sistemò il carico di pacchi e lettere sul suo scooter e iniziò, come ogni, il giro della città come postino. Quella mattina, Adriano andò a far visita, per prima, ad una vecchia signora cui era destinato un pacco proveniente dalla Trinacria.  Prima di partire, lo aprì e, come da prassi, vi frugò dentro: acqua benedetta, immagini di santi, un ferro di cavallo, degli amuleti che non aveva mai visto prima, della farina e del lievito di birra. Tenne per sé la farina e il lievito di birra e andò a consegnare tutto il resto all’anziana donna.

Suonò al citofono e la donna, spaventata, non rispose. Adriano, allora, urlò alla finestra: “Sono il postino! La pace sia con lei! Apra, gentilmente, ho un pacco!”.  Assunta Russo -questo era il nome scritto sul citofono- si affacciò alla finestra imbracciando il fucile appartenuto a suo marito: “Chi siete, che volete?”. “Signora, gliel’ho detto, sono il postino, guardi, le mostro il tesserino, sono sano e sono un dipendente del ‘Sacro Ordine della Posta e delle Telecomunicazioni’, guardi il distintivo e la mia divisa”. “Lasciate il pacco davanti alla porta e andatevene”. “Ma lei deve mettere una firma qui ed autenticare il pacco con il Codice che attesta che lei è una Donna Fedele”. La donna lo osservò bene e poi disse: “Salite e fate in fretta, altrimenti vi sparo”.  La casa della vedova puzzava già di cadavere e i pavimenti non erano più stati lavati dalla morte del marito. I muri erano pieni di immagini sacre ed in cucina, sopra alla Tv con un solo canale, quello Statale, una grande immagine del Pontefice Alessandro IX. “Ecco, signora… per favore, adesso dia un’offerta per il Sacro Ordine, le ricordo che è obbligatoria”. Assunta pagò con la nuova valuta, i sesterzi, ed aprì la porta invitando Adriano ad andarsene: “La pace sia con lei”. “E con il vostro spirito”.

L’indirizzo del secondo pacco che Adriano doveva consegnare, era dall’altra parte della città. Recava la scritta: “Con urgenza per Anna Maria Vaccari”. Come al solito il postino aprì il pacco e ci frugò dentro: una frusta, un pacco di sale, delle pillole, una bottiglia di whisky scozzese, delle corde, tre coltelli. Il pacco conteneva anche una lettera.

“Anna Maria, resisti, continuando così andrà tutto bene”.

Adriano suonò al citofono e Anna Maria aprì senza nemmeno rispondere. Sul campanello c’era scritto “terzo piano”, il postino salì e trovò la porta spalancata.  “La pace sia con lei”. “E con il tuo spirito, postino. Vieni in salotto”. Avanzò timidamente e quando arrivò in salotto uno spettacolo macabro gli si mostrò davanti. Una donna alta e longilinea, dagli occhi spettrali e dai capelli d’oro, bellissima e senza abiti, con la schiena ricoperta di cicatrici e grondante sangue. “Vieni, postino, accomodati”.

“Ma che sta succedendo qui?”. “Non lo vedi? Mi sto purificando” e la giovane donna continuò a colpirsi sulla schiena con una grossa cinghia. “Consegnami il materiale”. “Ecco a lei…deve firmare qui…”. Firmò senza esitare. “Posso chiederle perché si sta frustando in questo modo? Perché pensa di potersi purificare così e perché crede di avere il bisogno di purificarsi, e da cosa?”. “Voi delle Poste siete tutti degli idioti. Frustami tu, io ne traggo piacere”. “Signora, mi dispiace molto per lei ma, se è davvero così, lo sa che dovrò denunciarla alle Santissime Autorità?”. “Non lo farai”. “Senta, signora, sono mortificato ma lei deve rendersi conto che se la nostra società si trova in queste condizioni è stata colpa proprio dell’eccesso di libertà che le politiche precedenti avevano concesso. Ho chiuso un occhio per l’alcool che ha nel pacco e per quelle pillole che mi sembrano droghe, ma non posso soprassedere sulla pratica del sadomasochismo”. La donna si avvicinò lentamente ad Adriano che cercò disperatamente di allontanarsi ma la sua bellezza era così accecante che lo scapolo dovette cedere e si lasciò baciare”.

“Che cosa abbiamo fatto?! La saluto signora, io vado!”

“Fermati, taci per un attimo e rifletti: io sono infetta”.

Il postino rabbrividì e scoppiò a piangere. “Come? Lei è infetta? Ma sta scherzando? Se è così ha infettato anche me!”. “Di certo”. Incredulo e con voce tremolante aggiunse: “Ora dovrò togliermi la vita per non pesare sulle casse del Santo Stato”.

