“Le novelle della quarantena”. Giorno 14. “Il musicista del Titanic”- VIDEORACCONTO

L’ultimo giorno di quarantena è dedicato a coloro i quali, credendosi inizialmente liberi, scoprono che la libertà è irraggiungibile sulla terra.

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Giacomo Buonafede, Matteo Castellino. Musica di Piergiorgio Maria Savarese. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Grazie a tutti coloro i quali hanno partecipato.

Audioracconto

Il musicista del Titanic

Messaggio vocale di Whatsapp: “Immagino che oltre questi tetti ci sia un mare calmo e delle barche ferme nel porticciolo, un ristorante proprio accanto che serve il pesce fresco a tavola. Sento l’odore della pioggia sole dell’imbrunire, da questa finestra primaverile e secca, dove l’aria è ferma, immobile, impolverata. Nemmeno una goccia è caduta negli ultimi mesi. Suono su questo balconcino all’ultimo piano perché so che la mia chitarra potrebbe rendere meno pesante la quarantena ai vecchi che abitano sotto di me e dall’altro lato della strada. La suono anche per te che sei così lontano”.

“I vantaggi della tecnologia” gli rispose Andreas. 

“Ma a chi voglio prendere in giro” pensò tra sé “Io suono solo per, su questa barca che sta affondando, le note ci ricongiungono alle stelle”. 

Javier aveva perso l’attaccamento alla terra da quando non aveva più la preoccupazione della ricerca della felicità. Con la pandemia che stava per mettere fine alla civiltà, l’unica paura era quella del dolore e della catastrofe, una paura molto più sopportabile, molto più distensiva e accomodante. 

Il trauma della massima delusione ricevuta in un momento di massima felicità era il vero trauma, per essere precisi.  Javier era un cherofobico, ogni suo gesto votato al miglioramento di sé o al raggiungimento di una dimensione serena gli recava una irrefrenabile ansia. Era sparita anche quella vergogna per la sua palese omosessualità. Grazie alla fine del mondo poteva essere finalmente se stesso. 

“Ascolta, Andreas, cosa ho scritto per te”.

“Javier, grazie. Spero di rivederti presto”.

Javier Carlos Del Sol era rimasto intrappolato a Salamanca, dove studiava al conservatorio, senza poter far ritorno a Granada. Si era innamorato intanto di Andreas e non poteva vederlo. 

“Andreas, dato che stavolta è la fine davvero della nostra società, io ti chiedo di vederci subito. Vada come vada, tanto da domani non sarà più lo stesso, anche se sono guarito dal Corona Virus e potrò uscire”. 

“Javier non so che dirti, sto qua con Josè…non se n’è ancora andato”.
“Io parto stanotte, sarò lì domani mattina”.

“Va bene, mi inventerò una scusa…ti aspetto…”.

In autostrada, con la chitarra a bordo e delle scorte di alcool e cibo, correva diretto in Andalusia. La radio non faceva altro che aggiornare la conta dei morti, su tutte le frequenze, eccetto una: “Radio Caos”, una nuova radio indipendente. Per cinque ore guidò ipnotizzato dai gruppi di Radio Caos: Joy Division, Pixies, Nick Cave and the Bad Seeds, solo per citarne alcuni.

Arrivato a Granada, parcheggiò in mezzo alla strada -tanto non circolava nessuno-, imbracciò lo strumento e salì al terzo piano del condominio, aveva appena albeggiato. Nel letto consumarono un rapporto e poi Andreas disse: “Dobbiamo raggiungere le colonne d’Ercole”. “Intendi la rocca di Gibilterra? Ma come?”. “Hai abbastanza gas in macchina?”. “Si ma sono le dieci del mattino e io non ho ancora dormito”. “Non preoccuparti, se non ce la fai guido io”. Javier provò ad inventarsi delle scuse ma non riuscì ad aver la meglio sulla sfrenata voglia di fuga di Andreas. 

“Partiamo”.

Lungo la strada Andreas beveva grandissime sorsate da una bottiglia di Jim Beam alternata a birra. Al km 120, quando Javier era giunto allo stremo e voleva fare il cambio al volante, Andreas dormiva come svenuto con la faccia spiaccicata sul finestrino. “Ti prego, svegliati Andreas!”. Gli diede uno schiaffo ma Andreas non si svegliava. In preda al panico Javier pensò che si sarebbe svegliato soltanto quando avesse visto la rocca di Gibilterra. 

