“Le novelle della quarantena”, ecco i link di tutti i 14 racconti. Votate il vostro preferito.

Breve considerazione dopo aver pubblicato 14 racconti brevi, uno al giorno, nelle scorse due settimane.
“Il romanzesco è la verità dentro la bugia”. Non esistono modi più efficaci del racconto romanzato per descrivere la realtà, particolarmente efficace in questo periodo storico in cui si scrivono montagne di articoli che parlano di altri articoli che polemizzano su altri articoli per analizzare le critiche su altri articoli. Non ne usciremo mai, così. Invece il racconto, nella menzogna fuori dalla realtà, descrive la verità.

Detto ciò, ecco di seguito i link ai 14 racconti. Votate il vostro preferito condividendo o commentando sulla pagina Facebook.

(Immagine di copertina: Marc Chagall, Sopra la città, 1918, Olio su tela di 56 x 45 cm. Galleria Tretyakov)

GIORNO 1: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/10/le-novelle-della-quarantena/

GIORNO 2: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/11/le-novelle-della-quarantena-allosteria/

GIORNO 3: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/12/le-novelle-della-quarantena-lauto-clandestina-giorno-3/

GIORNO 4: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/13/le-novelle-della-quarantena-il-complotto/

GIORNO 5:https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/14/le-novelle-della-quarantena-un-racconto-al-giorno-giorno-5-lu-lupu/

GIORNO 6: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/15/le-novelle-della-quarantena-hikikomori-giorno-6/

GIORNO 7: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/16/le-novelle-della-quarantena-pomodori/

GIORNO 8: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/17/novelle-della-quarantena-la-ballata-di-mina-rizzo/

GIORNO 9: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/18/le-novelle-della-quarantena-giorno-9/

GIORNO 10: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/19/le-novelle-della-quarantena-giorno-10/

GIORNO 11: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/20/giorno-11-il-gatto/

GIORNO 12: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/21/giorno-12-larte-di-essere-aurelio/

GIORNO 13: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/22/giorno-13-lappartamento-del-padre/

GIORNO 14: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/23/giono-14-il-musicista-del-titanic/

“Le novelle della quarantena”. Giorno 14. “Il musicista del Titanic”- VIDEORACCONTO

L’ultimo giorno di quarantena è dedicato a coloro i quali, credendosi inizialmente liberi, scoprono che la libertà è irraggiungibile sulla terra.

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Giacomo Buonafede, Matteo Castellino. Musica di Piergiorgio Maria Savarese. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Grazie a tutti coloro i quali hanno partecipato.

Audioracconto

Il musicista del Titanic

Messaggio vocale di Whatsapp: “Immagino che oltre questi tetti ci sia un mare calmo e delle barche ferme nel porticciolo, un ristorante proprio accanto che serve il pesce fresco a tavola. Sento l’odore della pioggia sole dell’imbrunire, da questa finestra primaverile e secca, dove l’aria è ferma, immobile, impolverata. Nemmeno una goccia è caduta negli ultimi mesi. Suono su questo balconcino all’ultimo piano perché so che la mia chitarra potrebbe rendere meno pesante la quarantena ai vecchi che abitano sotto di me e dall’altro lato della strada. La suono anche per te che sei così lontano”.

“I vantaggi della tecnologia” gli rispose Andreas. 

“Ma a chi voglio prendere in giro” pensò tra sé “Io suono solo per, su questa barca che sta affondando, le note ci ricongiungono alle stelle”. 

Javier aveva perso l’attaccamento alla terra da quando non aveva più la preoccupazione della ricerca della felicità. Con la pandemia che stava per mettere fine alla civiltà, l’unica paura era quella del dolore e della catastrofe, una paura molto più sopportabile, molto più distensiva e accomodante. 

Il trauma della massima delusione ricevuta in un momento di massima felicità era il vero trauma, per essere precisi.  Javier era un cherofobico, ogni suo gesto votato al miglioramento di sé o al raggiungimento di una dimensione serena gli recava una irrefrenabile ansia. Era sparita anche quella vergogna per la sua palese omosessualità. Grazie alla fine del mondo poteva essere finalmente se stesso. 

“Ascolta, Andreas, cosa ho scritto per te”.

“Javier, grazie. Spero di rivederti presto”.

Javier Carlos Del Sol era rimasto intrappolato a Salamanca, dove studiava al conservatorio, senza poter far ritorno a Granada. Si era innamorato intanto di Andreas e non poteva vederlo. 

“Andreas, dato che stavolta è la fine davvero della nostra società, io ti chiedo di vederci subito. Vada come vada, tanto da domani non sarà più lo stesso, anche se sono guarito dal Corona Virus e potrò uscire”. 

“Javier non so che dirti, sto qua con Josè…non se n’è ancora andato”.
“Io parto stanotte, sarò lì domani mattina”.

“Va bene, mi inventerò una scusa…ti aspetto…”.

In autostrada, con la chitarra a bordo e delle scorte di alcool e cibo, correva diretto in Andalusia. La radio non faceva altro che aggiornare la conta dei morti, su tutte le frequenze, eccetto una: “Radio Caos”, una nuova radio indipendente. Per cinque ore guidò ipnotizzato dai gruppi di Radio Caos: Joy Division, Pixies, Nick Cave and the Bad Seeds, solo per citarne alcuni.

Arrivato a Granada, parcheggiò in mezzo alla strada -tanto non circolava nessuno-, imbracciò lo strumento e salì al terzo piano del condominio, aveva appena albeggiato. Nel letto consumarono un rapporto e poi Andreas disse: “Dobbiamo raggiungere le colonne d’Ercole”. “Intendi la rocca di Gibilterra? Ma come?”. “Hai abbastanza gas in macchina?”. “Si ma sono le dieci del mattino e io non ho ancora dormito”. “Non preoccuparti, se non ce la fai guido io”. Javier provò ad inventarsi delle scuse ma non riuscì ad aver la meglio sulla sfrenata voglia di fuga di Andreas. 

“Partiamo”.

Lungo la strada Andreas beveva grandissime sorsate da una bottiglia di Jim Beam alternata a birra. Al km 120, quando Javier era giunto allo stremo e voleva fare il cambio al volante, Andreas dormiva come svenuto con la faccia spiaccicata sul finestrino. “Ti prego, svegliati Andreas!”. Gli diede uno schiaffo ma Andreas non si svegliava. In preda al panico Javier pensò che si sarebbe svegliato soltanto quando avesse visto la rocca di Gibilterra. 

“Eccola, Andreas, siamo arrivati”. Il compagno aprì gli occhi e, incantato dalla vista del promontorio aggiunse: “Facciamo questo tratto a piedi e saliamo lassù in cima”.

Con l’energia ritrovata Andreas riuscì anche a sfiancare il proprio corpo nuovamente mangiando un funghetto che aveva in tasca e tirando una striscia di cocaina distesa su una roccia liscia”.