“Nient’affatto. Ora devi rimanere con me a purificarti. E questa volta, davvero andrà tutto bene. Ti spiegherò tutto: innanzitutto smetti di darmi del lei. Ascoltami. Tu credi che la libertà ci abbia condotti a questo: lo penso anch’io. Ma la libertà non è importante per me. Il vecchio Stato ci teneva all’oscuro della verità, esattamente come sta facendo il Nuovo. Anche tu non ti rendi ancora conto che esistono miliardi di verità al mondo, una per ogni essere umano, ma se farai la scelta giusta e rimarrai con me, io e te diventeremo una verità sola. Vivremo qui e non ci mancherà l’essenziale per sopravvivere perché gli altri eretici mi riforniscono puntualmente, devi solo continuare a fare il postino come se niente fosse e la sera, rincasare da me.”

“Così dovrei morire lentamente insieme a una traditrice? Preferisco uccidermi subito!”

“Non hai ancora capito? Sarai un eretico. Purificandoci sopravvivremo e il Nuovo Stato ci accoglierà. Noi eretici non vogliamo sabotare il Potere. Crediamo che Dioniso ci salverà se fornichiamo, se facciamo orge, se ci frustiamo e se facciamo uso di alcolici e di droghe. Abbiamo anche accesso a una rete internet criptata per comunicare tra noi a distanza. Saremo i privilegiati del regime se riusciremo a farne parte da cittadini normali. Apri gli occhi, questo è il giorno più bello della tua vita. Le possibilità che abbiamo ora, non le abbiamo mai avute in passato. Nella vecchia società non si poteva parlare di morte, essa era considerata un tabù. Quei vecchi edonisti consumisti e capitalisti pensavano di essere eterni, pensavano di essere liberi mentre erano già schiavi. Quando tutto era permesso, non riuscivamo a godere più di niente. Ora che tutto è proibito, invece, possiamo dar sfogo a tutte le nostre perversioni. Credimi, la situazione è eccellente. Tu sarai uno di noi”. Adriano era pallido e tremava. “Ho scelta?”. “No”. “La libertà è un’illusione su questa terra”. 

“Le novelle della quarantena”, ecco i link di tutti i 14 racconti. Votate il vostro preferito.

Breve considerazione dopo aver pubblicato 14 racconti brevi, uno al giorno, nelle scorse due settimane.
“Il romanzesco è la verità dentro la bugia”. Non esistono modi più efficaci del racconto romanzato per descrivere la realtà, particolarmente efficace in questo periodo storico in cui si scrivono montagne di articoli che parlano di altri articoli che polemizzano su altri articoli per analizzare le critiche su altri articoli. Non ne usciremo mai, così. Invece il racconto, nella menzogna fuori dalla realtà, descrive la verità.

Detto ciò, ecco di seguito i link ai 14 racconti. Votate il vostro preferito condividendo o commentando sulla pagina Facebook.

(Immagine di copertina: Marc Chagall, Sopra la città, 1918, Olio su tela di 56 x 45 cm. Galleria Tretyakov)

GIORNO 1: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/10/le-novelle-della-quarantena/

GIORNO 2: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/11/le-novelle-della-quarantena-allosteria/

GIORNO 3: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/12/le-novelle-della-quarantena-lauto-clandestina-giorno-3/

GIORNO 4: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/13/le-novelle-della-quarantena-il-complotto/

GIORNO 5:https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/14/le-novelle-della-quarantena-un-racconto-al-giorno-giorno-5-lu-lupu/

GIORNO 6: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/15/le-novelle-della-quarantena-hikikomori-giorno-6/

GIORNO 7: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/16/le-novelle-della-quarantena-pomodori/

GIORNO 8: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/17/novelle-della-quarantena-la-ballata-di-mina-rizzo/

GIORNO 9: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/18/le-novelle-della-quarantena-giorno-9/

GIORNO 10: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/19/le-novelle-della-quarantena-giorno-10/

GIORNO 11: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/20/giorno-11-il-gatto/

GIORNO 12: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/21/giorno-12-larte-di-essere-aurelio/

GIORNO 13: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/22/giorno-13-lappartamento-del-padre/

GIORNO 14: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/23/giono-14-il-musicista-del-titanic/

“Le novelle della quarantena”. Giorno 14. “Il musicista del Titanic”- VIDEORACCONTO

L’ultimo giorno di quarantena è dedicato a coloro i quali, credendosi inizialmente liberi, scoprono che la libertà è irraggiungibile sulla terra.

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Giacomo Buonafede, Matteo Castellino. Musica di Piergiorgio Maria Savarese. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Grazie a tutti coloro i quali hanno partecipato.

Audioracconto

Il musicista del Titanic

Messaggio vocale di Whatsapp: “Immagino che oltre questi tetti ci sia un mare calmo e delle barche ferme nel porticciolo, un ristorante proprio accanto che serve il pesce fresco a tavola. Sento l’odore della pioggia sole dell’imbrunire, da questa finestra primaverile e secca, dove l’aria è ferma, immobile, impolverata. Nemmeno una goccia è caduta negli ultimi mesi. Suono su questo balconcino all’ultimo piano perché so che la mia chitarra potrebbe rendere meno pesante la quarantena ai vecchi che abitano sotto di me e dall’altro lato della strada. La suono anche per te che sei così lontano”.