“Eccola, Andreas, siamo arrivati”. Il compagno aprì gli occhi e, incantato dalla vista del promontorio aggiunse: “Facciamo questo tratto a piedi e saliamo lassù in cima”.

Con l’energia ritrovata Andreas riuscì anche a sfiancare il proprio corpo nuovamente mangiando un funghetto che aveva in tasca e tirando una striscia di cocaina distesa su una roccia liscia”.

Infine giunsero in cima.

“Qualcuno diceva che eravamo sul promontorio estremo dei secoli, eccolo, Javier”.

“Lo vedo. Lo conoscevo. Ma non l’avevo mai visto”.

“Adesso che cosa immagini che ci sia, oltre il mare?”

“Immagino che ci siano gli stessi errori di sempre. Un’altra terra infelice, perché consapevole di aver paura felicità”.

“In pratica, oltre tutto ciò, ci sei tu. Da oggi in poi torneremo a fantasticare su quello che c’è oltre”.

“Il mondo non ha più confini”

“Si. Ora l’hanno capito tutti. È imperscrutabile quello che c’è oltre il tuo tetto, proprio come questo oceano che si distende ai nostri piedi. Non c’è differenza tra la tua finestra e quest’ampia visione”.

“Affonderemo insieme”.

“Le novelle della quarantena”. Giorno 12. “L’arte di essere Aurelio” – AUDIORACCONTO

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente e Enoch Marrella. Musica di Carmine Ioanna. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

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L’arte di essere Aurelio

Mentre i miliardari scappavano all’estero, Aurelio era sempre lì, sotto i portici, con un barattolo di latta in mano, seduto su una cassa piena di effetti personali, come un mutilato appena tornato da una guerra (che era lo stile di vita occidentale): un coltellino svizzero arrugginito, un carillon lasciatogli dalla madre, un biglietto del treno usato, una garza, una vecchia foto sbiadita, un panino comprato con gli spiccioli racimolati, un maglione di lana, un paio di scarpe invernali, un anello, un pacco di tabacco, un accendino. 

Era stato un professore di Filosofia. Aveva insegnato per molti anni in un istituto superiore del suo paese d’origine, nell’Asia centrale. Era arrivato in Italia dopo essere stato licenziato a causa di enormi tagli all’istruzione pubblica, con la promessa, da parte di un suo conoscente, che in Europa sarebbe diventato ricco semplicemente vendendo accendini e sigarette di contrabbando. Non era mai stato così ingenuo da crederci ma cos’altro avrebbe potuto fare? Era dell’opinione che il fato avrebbe premiato i coraggiosi. Il suo vero nome non era Aurelio ma gli alcolizzati di Via Santa Caterina lo chiamavano così, forse per una leggera somiglianza con qualcuno.

La gente si affacciava ai balconi per cantare e per esorcizzare la paura di ammalarsi. Aurelio era ancora lì, seduto sulla cassa. Chiedeva due soldi davanti al supermercato. Le scorte di cibo stavano finendo e lui sorrideva. “Signora, buongiorno, complimenti per il vestito”. “Oh, Dottore, buona giornata, tutto bene? Le auguro il meglio!” ed agitava il barattolo che conteneva ancora soli due euro. “Avvocato! Come la vedo in forma stamattina, prego, prego! Eh, lo so la fila è lunga ma non si scoraggi! Arriverà anche il suo turno!”.

Entravano con le facce tristi, preoccupate, con guanti e mascherine. Uscivano coi carrelli pieni di roba da mangiare per un mese ed Aurelio diceva loro: “Buon appetito signori! Che la sorte sia con voi!”. 

Alle diciotto iniziava il coprifuoco e tutti i negozi dovevano chiudere, Aurelio come sempre andava a sistemarsi sotto i portici di Via Santa Caterina per passare la notte in mezzo ai rifiuti, visto che anche il servizio di nettezza urbana era stato sospeso. Era una fortuna per Aurelio: poteva rovistare in mezzo a tutto quel pattume e ogni volta ci trovava delle cose interessanti: interi piatti di pasta precotta, panini quasi integri, fette di pane fresco, pezzi di formaggio ma anche abbigliamento, oggetti, un pettine, delle bottiglie di plastica vuote utilissime, pezzi di carne, persino del tabacco. Poco importava, anzi nulla, se per i passanti era un alieno, senza cuffie wireless e senza cellulare. Era come se non esistesse per quelli che gli passavano davanti e non poteva avere nessun argomento in comune, e nonostante ciò gli sorrideva sperando in un euro. 