Infine giunsero in cima.

“Qualcuno diceva che eravamo sul promontorio estremo dei secoli, eccolo, Javier”.

“Lo vedo. Lo conoscevo. Ma non l’avevo mai visto”.

“Adesso che cosa immagini che ci sia, oltre il mare?”

“Immagino che ci siano gli stessi errori di sempre. Un’altra terra infelice, perché consapevole di aver paura felicità”.

“In pratica, oltre tutto ciò, ci sei tu. Da oggi in poi torneremo a fantasticare su quello che c’è oltre”.

“Il mondo non ha più confini”

“Si. Ora l’hanno capito tutti. È imperscrutabile quello che c’è oltre il tuo tetto, proprio come questo oceano che si distende ai nostri piedi. Non c’è differenza tra la tua finestra e quest’ampia visione”.

“Affonderemo insieme”.

“Le novelle della quarantena”. Giorno 13. “L’appartamento del padre” – AUDIORACCONTO + VIDEO

Il giorno 13 è dedicato a coloro la cui morte non sarebbe un grave danno per l’opinione pubblica, ai “vecchi”, nella società in cui solo il nuovo ha valore.

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci, Angelo Campolo. Percussioni: Mario Puorro Video: Antonio Melchionno. Immagine di copertina: Luca Tuveri

Audioracconto

L’appartamento del padre

Continuava a radersi la barba ogni mattina per conservare la propria identità, per rispetto di sé, per non dimenticarsi di essere vivo. Si stirava scrupolosamente la camicia e indossava un bel cappello, si lucidava le scarpe, come se tutto fosse normale. Mario continuava a preservare la propria dignità di essere umano nonostante la scomparsa di sua moglie quindici anni prima, nonostante sua figlia non volesse più parlargli. 

“Tesoro, sono io” e lei attaccava. “Tesoro, ti prego, questa volta non attaccare” e lei metteva giù. Era una di quelle che si era costruita una propria vita indipendente a molti chilometri di distanza, in una città del nord Europa, e quasi si vergognava delle proprie origini, ma soprattutto si vergognava del fatto che il padre non avesse fatto abbastanza per tenere in vita sua moglie. Allora Mario si affidò alla segreteria telefonica: “Francesca, sono vecchio. Non ti contatto per irrompere nella tua vita, vorrei soltanto sapere se state bene. Anche se mi odiate, sei sempre mia figlia. Se non posso veder crescere i miei nipoti, almeno dammi qualche notizia di loro. Scusa per il disturbo. Ciao. Papà”. La donna in carriera che era diventata la sua bambina, non gli avrebbe mai risposto.

Anche a pranzo Mario continuava a conservare la propria dignità, non si limitava a sfamarsi, apparecchiava per bene, cucinava con cura e accendeva la tv.

“Sale la conta dei morti in Italia, l’unica buona notizia è che sono quasi tutti vecchi, quindi non c’è nulla da temere”, così apriva il telegiornale. Era una società in cui esistevano solo i giovani, anche se erano la netta minoranza del Paese: una nazione vecchia, debole, stanca e sterile che pensava di essere giovane e forte. 

La quotidianità di Mario era ammirevole. Non avendo più il giornale da leggere, dopo la chiusura di tutte le attività commerciali non essenziali alla sopravvivenza, aveva imparato ad usare il cellulare molto meglio dei ragazzini nativi digitali. Ogni mattina usciva di casa dopo aver letto le notizie e dopo aver fatto colazione con caffellatte, sigaretta e un bicchiere di grappa. Passeggiava, incurante dell’ordinanza di rimanere in casa. Camminava stando attento a non avvicinarsi a nessuno dei tanti giovani che trovava per strada, arroganti e sicuri di sé. A testa alta e con un sorriso fiducioso guardava avanti come se fosse sempre la domenica mattina di un tempo, quando tutti sfoggiavano il vestito più bello prima di andare a messa.

Come faceva a temere la morte lui, che era stato abbandonato anche dai propri figli, che aveva quasi ottant’anni ormai e che sapeva già come sarebbe andata a finire quella storia? Sapeva che sarebbe finita male. Era ormai rimasto il solo a girare senza mascherina e nemmeno ne aveva mai cercata una, consapevole della lotta per la sopravvivenza in corso: si era arrivati al punto che i corrieri le mascherine le prelevavano dai pacchi e le tenevano per sé e per la propria famiglia, consegnandoti la biancheria sporca ben incartata. Non c’era pietà, tantomeno per i vecchi. Se eri vecchio eri già morto, non eri nemmeno nella conta dei morti, eri morto da prima, già da quel momento in cui eri diventato vecchio. 

Mentre Mario camminava tranquillo e ben vestito per le strade della città, si imbatté in un gruppo di giovani seduti su una panchina. Lui non li avrebbe mai giudicati per il solo fatto che stavano lì ma uno di loro lo fermò: “Oh, vecchio, cazzo ci fai per strada? Poi se vi ammalate intasate pure gli ospedali, state creando una bella rottura di coglioni”

“Fra ma che glielo dici a fare? Non lo vedi che è un vecchio rincoglionito? Lascialo stare, anzi allontanati, secondo me è malato!”.

“Si, vai via vecchio, vattene a casa! Cosa c’è? Non sai restare nel tuo appartamento?”

“Noi che siamo cresciuti nell’entroterra dell’Appennino meridionale nel dopoguerra sappiamo bene cos’è la quarantena: è praticamente tutta la nostra infanzia e tutta la nostra giovinezza. Io so cos’è stata la peste del 1630 e l’influenza spagnola del 1919 perché ho letto. Ho mangiato la pasta nera nel dopo guerra e ho imbracciato le armi per difendermi” rispose Mario, ricordandosi che un tempo era anche stato un militare. “A me dispiace per voi” disse accendendosi una sigaretta.  “Non riuscirete a sopportare quello che sta per arrivare. Privilegiati e nati nel disordine non avete voluto mettervi in riga e ora vi toccherà farlo in un modo o nell’altro…io invece me ne andrò felice sapendo che il mondo è ormai abitato da una massa informe di imbecilli”.

“Oh, hai sentito il vecchio?”. Il giovane e grasso rapper con il cappellino e i pantaloni bracaloni, totalmente osceno, gli diede uno spintone. Mario non si mosse di un centimetro. “Eh, no. Non mi sposto. Andate via che sta per piovere, compratevi un ombrello. Non lo sapete che gli ombrelli costano di più quando piove? Compratene uno prima che arrivi il vero maltempo”.

Ricevette un pugno sul naso e il sangue che usciva copiosamente era poco per il vecchio, sorrise guardandoli negli occhi e andò via. Tornò nel suo appartamento per continuare a studiare un libro di grammatica cinese. Chi sarebbe morto prima nella guerra della sopravvivenza?