“I vantaggi della tecnologia” gli rispose Andreas. 

“Ma a chi voglio prendere in giro” pensò tra sé “Io suono solo per, su questa barca che sta affondando, le note ci ricongiungono alle stelle”. 

Javier aveva perso l’attaccamento alla terra da quando non aveva più la preoccupazione della ricerca della felicità. Con la pandemia che stava per mettere fine alla civiltà, l’unica paura era quella del dolore e della catastrofe, una paura molto più sopportabile, molto più distensiva e accomodante. 

Il trauma della massima delusione ricevuta in un momento di massima felicità era il vero trauma, per essere precisi.  Javier era un cherofobico, ogni suo gesto votato al miglioramento di sé o al raggiungimento di una dimensione serena gli recava una irrefrenabile ansia. Era sparita anche quella vergogna per la sua palese omosessualità. Grazie alla fine del mondo poteva essere finalmente se stesso. 

“Ascolta, Andreas, cosa ho scritto per te”.

“Javier, grazie. Spero di rivederti presto”.

Javier Carlos Del Sol era rimasto intrappolato a Salamanca, dove studiava al conservatorio, senza poter far ritorno a Granada. Si era innamorato intanto di Andreas e non poteva vederlo. 

“Andreas, dato che stavolta è la fine davvero della nostra società, io ti chiedo di vederci subito. Vada come vada, tanto da domani non sarà più lo stesso, anche se sono guarito dal Corona Virus e potrò uscire”. 

“Javier non so che dirti, sto qua con Josè…non se n’è ancora andato”.
“Io parto stanotte, sarò lì domani mattina”.

“Va bene, mi inventerò una scusa…ti aspetto…”.

In autostrada, con la chitarra a bordo e delle scorte di alcool e cibo, correva diretto in Andalusia. La radio non faceva altro che aggiornare la conta dei morti, su tutte le frequenze, eccetto una: “Radio Caos”, una nuova radio indipendente. Per cinque ore guidò ipnotizzato dai gruppi di Radio Caos: Joy Division, Pixies, Nick Cave and the Bad Seeds, solo per citarne alcuni.

Arrivato a Granada, parcheggiò in mezzo alla strada -tanto non circolava nessuno-, imbracciò lo strumento e salì al terzo piano del condominio, aveva appena albeggiato. Nel letto consumarono un rapporto e poi Andreas disse: “Dobbiamo raggiungere le colonne d’Ercole”. “Intendi la rocca di Gibilterra? Ma come?”. “Hai abbastanza gas in macchina?”. “Si ma sono le dieci del mattino e io non ho ancora dormito”. “Non preoccuparti, se non ce la fai guido io”. Javier provò ad inventarsi delle scuse ma non riuscì ad aver la meglio sulla sfrenata voglia di fuga di Andreas. 

“Partiamo”.

Lungo la strada Andreas beveva grandissime sorsate da una bottiglia di Jim Beam alternata a birra. Al km 120, quando Javier era giunto allo stremo e voleva fare il cambio al volante, Andreas dormiva come svenuto con la faccia spiaccicata sul finestrino. “Ti prego, svegliati Andreas!”. Gli diede uno schiaffo ma Andreas non si svegliava. In preda al panico Javier pensò che si sarebbe svegliato soltanto quando avesse visto la rocca di Gibilterra. 

“Eccola, Andreas, siamo arrivati”. Il compagno aprì gli occhi e, incantato dalla vista del promontorio aggiunse: “Facciamo questo tratto a piedi e saliamo lassù in cima”.

Con l’energia ritrovata Andreas riuscì anche a sfiancare il proprio corpo nuovamente mangiando un funghetto che aveva in tasca e tirando una striscia di cocaina distesa su una roccia liscia”.

Infine giunsero in cima.

“Qualcuno diceva che eravamo sul promontorio estremo dei secoli, eccolo, Javier”.

“Lo vedo. Lo conoscevo. Ma non l’avevo mai visto”.

“Adesso che cosa immagini che ci sia, oltre il mare?”

“Immagino che ci siano gli stessi errori di sempre. Un’altra terra infelice, perché consapevole di aver paura felicità”.

“In pratica, oltre tutto ciò, ci sei tu. Da oggi in poi torneremo a fantasticare su quello che c’è oltre”.

“Il mondo non ha più confini”

“Si. Ora l’hanno capito tutti. È imperscrutabile quello che c’è oltre il tuo tetto, proprio come questo oceano che si distende ai nostri piedi. Non c’è differenza tra la tua finestra e quest’ampia visione”.

“Affonderemo insieme”.

“Le novelle della quarantena”. Giorno 13. “L’appartamento del padre” – AUDIORACCONTO + VIDEO

Il giorno 13 è dedicato a coloro la cui morte non sarebbe un grave danno per l’opinione pubblica, ai “vecchi”, nella società in cui solo il nuovo ha valore.