La sua dimora fatta di cartone era adiacente alla Caritas, in modo che potesse andare a rifornirsi di cibo prontamente all’occorrenza: mangiava poco ma era in carne, come tutti i poveri. Quella sera si alzò con i suoi stracci sudici e dignitosi, abituati ai pavimenti, all’asfalto e si avvicinò alla mensa della Caritas: le porte erano sbarrate e fuori un cartello recava la scritta: “Siamo chiusi fino a nuove disposizioni, buona fortuna”. Se l’erano data a gambe anche i volontari cristiani per paura di infettarsi.  Probabilmente la società andava così – pensò Aurelio – “sono dei malthusiani, stanno cercando di ridurre la popolazione mondiale e farla ritornare alla fine del 1700, quando eravamo solo un miliardo. I pezzenti moriranno e i ricchi vivranno nella loro nuova dimora lontana dai centri abitati, saranno i primi ad avere il vaccino ed ogni sorta di assistenza medica. Lo stanno facendo per toglierci di mezzo. Vogliono farci fuori perché facciamo schifo. Non è niente di nuovo, in fondo, stanno semplicemente riscoprendo i prodigi dell’eugenetica nazista. Che crepino i deboli, insomma!”. Con queste riflessioni in corso, tornò nel suo giaciglio e provò a dormire, gonfio di birra calda, comprata con quei quattro soldi che aveva elemosinato. 

“Il corona virus è l’unica cosa normale che è successa nel mondo negli ultimi anni. Normale nel senso che segue la norma del mondo. Li ha costretti all’umiltà: loro che pensavamo di essere la società invincibile, loro che pensavano di essere progrediti, moderni, aperti, solidali, loro i capitalisti che pensavano di vivere in un mondo giusto, sviluppato, globale, stellare, tecnologico. Non sono in grado di cambiare le norme del mondo. Magari sarà un’umiliazione utile, per loro.”

Il freddo, il desiderio di impiccarsi, la puzza, i dolori lancinanti nelle ossa, la tosse, lo stomaco perforato non gli impedirono di addormentarsi come un bambino. Ma un uomo sui trent’anni che passò di lì, cercò di agguantare la birra mentre Aurelio se la teneva in grembo come un bambino. Un calcio nello stomaco ed ebbe ragione l’uomo alto e robusto che gli passò attraverso. Ma quando quella sagoma scura si rese conto che la mensa della Caritas era chiusa anche per lui, iniziò a dare dei forti calci contro le sbarre che chiudevano il passaggio.

“Non ti affaticare” disse Aurelio “pensa a conservare le energie. Cos’hai mangiato oggi? Un panino? Conservati quelle calorie stando fermo, immobile, non muoverti, fai come me. Consumare di meno, lavorare di meno, vivere meglio!”.

L’uomo alto e robusto gli si avvicinò, gli sputò in faccia e se ne andò. “Ah, mondo cane, quando impareranno. Moriranno come le mosche, moriranno” e si addormentò placidamente tra i rifiuti.

Al suo risveglio notò un vuoto ancora più nero: nessuno più camminava per le strade. Forse sopravvivevano soltanto quelli che volevano andarsene da questo mondo, quelli che avevano qualcosa per cui restare sparivano all’improvviso.

“Se il mondo gira, deve passare da qua!” scrisse su un pezzo di cartone, e continuò a vivere.

Un canto sacro firmato Matteo Salvatore.

“Le novelle della quarantena” – Giorno 11 – “Il gatto” – AUDIORACCONTO

Il giorno 11 è dedicato al mondo animale, in particolare modo ai felini, i più saggi abitanti del pianeta.