“Le novelle della quarantena”. Giorno 12. “L’arte di essere Aurelio” – AUDIORACCONTO

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente e Enoch Marrella. Musica di Carmine Ioanna. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Audioracconto

L’arte di essere Aurelio

Mentre i miliardari scappavano all’estero, Aurelio era sempre lì, sotto i portici, con un barattolo di latta in mano, seduto su una cassa piena di effetti personali, come un mutilato appena tornato da una guerra (che era lo stile di vita occidentale): un coltellino svizzero arrugginito, un carillon lasciatogli dalla madre, un biglietto del treno usato, una garza, una vecchia foto sbiadita, un panino comprato con gli spiccioli racimolati, un maglione di lana, un paio di scarpe invernali, un anello, un pacco di tabacco, un accendino. 

Era stato un professore di Filosofia. Aveva insegnato per molti anni in un istituto superiore del suo paese d’origine, nell’Asia centrale. Era arrivato in Italia dopo essere stato licenziato a causa di enormi tagli all’istruzione pubblica, con la promessa, da parte di un suo conoscente, che in Europa sarebbe diventato ricco semplicemente vendendo accendini e sigarette di contrabbando. Non era mai stato così ingenuo da crederci ma cos’altro avrebbe potuto fare? Era dell’opinione che il fato avrebbe premiato i coraggiosi. Il suo vero nome non era Aurelio ma gli alcolizzati di Via Santa Caterina lo chiamavano così, forse per una leggera somiglianza con qualcuno.

La gente si affacciava ai balconi per cantare e per esorcizzare la paura di ammalarsi. Aurelio era ancora lì, seduto sulla cassa. Chiedeva due soldi davanti al supermercato. Le scorte di cibo stavano finendo e lui sorrideva. “Signora, buongiorno, complimenti per il vestito”. “Oh, Dottore, buona giornata, tutto bene? Le auguro il meglio!” ed agitava il barattolo che conteneva ancora soli due euro. “Avvocato! Come la vedo in forma stamattina, prego, prego! Eh, lo so la fila è lunga ma non si scoraggi! Arriverà anche il suo turno!”.

Entravano con le facce tristi, preoccupate, con guanti e mascherine. Uscivano coi carrelli pieni di roba da mangiare per un mese ed Aurelio diceva loro: “Buon appetito signori! Che la sorte sia con voi!”. 

Alle diciotto iniziava il coprifuoco e tutti i negozi dovevano chiudere, Aurelio come sempre andava a sistemarsi sotto i portici di Via Santa Caterina per passare la notte in mezzo ai rifiuti, visto che anche il servizio di nettezza urbana era stato sospeso. Era una fortuna per Aurelio: poteva rovistare in mezzo a tutto quel pattume e ogni volta ci trovava delle cose interessanti: interi piatti di pasta precotta, panini quasi integri, fette di pane fresco, pezzi di formaggio ma anche abbigliamento, oggetti, un pettine, delle bottiglie di plastica vuote utilissime, pezzi di carne, persino del tabacco. Poco importava, anzi nulla, se per i passanti era un alieno, senza cuffie wireless e senza cellulare. Era come se non esistesse per quelli che gli passavano davanti e non poteva avere nessun argomento in comune, e nonostante ciò gli sorrideva sperando in un euro. 

La sua dimora fatta di cartone era adiacente alla Caritas, in modo che potesse andare a rifornirsi di cibo prontamente all’occorrenza: mangiava poco ma era in carne, come tutti i poveri. Quella sera si alzò con i suoi stracci sudici e dignitosi, abituati ai pavimenti, all’asfalto e si avvicinò alla mensa della Caritas: le porte erano sbarrate e fuori un cartello recava la scritta: “Siamo chiusi fino a nuove disposizioni, buona fortuna”. Se l’erano data a gambe anche i volontari cristiani per paura di infettarsi.  Probabilmente la società andava così – pensò Aurelio – “sono dei malthusiani, stanno cercando di ridurre la popolazione mondiale e farla ritornare alla fine del 1700, quando eravamo solo un miliardo. I pezzenti moriranno e i ricchi vivranno nella loro nuova dimora lontana dai centri abitati, saranno i primi ad avere il vaccino ed ogni sorta di assistenza medica. Lo stanno facendo per toglierci di mezzo. Vogliono farci fuori perché facciamo schifo. Non è niente di nuovo, in fondo, stanno semplicemente riscoprendo i prodigi dell’eugenetica nazista. Che crepino i deboli, insomma!”. Con queste riflessioni in corso, tornò nel suo giaciglio e provò a dormire, gonfio di birra calda, comprata con quei quattro soldi che aveva elemosinato. 

“Il corona virus è l’unica cosa normale che è successa nel mondo negli ultimi anni. Normale nel senso che segue la norma del mondo. Li ha costretti all’umiltà: loro che pensavamo di essere la società invincibile, loro che pensavano di essere progrediti, moderni, aperti, solidali, loro i capitalisti che pensavano di vivere in un mondo giusto, sviluppato, globale, stellare, tecnologico. Non sono in grado di cambiare le norme del mondo. Magari sarà un’umiliazione utile, per loro.”

Il freddo, il desiderio di impiccarsi, la puzza, i dolori lancinanti nelle ossa, la tosse, lo stomaco perforato non gli impedirono di addormentarsi come un bambino. Ma un uomo sui trent’anni che passò di lì, cercò di agguantare la birra mentre Aurelio se la teneva in grembo come un bambino. Un calcio nello stomaco ed ebbe ragione l’uomo alto e robusto che gli passò attraverso. Ma quando quella sagoma scura si rese conto che la mensa della Caritas era chiusa anche per lui, iniziò a dare dei forti calci contro le sbarre che chiudevano il passaggio.

“Non ti affaticare” disse Aurelio “pensa a conservare le energie. Cos’hai mangiato oggi? Un panino? Conservati quelle calorie stando fermo, immobile, non muoverti, fai come me. Consumare di meno, lavorare di meno, vivere meglio!”.

L’uomo alto e robusto gli si avvicinò, gli sputò in faccia e se ne andò. “Ah, mondo cane, quando impareranno. Moriranno come le mosche, moriranno” e si addormentò placidamente tra i rifiuti.

Al suo risveglio notò un vuoto ancora più nero: nessuno più camminava per le strade. Forse sopravvivevano soltanto quelli che volevano andarsene da questo mondo, quelli che avevano qualcosa per cui restare sparivano all’improvviso.

“Se il mondo gira, deve passare da qua!” scrisse su un pezzo di cartone, e continuò a vivere.

Un canto sacro firmato Matteo Salvatore.

“Le novelle della quarantena” – Giorno 11 – “Il gatto” – AUDIORACCONTO

Il giorno 11 è dedicato al mondo animale, in particolare modo ai felini, i più saggi abitanti del pianeta.