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci, Angelo Campolo. Percussioni: Mario Puorro Video: Antonio Melchionno. Immagine di copertina: Luca Tuveri

Audioracconto

L’appartamento del padre

Continuava a radersi la barba ogni mattina per conservare la propria identità, per rispetto di sé, per non dimenticarsi di essere vivo. Si stirava scrupolosamente la camicia e indossava un bel cappello, si lucidava le scarpe, come se tutto fosse normale. Mario continuava a preservare la propria dignità di essere umano nonostante la scomparsa di sua moglie quindici anni prima, nonostante sua figlia non volesse più parlargli. 

“Tesoro, sono io” e lei attaccava. “Tesoro, ti prego, questa volta non attaccare” e lei metteva giù. Era una di quelle che si era costruita una propria vita indipendente a molti chilometri di distanza, in una città del nord Europa, e quasi si vergognava delle proprie origini, ma soprattutto si vergognava del fatto che il padre non avesse fatto abbastanza per tenere in vita sua moglie. Allora Mario si affidò alla segreteria telefonica: “Francesca, sono vecchio. Non ti contatto per irrompere nella tua vita, vorrei soltanto sapere se state bene. Anche se mi odiate, sei sempre mia figlia. Se non posso veder crescere i miei nipoti, almeno dammi qualche notizia di loro. Scusa per il disturbo. Ciao. Papà”. La donna in carriera che era diventata la sua bambina, non gli avrebbe mai risposto.

Anche a pranzo Mario continuava a conservare la propria dignità, non si limitava a sfamarsi, apparecchiava per bene, cucinava con cura e accendeva la tv.

“Sale la conta dei morti in Italia, l’unica buona notizia è che sono quasi tutti vecchi, quindi non c’è nulla da temere”, così apriva il telegiornale. Era una società in cui esistevano solo i giovani, anche se erano la netta minoranza del Paese: una nazione vecchia, debole, stanca e sterile che pensava di essere giovane e forte. 

La quotidianità di Mario era ammirevole. Non avendo più il giornale da leggere, dopo la chiusura di tutte le attività commerciali non essenziali alla sopravvivenza, aveva imparato ad usare il cellulare molto meglio dei ragazzini nativi digitali. Ogni mattina usciva di casa dopo aver letto le notizie e dopo aver fatto colazione con caffellatte, sigaretta e un bicchiere di grappa. Passeggiava, incurante dell’ordinanza di rimanere in casa. Camminava stando attento a non avvicinarsi a nessuno dei tanti giovani che trovava per strada, arroganti e sicuri di sé. A testa alta e con un sorriso fiducioso guardava avanti come se fosse sempre la domenica mattina di un tempo, quando tutti sfoggiavano il vestito più bello prima di andare a messa.

Come faceva a temere la morte lui, che era stato abbandonato anche dai propri figli, che aveva quasi ottant’anni ormai e che sapeva già come sarebbe andata a finire quella storia? Sapeva che sarebbe finita male. Era ormai rimasto il solo a girare senza mascherina e nemmeno ne aveva mai cercata una, consapevole della lotta per la sopravvivenza in corso: si era arrivati al punto che i corrieri le mascherine le prelevavano dai pacchi e le tenevano per sé e per la propria famiglia, consegnandoti la biancheria sporca ben incartata. Non c’era pietà, tantomeno per i vecchi. Se eri vecchio eri già morto, non eri nemmeno nella conta dei morti, eri morto da prima, già da quel momento in cui eri diventato vecchio. 

Mentre Mario camminava tranquillo e ben vestito per le strade della città, si imbatté in un gruppo di giovani seduti su una panchina. Lui non li avrebbe mai giudicati per il solo fatto che stavano lì ma uno di loro lo fermò: “Oh, vecchio, cazzo ci fai per strada? Poi se vi ammalate intasate pure gli ospedali, state creando una bella rottura di coglioni”

“Fra ma che glielo dici a fare? Non lo vedi che è un vecchio rincoglionito? Lascialo stare, anzi allontanati, secondo me è malato!”.

“Si, vai via vecchio, vattene a casa! Cosa c’è? Non sai restare nel tuo appartamento?”

“Noi che siamo cresciuti nell’entroterra dell’Appennino meridionale nel dopoguerra sappiamo bene cos’è la quarantena: è praticamente tutta la nostra infanzia e tutta la nostra giovinezza. Io so cos’è stata la peste del 1630 e l’influenza spagnola del 1919 perché ho letto. Ho mangiato la pasta nera nel dopo guerra e ho imbracciato le armi per difendermi” rispose Mario, ricordandosi che un tempo era anche stato un militare. “A me dispiace per voi” disse accendendosi una sigaretta.  “Non riuscirete a sopportare quello che sta per arrivare. Privilegiati e nati nel disordine non avete voluto mettervi in riga e ora vi toccherà farlo in un modo o nell’altro…io invece me ne andrò felice sapendo che il mondo è ormai abitato da una massa informe di imbecilli”.