Testo di Luigi Capone. Voce narrante di Francesco Prudente. Voce del gatto: Matteo Castellino. Musica di Piergiorgio Maria Savarese. Immagine di copertina: Luca Tuveri

Audioracconto

Il gatto

Quando chiusero tutte le industrie e tutti i distributori di benzina, la pianura padana smise di essere oppressa da una pesante coltre nera di nubi tossiche e tutti gli altri esseri viventi la ringraziavano, eccetto gli esseri umani. Anche le industrie farmaceutiche ed alimentari furono costrette a chiudere dopo l’ennesimo sciopero, persino i corrieri di Amazon e i riders di Just Eat restarono a casa. Chiusero gli ospedali perché dapprima i volontari, poi gli infermieri ed infine anche i medici avevano preferito scappare per andare a rifugiarsi in montagna. La situazione nelle città era oltre il collasso. Giacché la democrazia non funzionava e molti umani continuavano ad uscire per fare yoga in piazza o per fare jogging, il governo italiano decise di far intervenire l’esercito con tanto di artiglieria pesante in tutti i centri urbani. La gente della città, però, impazzì davvero quando le proibirono di portare a spasso il proprio cane liberamente: il cane avrebbe dovuto finalmente pisciare sul balcone in un vaso.

Il gatto, invece, se la passava meglio. In quei giorni di totale isolamento, gli esseri umani più saggi iniziarono ad imparare dai gatti, soprattutto quegli esseri umani che vivevano in campagna e che avevano un orto e delle galline: loro non erano mai stati dipendenti dai Carrefour h24 e da tutte quelle diavolerie di consegna a domicilio di roba. Erano i più simili ai gatti.

I gatti, come gli altri animali, erano immuni al virus che stava decimando la popolazione mondiale, per cui la sesta estinzione di massa non li avrebbe minimamente riguardati e, anzi, non se ne sarebbero nemmeno accorti; ma non era solo questo: i gatti potevano insegnarci a fare a meno di tutto e di tutti. L’autonomia, l’indipendenza, l’abnegazione nel ricercare la propria zona franca, la predisposizione all’adattamento, il sesto senso per i pericoli imminenti, l’elevata reattività allo stimolo, erano tutte caratteristiche proprie dei felini e Carlo lo sapeva bene, specialmente dopo aver passato tre mesi in simbiosi Floki nello stesso appartamento, giorno e notte.

Quell’anno il sud Italia viveva la primavera più rigoglioso e lussureggiante di sempre, Carlo e Floki erano tra i privilegiati a godersene tutti i frutti: il tepore dell’aria, i mandorli in fiore, il colore verde acceso dell’erba, il ciliegio, la camelia, il glicine, il dolce profumo dei biancospini e dei tigli. L’ultimo giorno di quarantena, Carlo andò nel giardino normalmente con il suo compagno, per innaffiare l’orto. Floki gli si piazzò proprio davanti, guardandolo negli occhi. In quel momento parve a Carlo di poter interpretare ogni minimo pensiero dell’animale: “Guardami negli occhi, io non ho nulla da temere mai. Io ti faccio compagnia ma tu non fai compagnia a me, se tu morissi in questo istante io andrei a pisciare sul tuo orto con nonchalance e poi dormirei un po’. La campagna è la mia casa e la mia casa è piena di cibo e piena di esseri della mia specie. Non sono sequestrato da te, me ne potrei andare quando voglio ma resto perché noi felini abbiamo pietà di voi e ci dispiace abbandonarvi alle vostre disgrazie, alle vostre paure: noi non conosciamo paura. Ogni cosa per noi è soltanto nel momento in cui avviene, e quando ci assale il dolore lo trasformiamo in rabbia e in aggressività, quando ci assale la fame riusciamo a sopraffare qualche essere più piccolo, non siamo in competizione con nessuno, non abbiamo l’ansia di dimostrare qualcosa a qualcuno, non giochiamo mai sporco, non tradiamo, non maciniamo migliaia di km a vuoto solo per turismo ma ci spostiamo solo per necessità, non produciamo più di ciò che ci serve, non prendiamo in giro nessuno, non godiamo nel vedere gli altri esseri della terra in difficoltà ma siamo sempre attenti, molto più di voi. Non ci sfugge niente, Carlo, ogni minimo spostamento dell’aria lo avvertiamo per primi. Non ti sei nemmeno accorto delle piccole scosse di terremoto di stamattina. Ecco Carlo, se avessi la voce ti avvertirei di quello che sta per succedere ma se stai un poco più attento potrai capirlo con la prossemica. Noi gatti siamo anche colti perché conosciamo soltanto ciò che ci serve, non perdiamo tempo in inutili cazzate. Siamo saggi. Non abbiamo nessuna paura della morte. Per me morire non è né più né meno che un semplice gesto, come quello di andare a pisciare”.