Testo di Luigi Capone. Voce narrante di Francesco Prudente. Voce del gatto: Matteo Castellino. Musica di Piergiorgio Maria Savarese. Immagine di copertina: Luca Tuveri

Audioracconto

Il gatto

Quando chiusero tutte le industrie e tutti i distributori di benzina, la pianura padana smise di essere oppressa da una pesante coltre nera di nubi tossiche e tutti gli altri esseri viventi la ringraziavano, eccetto gli esseri umani. Anche le industrie farmaceutiche ed alimentari furono costrette a chiudere dopo l’ennesimo sciopero, persino i corrieri di Amazon e i riders di Just Eat restarono a casa. Chiusero gli ospedali perché dapprima i volontari, poi gli infermieri ed infine anche i medici avevano preferito scappare per andare a rifugiarsi in montagna. La situazione nelle città era oltre il collasso. Giacché la democrazia non funzionava e molti umani continuavano ad uscire per fare yoga in piazza o per fare jogging, il governo italiano decise di far intervenire l’esercito con tanto di artiglieria pesante in tutti i centri urbani. La gente della città, però, impazzì davvero quando le proibirono di portare a spasso il proprio cane liberamente: il cane avrebbe dovuto finalmente pisciare sul balcone in un vaso.

Il gatto, invece, se la passava meglio. In quei giorni di totale isolamento, gli esseri umani più saggi iniziarono ad imparare dai gatti, soprattutto quegli esseri umani che vivevano in campagna e che avevano un orto e delle galline: loro non erano mai stati dipendenti dai Carrefour h24 e da tutte quelle diavolerie di consegna a domicilio di roba. Erano i più simili ai gatti.

I gatti, come gli altri animali, erano immuni al virus che stava decimando la popolazione mondiale, per cui la sesta estinzione di massa non li avrebbe minimamente riguardati e, anzi, non se ne sarebbero nemmeno accorti; ma non era solo questo: i gatti potevano insegnarci a fare a meno di tutto e di tutti. L’autonomia, l’indipendenza, l’abnegazione nel ricercare la propria zona franca, la predisposizione all’adattamento, il sesto senso per i pericoli imminenti, l’elevata reattività allo stimolo, erano tutte caratteristiche proprie dei felini e Carlo lo sapeva bene, specialmente dopo aver passato tre mesi in simbiosi Floki nello stesso appartamento, giorno e notte.

Quell’anno il sud Italia viveva la primavera più rigoglioso e lussureggiante di sempre, Carlo e Floki erano tra i privilegiati a godersene tutti i frutti: il tepore dell’aria, i mandorli in fiore, il colore verde acceso dell’erba, il ciliegio, la camelia, il glicine, il dolce profumo dei biancospini e dei tigli. L’ultimo giorno di quarantena, Carlo andò nel giardino normalmente con il suo compagno, per innaffiare l’orto. Floki gli si piazzò proprio davanti, guardandolo negli occhi. In quel momento parve a Carlo di poter interpretare ogni minimo pensiero dell’animale: “Guardami negli occhi, io non ho nulla da temere mai. Io ti faccio compagnia ma tu non fai compagnia a me, se tu morissi in questo istante io andrei a pisciare sul tuo orto con nonchalance e poi dormirei un po’. La campagna è la mia casa e la mia casa è piena di cibo e piena di esseri della mia specie. Non sono sequestrato da te, me ne potrei andare quando voglio ma resto perché noi felini abbiamo pietà di voi e ci dispiace abbandonarvi alle vostre disgrazie, alle vostre paure: noi non conosciamo paura. Ogni cosa per noi è soltanto nel momento in cui avviene, e quando ci assale il dolore lo trasformiamo in rabbia e in aggressività, quando ci assale la fame riusciamo a sopraffare qualche essere più piccolo, non siamo in competizione con nessuno, non abbiamo l’ansia di dimostrare qualcosa a qualcuno, non giochiamo mai sporco, non tradiamo, non maciniamo migliaia di km a vuoto solo per turismo ma ci spostiamo solo per necessità, non produciamo più di ciò che ci serve, non prendiamo in giro nessuno, non godiamo nel vedere gli altri esseri della terra in difficoltà ma siamo sempre attenti, molto più di voi. Non ci sfugge niente, Carlo, ogni minimo spostamento dell’aria lo avvertiamo per primi. Non ti sei nemmeno accorto delle piccole scosse di terremoto di stamattina. Ecco Carlo, se avessi la voce ti avvertirei di quello che sta per succedere ma se stai un poco più attento potrai capirlo con la prossemica. Noi gatti siamo anche colti perché conosciamo soltanto ciò che ci serve, non perdiamo tempo in inutili cazzate. Siamo saggi. Non abbiamo nessuna paura della morte. Per me morire non è né più né meno che un semplice gesto, come quello di andare a pisciare”.

Carlo pensò di aver udito tutto ciò e si accorse che intanto aveva quasi allagato l’orto. Ragionò molto su di sé quella notte e decise così di prolungare la quarantena spontaneamente. Si propose anche di scendere in città non appena avesse albeggiato per assistere al ritorno alla normalità, al ripartire del movimento incessante, alla riapertura dei negozi e subito dopo aver visto, sarebbe tornato in campagna. Ma quando arrivò all’alba e si mise in cammino si accorse che la strada provinciale era deserta, continuò a camminare e dopo due giunse in città: non vi trovò nessuno. Se n’erano andati tutti, i supermercati erano stati saccheggiati insieme a tutti gli altri negozi, alle banche. Le scuole erano state utilizzate come lazzaretti e poi erano state bruciate insieme all’ospedale. L’erba iniziava a crescere dentro alle spaccature dell’asfalto.

Non si scoraggiò soltanto perché aveva la sua collina, la sua campagna e Floki. Tornò a casa e sistemò gli attrezzi da lavoro, preparò da mangiare al gatto. Imparò davvero tutto da lui: anche ad andarsene in silenzio, dopo molti anni, senza scomodare nessuno. Dicono che un giorno, da vecchio, anni dopo la morte del suo gatto, si accasciò in mezzo al bosco serenamente e si addormentò per sempre. Quella fu l’ultima lezione di Floki.

“Le novelle della quarantena”. Giorno 10. “Una vita normale” – AUDIORACCONTO

Il decimo giorno parla di chi ha subito e continua a subire violenza domestica e di chi la pratica rincorrendo disperatamente una vita normale.

Testo di Luigi Capone. Voci di: Francesco Prudente, Annalisa Amodio, Angelo Rizzo., Carolina Tonini, Francesca Mazzarello, Jessica Conti. Musica di Luigi Bellino. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Audioracconto

Una vita normale

La televisione continuava a ripetere le stesse cose all’infinito: “aumento dei contagi”, “mancanza di personale medico”, “aumento dei morti” e un inspiegabile “andrà tutto bene”; i giornali invece titolavano “È una guerra”, ma anche loro sbagliavano perché si riferivano soltanto all’avanzata dell’epidemia.