“Oh, hai sentito il vecchio?”. Il giovane e grasso rapper con il cappellino e i pantaloni bracaloni, totalmente osceno, gli diede uno spintone. Mario non si mosse di un centimetro. “Eh, no. Non mi sposto. Andate via che sta per piovere, compratevi un ombrello. Non lo sapete che gli ombrelli costano di più quando piove? Compratene uno prima che arrivi il vero maltempo”.

Ricevette un pugno sul naso e il sangue che usciva copiosamente era poco per il vecchio, sorrise guardandoli negli occhi e andò via. Tornò nel suo appartamento per continuare a studiare un libro di grammatica cinese. Chi sarebbe morto prima nella guerra della sopravvivenza?

“Le novelle della quarantena”. Giorno 12. “L’arte di essere Aurelio” – AUDIORACCONTO

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente e Enoch Marrella. Musica di Carmine Ioanna. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Audioracconto

L’arte di essere Aurelio

Mentre i miliardari scappavano all’estero, Aurelio era sempre lì, sotto i portici, con un barattolo di latta in mano, seduto su una cassa piena di effetti personali, come un mutilato appena tornato da una guerra (che era lo stile di vita occidentale): un coltellino svizzero arrugginito, un carillon lasciatogli dalla madre, un biglietto del treno usato, una garza, una vecchia foto sbiadita, un panino comprato con gli spiccioli racimolati, un maglione di lana, un paio di scarpe invernali, un anello, un pacco di tabacco, un accendino. 

Era stato un professore di Filosofia. Aveva insegnato per molti anni in un istituto superiore del suo paese d’origine, nell’Asia centrale. Era arrivato in Italia dopo essere stato licenziato a causa di enormi tagli all’istruzione pubblica, con la promessa, da parte di un suo conoscente, che in Europa sarebbe diventato ricco semplicemente vendendo accendini e sigarette di contrabbando. Non era mai stato così ingenuo da crederci ma cos’altro avrebbe potuto fare? Era dell’opinione che il fato avrebbe premiato i coraggiosi. Il suo vero nome non era Aurelio ma gli alcolizzati di Via Santa Caterina lo chiamavano così, forse per una leggera somiglianza con qualcuno.

La gente si affacciava ai balconi per cantare e per esorcizzare la paura di ammalarsi. Aurelio era ancora lì, seduto sulla cassa. Chiedeva due soldi davanti al supermercato. Le scorte di cibo stavano finendo e lui sorrideva. “Signora, buongiorno, complimenti per il vestito”. “Oh, Dottore, buona giornata, tutto bene? Le auguro il meglio!” ed agitava il barattolo che conteneva ancora soli due euro. “Avvocato! Come la vedo in forma stamattina, prego, prego! Eh, lo so la fila è lunga ma non si scoraggi! Arriverà anche il suo turno!”.

Entravano con le facce tristi, preoccupate, con guanti e mascherine. Uscivano coi carrelli pieni di roba da mangiare per un mese ed Aurelio diceva loro: “Buon appetito signori! Che la sorte sia con voi!”. 

Alle diciotto iniziava il coprifuoco e tutti i negozi dovevano chiudere, Aurelio come sempre andava a sistemarsi sotto i portici di Via Santa Caterina per passare la notte in mezzo ai rifiuti, visto che anche il servizio di nettezza urbana era stato sospeso. Era una fortuna per Aurelio: poteva rovistare in mezzo a tutto quel pattume e ogni volta ci trovava delle cose interessanti: interi piatti di pasta precotta, panini quasi integri, fette di pane fresco, pezzi di formaggio ma anche abbigliamento, oggetti, un pettine, delle bottiglie di plastica vuote utilissime, pezzi di carne, persino del tabacco. Poco importava, anzi nulla, se per i passanti era un alieno, senza cuffie wireless e senza cellulare. Era come se non esistesse per quelli che gli passavano davanti e non poteva avere nessun argomento in comune, e nonostante ciò gli sorrideva sperando in un euro. 

La sua dimora fatta di cartone era adiacente alla Caritas, in modo che potesse andare a rifornirsi di cibo prontamente all’occorrenza: mangiava poco ma era in carne, come tutti i poveri. Quella sera si alzò con i suoi stracci sudici e dignitosi, abituati ai pavimenti, all’asfalto e si avvicinò alla mensa della Caritas: le porte erano sbarrate e fuori un cartello recava la scritta: “Siamo chiusi fino a nuove disposizioni, buona fortuna”. Se l’erano data a gambe anche i volontari cristiani per paura di infettarsi.  Probabilmente la società andava così – pensò Aurelio – “sono dei malthusiani, stanno cercando di ridurre la popolazione mondiale e farla ritornare alla fine del 1700, quando eravamo solo un miliardo. I pezzenti moriranno e i ricchi vivranno nella loro nuova dimora lontana dai centri abitati, saranno i primi ad avere il vaccino ed ogni sorta di assistenza medica. Lo stanno facendo per toglierci di mezzo. Vogliono farci fuori perché facciamo schifo. Non è niente di nuovo, in fondo, stanno semplicemente riscoprendo i prodigi dell’eugenetica nazista. Che crepino i deboli, insomma!”. Con queste riflessioni in corso, tornò nel suo giaciglio e provò a dormire, gonfio di birra calda, comprata con quei quattro soldi che aveva elemosinato. 