La vera guerra era tra le mura domestiche. Il vero nemico era ogni notte sotto le tue lenzuola.

Enrico e Giovanna erano sposati da dieci anni ed in comune avevano: un mutuo, le rate della macchina, un intero appartamento di mobili Ikea e un bambino, nient’altro. Fino al giorno in cui Enrico era stato messo in quarantena perché trovato positivo al nuovo coronavirus, la loro vita era andata avanti normalmente: non si amavano più da anni ma avevano conservato un minimo di stima reciproca. Tutto il loro amore era confluito nel bambino. Da quando era nato Federico avevano tolto di mezzo tutti i problemi di coppia: per primo quello del sesso rituale almeno una volta alla settimana. Una sera, però, la tv annunciò le misure più restrittive della storia nei confronti delle libertà individuali e della privacy, dissero che per almeno un mese bisognava restare chiusi in casa a causa di un elevatissimo pericolo legato alla contaminazione dell’aria.  Enrico sentì cucirsi addosso una camicia di forza, Giovanna pensò che fosse una buona occasione per stare 24 ore su 24 con suo figlio. I due si erano sposati per una forte attrazione fisica ma la felicità del giorno del loro matrimonio sembrava ormai lontana anni-luce, Giovanna aveva spesso l’impressione che non fosse mai successo mentre Enrico non ci pensava affatto essendo molto più interessato a veder giocare l’Inter, a sentire le conferenze stampa dell’allenatore dell’Inter, a leggere i giornali per il calciomercato dell’Inter, a giocare le schedine sull’Inter. I primi giorni di quarantena andarono avanti normalmente, i due semplicemente si ignoravano. Soltanto Federico, a due anni e mezzo, sillabava qualche parola nei momenti di maggiore silenzio. Le voci che si sentivano di più in casa Squillace erano quelle provenienti dalla tv.

Dopo tre settimane la situazione precipitò.  La meme con la scritta #iorestoacasa sui social l’avevano già postata, i cruciverba li avevano già fatti, i libri li avevano già letti, le serie tv le avevano già esaurite. Giovanna ormai dormiva nella stanza insieme al bambino ed Enrico nel letto matrimoniale. “Quando cazzo scopiamo, Giovanna?” le chiese un giorno il marito; la parola scopare non si sentiva in quella casa da quasi tre anni. Giovanna urlò: “Non dire queste cose davanti al bambino!”, “Almeno vieni a dormire con me la notte, porca puttana! Sono solo in questa cazzo di casa!”, “Ti avevo detto di non dire parolacce di fronte al bambino, sei un idiota!”. La parola idiota non era mai stata pronunciata in quella casa. “Cosa cazzo stai dicendo, brutta stronza!? Mi stai dando dell’idiota?!”. La parola stronza non era mai stata pronunciata in quella casa.

Ciononostante, Giovanna si diresse verso il balcone, con atteggiamento di sfida e andò a farsi guardare dai vicini, cosa che Enrico aveva sempre detestato. Era incredibilmente bella. “Torna dentro, Giovanna e copriti, non facciamoci sentire dai vicini”.  “Giovanna, ti ho detto di tornare dentro, non farmi incazzare!”

“Oh Enrico, almeno mi faccio vedere da loro visto che tu non mi guardi mai! A te non ti si alza nemmeno!”

Enrico aspirò nei polmoni tutto l’ossigeno che c’era in cucina, andò sul balcone e la colpì in volto con un forte schiaffo che la scaraventò a terra. “Cosa fai, ora, piangi, eh? Puttana! Entra dentro!”

Giovanna corse nella stanza del bambino piangendo.

“Esci, Giovanna”

“Sei un maniaco, un pazzo, se ti azzardi ad entrare in questa stanza chiamo la polizia”

“Esci da quella stanza di merda, Giovanna o ti ammazzo, te lo giuro! Ammazzo prima il bambino e poi te!”

Giovanna non trovò la forza di chiamare la polizia e aprì la porta dopo l’ennesima richiesta. “Federico vai a giocare in salotto” gli disse il papà, entrando nella stanza e chiudendo la porta a chiave dietro di sé. “Giovanna, da oggi in poi ci dormi solo tu qua dentro” e si tolse la cintura. “Che stai facendo Enrico?”. “Taci che spaventi il bambino” “Aiutooo” “Shhhhh, devi stare buona”. Visto che non riusciva a smettere di urlare la colpì con un potente pugno in un occhio e quando fu distesa per terra iniziò a colpirla con la cinghia sulle spalle. Giovanna piangeva e si tappava la bocca per non urlare, piangeva e pregava, piangeva, pregava e malediceva la propria nascita.

Da quel giorno e per il resto della quarantena la stanza del bambino diventò la stanza della tortura di Giovanna: ogni giorno una dose di umiliazioni e percosse. “La tua medicina” la chiamava Enrico.

Nella povera donna, il pensiero del suicidio crebbe come un cancro nel proprio cranio. Quei pensieri non la lasciavano mai e avevano ormai preso il posto del sonno. “Andate via”, “andate via da me”, continuava a ripetere sottovoce, e pregava tutti gli dei, qualsiasi cosa purché potesse mettersi in salvo.

Dopo interminabili mesi, quando cessò l’emergenza del virus ed Enrico fu guarito da entrambe le malattie, la coppia tornò ad essere come un tempo, indifferente e ligia al dovere, normale. Ripresero pure ad andare in chiesa, tornarono alla vecchia vita senza violenza, fatta di vuoti. Normale.  

“Le novelle della quarantena”. Giorno 9. “La persona depressa”. AUDIORACCONTO

Nel nono giorno parleremo delle capacità straordinarie della persona depressa che è l’unica a riuscire a risollevarsi nei momenti più difficili.

Testo di Luigi Capone. Voce narrante di Francesco Prudente. Voci nei dialoghi: Anna Chiara Colombo e Caroline Baglioni. Musica di Mario Quaresimale. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Audioracconto

La persona depressa

Al tempo dell’epidemia del misterioso virus proveniente dalla Cina – che si era diffuso ormai più in Italia che in Cina -, Maria e Selvaggia avevano due vite completamente diverse: la prima aveva due figli e viveva con suo marito in una bella villa sui colli bolognesi, Selvaggia invece abitava sola e depressa all’interno di un monolocale in periferia, a Borgo Panigale. Mai il loro destino si sarebbe incrociato. Con la fine del mondo imminente, però, accadde che Maria, medico e psichiatra dell’Ospedale Maggiore, dovette per forza andare a far visita alla nostra derelitta selvatica rinchiusa nel monolocale. Correva voce che la donna fosse entrata in contatto con degli uomini infetti e che avesse minacciato il suicidio più volte, dalla ringhiera di un ponte. Vista la carenza di personale sanitario, di infermieri, medici e volontari (questi ultimi ormai rifiutavano di uscire di casa), Maria fu costretta ad andare di persona a controllare l’andamento della stabilità mentale di Selvaggia, rincorsa continuamente dai servizi sociali. Soffriva di depressione clinica, paranoia, allucinazioni, manie autolesionistiche, manie ossessivo-compulsive ed era dipendente dall’alcol. 