“Il corona virus è l’unica cosa normale che è successa nel mondo negli ultimi anni. Normale nel senso che segue la norma del mondo. Li ha costretti all’umiltà: loro che pensavamo di essere la società invincibile, loro che pensavano di essere progrediti, moderni, aperti, solidali, loro i capitalisti che pensavano di vivere in un mondo giusto, sviluppato, globale, stellare, tecnologico. Non sono in grado di cambiare le norme del mondo. Magari sarà un’umiliazione utile, per loro.”

Il freddo, il desiderio di impiccarsi, la puzza, i dolori lancinanti nelle ossa, la tosse, lo stomaco perforato non gli impedirono di addormentarsi come un bambino. Ma un uomo sui trent’anni che passò di lì, cercò di agguantare la birra mentre Aurelio se la teneva in grembo come un bambino. Un calcio nello stomaco ed ebbe ragione l’uomo alto e robusto che gli passò attraverso. Ma quando quella sagoma scura si rese conto che la mensa della Caritas era chiusa anche per lui, iniziò a dare dei forti calci contro le sbarre che chiudevano il passaggio.

“Non ti affaticare” disse Aurelio “pensa a conservare le energie. Cos’hai mangiato oggi? Un panino? Conservati quelle calorie stando fermo, immobile, non muoverti, fai come me. Consumare di meno, lavorare di meno, vivere meglio!”.

L’uomo alto e robusto gli si avvicinò, gli sputò in faccia e se ne andò. “Ah, mondo cane, quando impareranno. Moriranno come le mosche, moriranno” e si addormentò placidamente tra i rifiuti.

Al suo risveglio notò un vuoto ancora più nero: nessuno più camminava per le strade. Forse sopravvivevano soltanto quelli che volevano andarsene da questo mondo, quelli che avevano qualcosa per cui restare sparivano all’improvviso.

“Se il mondo gira, deve passare da qua!” scrisse su un pezzo di cartone, e continuò a vivere.

Un canto sacro firmato Matteo Salvatore.

“Le novelle della quarantena” – Giorno 11 – “Il gatto” – AUDIORACCONTO

Il giorno 11 è dedicato al mondo animale, in particolare modo ai felini, i più saggi abitanti del pianeta.

Testo di Luigi Capone. Voce narrante di Francesco Prudente. Voce del gatto: Matteo Castellino. Musica di Piergiorgio Maria Savarese. Immagine di copertina: Luca Tuveri

Audioracconto

Il gatto

Quando chiusero tutte le industrie e tutti i distributori di benzina, la pianura padana smise di essere oppressa da una pesante coltre nera di nubi tossiche e tutti gli altri esseri viventi la ringraziavano, eccetto gli esseri umani. Anche le industrie farmaceutiche ed alimentari furono costrette a chiudere dopo l’ennesimo sciopero, persino i corrieri di Amazon e i riders di Just Eat restarono a casa. Chiusero gli ospedali perché dapprima i volontari, poi gli infermieri ed infine anche i medici avevano preferito scappare per andare a rifugiarsi in montagna. La situazione nelle città era oltre il collasso. Giacché la democrazia non funzionava e molti umani continuavano ad uscire per fare yoga in piazza o per fare jogging, il governo italiano decise di far intervenire l’esercito con tanto di artiglieria pesante in tutti i centri urbani. La gente della città, però, impazzì davvero quando le proibirono di portare a spasso il proprio cane liberamente: il cane avrebbe dovuto finalmente pisciare sul balcone in un vaso.

Il gatto, invece, se la passava meglio. In quei giorni di totale isolamento, gli esseri umani più saggi iniziarono ad imparare dai gatti, soprattutto quegli esseri umani che vivevano in campagna e che avevano un orto e delle galline: loro non erano mai stati dipendenti dai Carrefour h24 e da tutte quelle diavolerie di consegna a domicilio di roba. Erano i più simili ai gatti.

I gatti, come gli altri animali, erano immuni al virus che stava decimando la popolazione mondiale, per cui la sesta estinzione di massa non li avrebbe minimamente riguardati e, anzi, non se ne sarebbero nemmeno accorti; ma non era solo questo: i gatti potevano insegnarci a fare a meno di tutto e di tutti. L’autonomia, l’indipendenza, l’abnegazione nel ricercare la propria zona franca, la predisposizione all’adattamento, il sesto senso per i pericoli imminenti, l’elevata reattività allo stimolo, erano tutte caratteristiche proprie dei felini e Carlo lo sapeva bene, specialmente dopo aver passato tre mesi in simbiosi Floki nello stesso appartamento, giorno e notte.

Quell’anno il sud Italia viveva la primavera più rigoglioso e lussureggiante di sempre, Carlo e Floki erano tra i privilegiati a godersene tutti i frutti: il tepore dell’aria, i mandorli in fiore, il colore verde acceso dell’erba, il ciliegio, la camelia, il glicine, il dolce profumo dei biancospini e dei tigli. L’ultimo giorno di quarantena, Carlo andò nel giardino normalmente con il suo compagno, per innaffiare l’orto. Floki gli si piazzò proprio davanti, guardandolo negli occhi. In quel momento parve a Carlo di poter interpretare ogni minimo pensiero dell’animale: “Guardami negli occhi, io non ho nulla da temere mai. Io ti faccio compagnia ma tu non fai compagnia a me, se tu morissi in questo istante io andrei a pisciare sul tuo orto con nonchalance e poi dormirei un po’. La campagna è la mia casa e la mia casa è piena di cibo e piena di esseri della mia specie. Non sono sequestrato da te, me ne potrei andare quando voglio ma resto perché noi felini abbiamo pietà di voi e ci dispiace abbandonarvi alle vostre disgrazie, alle vostre paure: noi non conosciamo paura. Ogni cosa per noi è soltanto nel momento in cui avviene, e quando ci assale il dolore lo trasformiamo in rabbia e in aggressività, quando ci assale la fame riusciamo a sopraffare qualche essere più piccolo, non siamo in competizione con nessuno, non abbiamo l’ansia di dimostrare qualcosa a qualcuno, non giochiamo mai sporco, non tradiamo, non maciniamo migliaia di km a vuoto solo per turismo ma ci spostiamo solo per necessità, non produciamo più di ciò che ci serve, non prendiamo in giro nessuno, non godiamo nel vedere gli altri esseri della terra in difficoltà ma siamo sempre attenti, molto più di voi. Non ci sfugge niente, Carlo, ogni minimo spostamento dell’aria lo avvertiamo per primi. Non ti sei nemmeno accorto delle piccole scosse di terremoto di stamattina. Ecco Carlo, se avessi la voce ti avvertirei di quello che sta per succedere ma se stai un poco più attento potrai capirlo con la prossemica. Noi gatti siamo anche colti perché conosciamo soltanto ciò che ci serve, non perdiamo tempo in inutili cazzate. Siamo saggi. Non abbiamo nessuna paura della morte. Per me morire non è né più né meno che un semplice gesto, come quello di andare a pisciare”.

Carlo pensò di aver udito tutto ciò e si accorse che intanto aveva quasi allagato l’orto. Ragionò molto su di sé quella notte e decise così di prolungare la quarantena spontaneamente. Si propose anche di scendere in città non appena avesse albeggiato per assistere al ritorno alla normalità, al ripartire del movimento incessante, alla riapertura dei negozi e subito dopo aver visto, sarebbe tornato in campagna. Ma quando arrivò all’alba e si mise in cammino si accorse che la strada provinciale era deserta, continuò a camminare e dopo due giunse in città: non vi trovò nessuno. Se n’erano andati tutti, i supermercati erano stati saccheggiati insieme a tutti gli altri negozi, alle banche. Le scuole erano state utilizzate come lazzaretti e poi erano state bruciate insieme all’ospedale. L’erba iniziava a crescere dentro alle spaccature dell’asfalto.

Non si scoraggiò soltanto perché aveva la sua collina, la sua campagna e Floki. Tornò a casa e sistemò gli attrezzi da lavoro, preparò da mangiare al gatto. Imparò davvero tutto da lui: anche ad andarsene in silenzio, dopo molti anni, senza scomodare nessuno. Dicono che un giorno, da vecchio, anni dopo la morte del suo gatto, si accasciò in mezzo al bosco serenamente e si addormentò per sempre. Quella fu l’ultima lezione di Floki.

“Le novelle della quarantena”. Giorno 10. “Una vita normale” – AUDIORACCONTO

Il decimo giorno parla di chi ha subito e continua a subire violenza domestica e di chi la pratica rincorrendo disperatamente una vita normale.

Testo di Luigi Capone. Voci di: Francesco Prudente, Annalisa Amodio, Angelo Rizzo., Carolina Tonini, Francesca Mazzarello, Jessica Conti. Musica di Luigi Bellino. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Audioracconto

Una vita normale

La televisione continuava a ripetere le stesse cose all’infinito: “aumento dei contagi”, “mancanza di personale medico”, “aumento dei morti” e un inspiegabile “andrà tutto bene”; i giornali invece titolavano “È una guerra”, ma anche loro sbagliavano perché si riferivano soltanto all’avanzata dell’epidemia.

La vera guerra era tra le mura domestiche. Il vero nemico era ogni notte sotto le tue lenzuola.