“Signora, sono la dottoressa Bentivogli, può aprire?”. Selvaggia aprì la porta. “Entri pure, anche se lei non ha un cazzo da dirmi perché non ha capito”. “Grazie”. “Si accomodi e beva un po’ di vodka con me”. “No, grazie, sono astemia e non fumo”. La casa di Selvaggia era bugigattolo, un ricovero malsano di una matta: mozziconi di sigarette e bottiglie ovunque, panni sporchi, bicchieri piatti e pentole incrostate. Una vasca da bagno ammuffita. Una finestra sempre chiusa per restare al buio. 

“Come si sente, signora Degli Esposti”. “La prego, non mi chiami con il cognome di mio padre, anzi diamoci del tu”. “Ok, Selvaggia, parlami e dimmi come ti senti, sei particolarmente depressa in questo momento? Sono venuta qui per tranquillizzarti e per tirarti su il morale, mettiamola così”. “Perché dobbiamo metterla così?”. “Tu come vorresti metterla?”. “Io dico che la sua presenza è inutile e lei ancora non l’ha capito”. “Senta…senti, io voglio aiutarla”. “Sono io che dovrei aiutare lei e magari, mi andrà di farlo, lo farò”.  “Credo che lei stia peggiorando, che tu…scusami. Vorrei portarti con me in ospedale, hai tentato di suicidarti e pensi di essere entrata in contatto con persone infettate da questo pericoloso virus che sta già decimando la popolazione”. “No, quello era tanto tempo fa, ora sono serena”. “Devi raggiungermi in ospedale, non vorrei essere costretta a far intervenire qualcuno più duro di me o ancora peggio il TSO, sei fortunata che io sia venuta qui”. “Maria, ma tu davvero credi che questa storia finirà bene?”. “Certo, stanno trovando un vaccino e comunque con le nuove misure del governo l’epidemia si fermerà a breve, tra un mese riapriranno le scuole e inizieremo a vivere come prima nuovamente. Devi fidarti di me, andrà così, fidati della scienza e stai tranquilla”. “Sei tu che non vuoi fare i conti con la realtà: moriremo tutti”. “Tornerò domani e starò tutta la giornata con te, va bene? Intanto, non hai una tv o un cellulare? Come fai a informarti delle predisposizioni del governo?”. “Non ne ho bisogno, io già sono a conoscenza di tutto, voi siete ciechi e non potete vedere”. Appena la dottoressa andò via per raggiungere l’ospedale in piena emergenza, Selvaggia uscì fuori a passeggiare tranquillamente, senza metà. Osservava i poliziotti che fermavano chiunque e chiedevano i documenti, ci passava attraverso e si faceva attraversare da loro, con una serenità talmente strana da incutere timore. La dottoressa si ripresentò a casa sua solo dopo qualche giorno e di corsa, in preda al panico: “Selvaggia! Selvaggia! Apri!”. “Entra Maria, ho fatto il tè”. La dottoressa entrò in casa. “Devi venire al più presto con me in ospedale, la situazione sta sfuggendo di mano, gli scienziati dicono che siamo tutti infetti e tra poco ci sarà una comunicazione del Presidente della Repubblica alla nazione”. “Possiamo guardare lo spettacolo da qui, no? Accendi il tuo cellulare.” Selvaggia tergiversava e riusciva a tenere la dottoressa incollata alla sedia con le sue elucubrazioni. Bevvero il tè. “I miei figli mi stanno aspettando a casa, devo passare a prenderli” disse Maria. “Non ti agitare, calmati” disse Selvaggia.

Dopo circa due ore di conversazione Maria ricevette una telefonata. Le salì il cuore in gola. Era un medico che la chiamava dall’ospedale: “Maria, è finita! Il Presidente della Repubblica ha appena detto che dobbiamo tutti chiuderci in casa e pregare: il virus è passato a uno stadio evolutivo inaspettato. È diventato un milione di volte più contagioso e più letale della peste, anche mettere il naso fuori dalla finestra potrebbe essere letale e ucciderti in pochi secondi. Forse si salverà solo chi è in possesso di un bunker antiatomico: 5 persone al mondo. Intanto non uscite per nessun motivo”.

“I miei figli! Mio marito! Oh, mio Dio! Non può essere vero! Dio, ti prego salvaci, DIO! DIO! TI PREGO! DIO, GESU’, MADONNA SALVA ALMENO I MIEI FIGLI TI PREGO”.

“Maria, stai tranquilla, non c’è più speranza, è finita: stai tranquilla” le disse dolcemente Selvaggia con un gran sorriso, per la prima volta. “Mettiamoci sul divano e rilassiamoci, aspettiamo la sorella morte”. “Ma io non voglio morire” urlò piangendo Maria. 

Selvaggia le accarezzò delicatamente i capelli e l’abbracciò. “Stai tranquilla, Maria, respira”.

Ecco come la persona depressa dimostra una forza d’animo superiore nei momenti più critici.

(Persona in senso etimologico: maschera)

“Le novelle della quarantena”. Giorno 8. “La ballata di Mina Rizzo” – AUDIORACCONTO

Il giorno 8 è dedicato a quelli che sono stati colti di sorpresa dalla morte dei propri cari, a chi soffre di solitudine e alle puttane.

Testo di Luigi Capone. Voce narrante: Francesco Prudente. Voci nei dialoghi: Anna Chiara Colombo, Anna Lisa Amodio, Bruno Ricci. Musica di Vittorio Oliviero. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

La ballata di Mina Rizzo

“Well Death will go in any family in this land

Well Death will go in every family in this land

Well he’ll come to your house and he won’t stay long

Well you’ll look in the bed and one of your family will be gone

Death will go in any family in this land”

Hinterland nord di Milano. Canticchiava lo stereo un vecchio blues del Reverendo Gary Davis mentre Mina, a testa china, era seduta da sola a un tavolo del Bar Chang, il bar che frequentava sempre, attaccata come muschio a una roccia. Erano quasi le quattro di mattina quando pensò di andarsene e anche quella notte aveva bevuto solo una lemon soda. 