Enrico e Giovanna erano sposati da dieci anni ed in comune avevano: un mutuo, le rate della macchina, un intero appartamento di mobili Ikea e un bambino, nient’altro. Fino al giorno in cui Enrico era stato messo in quarantena perché trovato positivo al nuovo coronavirus, la loro vita era andata avanti normalmente: non si amavano più da anni ma avevano conservato un minimo di stima reciproca. Tutto il loro amore era confluito nel bambino. Da quando era nato Federico avevano tolto di mezzo tutti i problemi di coppia: per primo quello del sesso rituale almeno una volta alla settimana. Una sera, però, la tv annunciò le misure più restrittive della storia nei confronti delle libertà individuali e della privacy, dissero che per almeno un mese bisognava restare chiusi in casa a causa di un elevatissimo pericolo legato alla contaminazione dell’aria.  Enrico sentì cucirsi addosso una camicia di forza, Giovanna pensò che fosse una buona occasione per stare 24 ore su 24 con suo figlio. I due si erano sposati per una forte attrazione fisica ma la felicità del giorno del loro matrimonio sembrava ormai lontana anni-luce, Giovanna aveva spesso l’impressione che non fosse mai successo mentre Enrico non ci pensava affatto essendo molto più interessato a veder giocare l’Inter, a sentire le conferenze stampa dell’allenatore dell’Inter, a leggere i giornali per il calciomercato dell’Inter, a giocare le schedine sull’Inter. I primi giorni di quarantena andarono avanti normalmente, i due semplicemente si ignoravano. Soltanto Federico, a due anni e mezzo, sillabava qualche parola nei momenti di maggiore silenzio. Le voci che si sentivano di più in casa Squillace erano quelle provenienti dalla tv.

Dopo tre settimane la situazione precipitò.  La meme con la scritta #iorestoacasa sui social l’avevano già postata, i cruciverba li avevano già fatti, i libri li avevano già letti, le serie tv le avevano già esaurite. Giovanna ormai dormiva nella stanza insieme al bambino ed Enrico nel letto matrimoniale. “Quando cazzo scopiamo, Giovanna?” le chiese un giorno il marito; la parola scopare non si sentiva in quella casa da quasi tre anni. Giovanna urlò: “Non dire queste cose davanti al bambino!”, “Almeno vieni a dormire con me la notte, porca puttana! Sono solo in questa cazzo di casa!”, “Ti avevo detto di non dire parolacce di fronte al bambino, sei un idiota!”. La parola idiota non era mai stata pronunciata in quella casa. “Cosa cazzo stai dicendo, brutta stronza!? Mi stai dando dell’idiota?!”. La parola stronza non era mai stata pronunciata in quella casa.

Ciononostante, Giovanna si diresse verso il balcone, con atteggiamento di sfida e andò a farsi guardare dai vicini, cosa che Enrico aveva sempre detestato. Era incredibilmente bella. “Torna dentro, Giovanna e copriti, non facciamoci sentire dai vicini”.  “Giovanna, ti ho detto di tornare dentro, non farmi incazzare!”

“Oh Enrico, almeno mi faccio vedere da loro visto che tu non mi guardi mai! A te non ti si alza nemmeno!”

Enrico aspirò nei polmoni tutto l’ossigeno che c’era in cucina, andò sul balcone e la colpì in volto con un forte schiaffo che la scaraventò a terra. “Cosa fai, ora, piangi, eh? Puttana! Entra dentro!”

Giovanna corse nella stanza del bambino piangendo.

“Esci, Giovanna”

“Sei un maniaco, un pazzo, se ti azzardi ad entrare in questa stanza chiamo la polizia”

“Esci da quella stanza di merda, Giovanna o ti ammazzo, te lo giuro! Ammazzo prima il bambino e poi te!”

Giovanna non trovò la forza di chiamare la polizia e aprì la porta dopo l’ennesima richiesta. “Federico vai a giocare in salotto” gli disse il papà, entrando nella stanza e chiudendo la porta a chiave dietro di sé. “Giovanna, da oggi in poi ci dormi solo tu qua dentro” e si tolse la cintura. “Che stai facendo Enrico?”. “Taci che spaventi il bambino” “Aiutooo” “Shhhhh, devi stare buona”. Visto che non riusciva a smettere di urlare la colpì con un potente pugno in un occhio e quando fu distesa per terra iniziò a colpirla con la cinghia sulle spalle. Giovanna piangeva e si tappava la bocca per non urlare, piangeva e pregava, piangeva, pregava e malediceva la propria nascita.

Da quel giorno e per il resto della quarantena la stanza del bambino diventò la stanza della tortura di Giovanna: ogni giorno una dose di umiliazioni e percosse. “La tua medicina” la chiamava Enrico.

Nella povera donna, il pensiero del suicidio crebbe come un cancro nel proprio cranio. Quei pensieri non la lasciavano mai e avevano ormai preso il posto del sonno. “Andate via”, “andate via da me”, continuava a ripetere sottovoce, e pregava tutti gli dei, qualsiasi cosa purché potesse mettersi in salvo.

Dopo interminabili mesi, quando cessò l’emergenza del virus ed Enrico fu guarito da entrambe le malattie, la coppia tornò ad essere come un tempo, indifferente e ligia al dovere, normale. Ripresero pure ad andare in chiesa, tornarono alla vecchia vita senza violenza, fatta di vuoti. Normale.