Aveva una camminatura lenta e zoppicante, era una vecchia lumacona che camminava con lo sguardo perso nel vuoto, gli occhi vitrei, in cerca di anziani bavosi da succhiare e spennare, inconsapevole che quella sarebbe stata l’ultima notte in cui sarebbe stata circondata da clienti. Il Barone, un vecchio butterato aspirante gigolò, quella sera le allungò un cinquantino in mezzo al grosso e flaccido seno e le disse: “Figa, me la dai una sgrulatina al Black & Decker, andiam in bagno e taaaaaaac?”. Uscita dal bagno, leggermente sudata e affannata, se ne tornò a casa, dove viveva con la mamma ultranovantenne che l’aspettava sul divano per farsi cambiare il pannolone.

Quando aprì la porta la sentì tossire forte: era sveglia. 

“Mamma, perché non dormi?”,

“Ho la tosse ma non è niente, non ti preoccupare”

“Allora io vado a letto, buonanotte”. 

Il giorno dopo, come suo solito, andò a fare la spesa e si trovò disorientata nei corridoi del supermercato, tra centinaia e centinaia di persone che correvano a svaligiare gli scaffali; quando cercava di raggiungere un pacco di pasta o una scatoletta di tonno, scopriva che erano prodotti terminati. Restò a guardare col suo sguardo preoccupante l’immensa desolazione di quello scaffale orfano di cibo come fosse stato una casa dove un tempo aveva vissuto una famiglia felice, che aveva fatto ora spazio alla polvere e al vuoto. Passò allora al reparto dei cibi precotti e lì qualcosa trovò. Tornò a casa e cucinò, come suo solito. “Mamma, è buono?” “Si, molto buono”. Dopo il pranzo si mise a pulire e più tardi lesse le carte a sua madre. “Le senti le campane suonare? “Si, le sento”. “Che cosa vogliono dire le campane, mamma?”. “Vogliono dire che è il crepuscolo, non è la fine, è soltanto un nuovo inizio”. “Ho capito”.  “Perché la gente è impazzita?”, “La gente è sempre stata matta”. “Perché ancora non riesco a trovarmi una casa per andare a vivere da sola?”, “Perché anche se non vuoi farmi compagnia, ti costringe il destino a farlo”. “Il destino esiste?”, “Credo di no”. “Mi sento sola”, “Figlia mia, lo so, tutte le stronze come te muoiono sole.” “Grazie. Ed è tutto merito tuo”. “Che cosa dicono le carte?”, “Che andrà tutto bene, mamma”. 

Le campane segnalavano il coprifuoco: Mina e sua madre erano tra le pochissime persone a non essersene ancora accorte, la città per loro era un immenso sepolcro già da molto tempo, forse erano stati gli altri a non essersene accorti. Era primavera e quando gli uccelli smettevano di cinguettare voleva dire che stava arrivando il buio e Mina era pronta per uscire ad andare a lavorare al Bar Chang, col suo trucco pesante spaccato dalle rughe, i capelli di cartapesta e gli occhi come il ghiaccio.  “Mamma, prendo dieci euro dal tuo portafogli”, “Torna presto”, “Va bene, ciao”. Quando arrivò finalmente in fondo alla strada e trovò il locale serrato e la strada deserta, pensò di aver sbagliato indirizzo perché non era mai successo prima. A quel punto decise di tornare a casa ma non prima di aver fumato qualche sigaretta. Si sistemò su una panchina e provò a finirsi il pacchetto. Il fumo era la vera compagnia. Le passò accanto uno studente che si discostò da lei non appena sentì il suo odore. “Non sono vecchia” pensò “ma evidentemente i ragazzini devono sentire l’odore di vecchia anche per donne della mia età”.

La vecchia lumacona, allora, tornò a casa più curva del solito. Aprì la porta, si tolse la giacca, posò la borsetta fuori moda e andò, come di consueto, a salutare sua madre. “Ciao mamma”. Non ottenne risposta. “Io vado a letto, buonanotte”. Non ottenne ancora risposta e andò a letto lo stesso. Le frasi che si scambiavano erano un meccanismo automatico ben collaudato da cinquant’anni ed aveva sempre funzionato talmente bene che era diventato impossibile accorgersi di qualche cambiamento.

La mattina si svegliò tardi, dopo aprì le finestre che oscuravano completamente la stanza e si mise a cucinare. “Mamma, è buono?”. Non ottenne risposta. Sua madre aveva smesso di respirare già da diverse ore. Fu solo in quel momento che Mina si rese conto di essere rimasta sola davvero e pensò ad alta voce: “Ora che non riuscirò più a pagare l’affitto, mi mancherà anche quella puttana di mia madre”.

“Well Death will go in any family in this land

Well Death will go in every family in this land

Well he’ll come to your house and he won’t stay long

Well you’ll look in the bed and one of your family will be gone

Death will go in any family in this land”

“Le novelle della quarantena”, Giorno 4: “Il complotto”. AUDIORACCONTO

Giornata 4 di quarantena: racconto dedicato a quelli che in quarantena già ci stavano e per cui tutto è menzogna tranne quello che dicono loro.

Testo di Luigi Capone, Musica di Luigi Bellino. Interpretazioni audio di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci, Emanuele de Marco, Matteo Castellino. Immagine di copertina di Dante Mele.

Audioracconto

Il complotto 

Nel carcere i detenuti stavano perdendo la pazienza. Nel braccio dov’erano reclusi gli assassini la situazione era stranamente silenziosa, nel reparto dedicato ai crimini sessuali c’era già più agitazione, ma nella parte dov’erano imprigionati i ladri la situazione stava letteralmente diventando pericolosa.

A.“E’ tutto un complotto! E’ tutto un complotto! Questo virus ci ammazzerà tutti e non vogliono dircelo, ci dicono che è solo un’influenza perché non vogliono curarci, perché ci considerano la feccia della società!”. 

B.“Hai ragione cazzo!”

C.“No, ma che cazzo dite? Non posso credere a una cosa del genere”

A.“E credi che lo stato ci ami?”

C.“Credo che la gente ci abbia messo in galera, non il governo: questo governo sta tentando di fare qualcosa per fermare l’epidemia!”

D: “Ve lo dico io come stanno le cose: gli americani hanno deciso di sterminarci tutti, si, è così. Trump è immune al virus! L’avete visto? Non ha paura di niente perché l’hanno creato loro il cazzo di virus!”

B: “Si, certo, è chiaro!”

E: “Siete solo dei coglioni sono stati i musi gialli, avete capito? I musi gialli! Sono loro che vogliono vederci morti a noi e pure agli americani”

C: “Ah! I musi gialli! Semmai sono stati i negri…che non si lavano, con tutte quelle loro epidemie!”

A: “Non è possibile ascoltatemi, sono stati i russi…si perché sono ancora dei comunisti di merda! E i comunisti comandano pure in Italia! Ecco perché sono stati loro…sono tutti d’accordo…”

B: “Ma se fosse venuta così da sola, eh?”

A: “Perché non continui a tacere e a dire di si, eh? Piantala che quando cerchi di accendere il cervello dici solo stronzate!”

A: “Ascoltate, è quel ministro il bastardo con cui dovremmo prendercela, capito?”.

Continuarono a parlare fino a che non furono interrotti da un boato, qualcosa di simile a una bomba. 
E: “Attentato! Comunisti di merda! Vogliono liberarsi di noi!”. Stava andando tutto a fuoco e il fumo saliva per le gradinate in ferro che portavano alla loro cella, la 465. Non riuscivano ad uscire, le guardie non li avrebbero liberati per alcuna ragione senza aver ricevuto l’ordine. B. allora prese un coltello e ne attirò uno alla cella offendendolo in malo modo. Quando la guardia si fermò a due metri dalla cella, aveva già un coltello nella pancia. “Sfondiamo la porta!”. Presero i letti e li utilizzarono come degli arieti fino a che la porta non fu spalancata, scesero giù di corsa e mandarono avanti B., che era il più debole di tutti: la sua massa corporea era la metà della media delle guardie carcerarie. Manganellate in testa a B., sangue. Quel sacrificio, però, fece in modo che il resto della comitiva dell’allegra cella complottista riuscì a scappare. Fuggirono non badando ad altro, ai morti, alle fiamme, al fumo. Pensarono a salvarsi la pelle e visto che c’erano, conquistarsi anche la libertà che gli era stata tolta per aver rubato ciò che gli sarebbe spettato di diritto in un mondo giusto. 

A pochi chilometri dalla prigione c’era un inceneritore, attivo 24 ore su 24, più in fondo iniziava il centro abitato, completamente desolato a causa del coprifuoco. Sfiniti, alla fine, si accasciarono sull’erba, in mezzo a cartacce, vecchi rottami e miasmi tossici. “Te l’avevo detto” disse A. “Volevano fregarci! Volevano farci evadere e ci sono riusciti! Era tutto organizzato! Adesso moriremo tutti, branco di coglioni! Io lo sapevo!”.

Disegno di Dante Mele

“Le novelle della quarantena”, Giorno 3: “L’auto clandestina”.

Giornata dedicata agli amori sbagliati e alle brutte situazioni che ne possono derivare. Testo di Luigi Capone, musica di Luigi Bellino, voce di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Angela Cappuccio, Iris Basilicata.

Disegno di Luca Tuveri.

(Ricordiamo che questa rubrica è composta da 14 novelle, una al giorno per chi è rimasto in casa a causa del corona virus)

Audioracconto musicato

L’auto clandestina

Come si fa a continuare a scopare a distanza in periodo di quarantena? Il bisogno disperato di continuare a vivere durante un’epidemia importante permane e lo si continua a fare in barba ai regolamenti, molto spesso. Si prende un’auto e ci si va ad imboscare con la propria bella clandestinamente. Ma ciò avveniva pure prima, ora ve ne racconto una:

“Alessia e Michele dovevano incontrarsi ad ogni costo. La voglia di annusarsi, di scambiarsi le mucose, di baciarsi, di penetrarsi e di succhiarsi era talmente tanta che, avrebbero rischiato anche di farsi bruciare nella piazza del paese. Alessia, infatti, era sposata col farmacista di Montesolo, mentre Michele era sposato con una brava insegnante di Montecupo, in provincia di Avellino, ed entrambi vivevano nel loro paese dove avevano una reputazione di tutto rispetto. Fu Michele a scrivere su Whatsapp per primo: 

-Alessia, ho voglia di te, scrivimi qualche porcata

-No, Michele, oggi no, oggi ci dobbiamo vedere

-Ma come faccio? Mia moglie è appena tornata dal dentista

-Inventati una scusa

-Ma che mi invento?

-Dì che devi andarti a vedere una partita al bar

-Ma oggi non gioca nessuno!

-La premiere ligue o la liga, un campionato straniero, tu te li guardi tutti no?

-Non lo so

-Sono bagnata

-Va bene

“Tesoro, mi dispiace ma stasera devo andare a vedere una partita importante, ho giocato una schedina e potremmo vincere un botto di soldi. Southampton – Newcastle!”

“Ma come? Oggi dovevamo andare a cena insieme, non ricordi?”

“Eh, lo so. Mi dispiace, rimandiamo a domani, ok?

“Ok. Però vaffanculo”

“Ti amo anch’io, domani mi farò perdonare, promesso”.

Michele prese l’auto e si fiondò sulla strada provinciale 17 che conduceva a Montesolo. Ad ogni curva avrebbe potuto ammazzarsi, doveva fare più in fretta possibile. Passò a prendere Alessia davanti ai binari della stazione abbandonata, in un luogo in cui nessuno avrebbe mai potuto vederli. Alessia saltò in macchina e senza nemmeno parlarsi, salutandosi soltanto appena, proseguirono per la strada che portava al bosco. Al primo spiazzale buio, comodo e abbandonato, parcheggiarono la macchina ed iniziarono a strapparsi i vestiti di dosso!

“Vieni qua Michè!”

“Maronn mia che ti fazzo mo”

Si spogliano ed iniziarono a toccarsi i sessi, poi a baciarseli. Michele spingeva la testa di Alessia sul suo membro e Alessia stava al gioco. Mentre godevano in questo modo con una mano abbassavano i sedili dell’auto. “Mettiti sotto, mettiti”. “Dì che sei la mia porca”. “Si, sono la tua porca”. “Ahhhhh!”. “Così, così, di più”. “Più a destra, più a sinistra, più al centro!”. Michele pensava di essere un motore a stantuffo e Alessia la sua vaporiera. 

“SI! Dio, ti vedo, finalmente, si!” urlò di piacere Michele e intanto, non era Dio ad averlo visto, bensì il proprietario del terreno dove si erano appartati a fottere. Li aveva colti proprio nel momento di massimo godimento, a cui di solito segue il momento della sigaretta e del relax. Era un pastore munito di torcia elettrica e di fucile, li fissava dal finestrino sconvolto. Panico. Quando Michele lo guardò negli occhi, il pastore urlò: “Filomè, chiama li carabbinieri, ci stanno due puorci ind’a la terra nosta!”.

Senza perdere nemmeno un secondo utile, Michele accese l’auto facendo girare la chiave col gomito e col piede nudo premette l’acceleratore mentre con un pollice inseriva la seconda marcia. E schizzò via sulla strada. Si rivestì del tutto quando ormai erano già quasi arrivati nel foggiano, tanto era stato lo spavento. Superarono un posto di blocco mezzi nudi. Infine trovarono un bar in mezzo a un campo di grano, dalle parti di Candela. Ordinarono una birra e si dissero: “stiamocene qua stanotte, ci inventeremo un’altra scusa per non tornare a casa”.