Carlo pensò di aver udito tutto ciò e si accorse che intanto aveva quasi allagato l’orto. Ragionò molto su di sé quella notte e decise così di prolungare la quarantena spontaneamente. Si propose anche di scendere in città non appena avesse albeggiato per assistere al ritorno alla normalità, al ripartire del movimento incessante, alla riapertura dei negozi e subito dopo aver visto, sarebbe tornato in campagna. Ma quando arrivò all’alba e si mise in cammino si accorse che la strada provinciale era deserta, continuò a camminare e dopo due giunse in città: non vi trovò nessuno. Se n’erano andati tutti, i supermercati erano stati saccheggiati insieme a tutti gli altri negozi, alle banche. Le scuole erano state utilizzate come lazzaretti e poi erano state bruciate insieme all’ospedale. L’erba iniziava a crescere dentro alle spaccature dell’asfalto.

Non si scoraggiò soltanto perché aveva la sua collina, la sua campagna e Floki. Tornò a casa e sistemò gli attrezzi da lavoro, preparò da mangiare al gatto. Imparò davvero tutto da lui: anche ad andarsene in silenzio, dopo molti anni, senza scomodare nessuno. Dicono che un giorno, da vecchio, anni dopo la morte del suo gatto, si accasciò in mezzo al bosco serenamente e si addormentò per sempre. Quella fu l’ultima lezione di Floki.

“Le novelle della quarantena”. Giorno 8. “La ballata di Mina Rizzo” – AUDIORACCONTO

Il giorno 8 è dedicato a quelli che sono stati colti di sorpresa dalla morte dei propri cari, a chi soffre di solitudine e alle puttane.

Testo di Luigi Capone. Voce narrante: Francesco Prudente. Voci nei dialoghi: Anna Chiara Colombo, Anna Lisa Amodio, Bruno Ricci. Musica di Vittorio Oliviero. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

La ballata di Mina Rizzo

“Well Death will go in any family in this land

Well Death will go in every family in this land

Well he’ll come to your house and he won’t stay long

Well you’ll look in the bed and one of your family will be gone

Death will go in any family in this land”

Hinterland nord di Milano. Canticchiava lo stereo un vecchio blues del Reverendo Gary Davis mentre Mina, a testa china, era seduta da sola a un tavolo del Bar Chang, il bar che frequentava sempre, attaccata come muschio a una roccia. Erano quasi le quattro di mattina quando pensò di andarsene e anche quella notte aveva bevuto solo una lemon soda. 

Aveva una camminatura lenta e zoppicante, era una vecchia lumacona che camminava con lo sguardo perso nel vuoto, gli occhi vitrei, in cerca di anziani bavosi da succhiare e spennare, inconsapevole che quella sarebbe stata l’ultima notte in cui sarebbe stata circondata da clienti. Il Barone, un vecchio butterato aspirante gigolò, quella sera le allungò un cinquantino in mezzo al grosso e flaccido seno e le disse: “Figa, me la dai una sgrulatina al Black & Decker, andiam in bagno e taaaaaaac?”. Uscita dal bagno, leggermente sudata e affannata, se ne tornò a casa, dove viveva con la mamma ultranovantenne che l’aspettava sul divano per farsi cambiare il pannolone.

Quando aprì la porta la sentì tossire forte: era sveglia. 

“Mamma, perché non dormi?”,

“Ho la tosse ma non è niente, non ti preoccupare”

“Allora io vado a letto, buonanotte”. 

Il giorno dopo, come suo solito, andò a fare la spesa e si trovò disorientata nei corridoi del supermercato, tra centinaia e centinaia di persone che correvano a svaligiare gli scaffali; quando cercava di raggiungere un pacco di pasta o una scatoletta di tonno, scopriva che erano prodotti terminati. Restò a guardare col suo sguardo preoccupante l’immensa desolazione di quello scaffale orfano di cibo come fosse stato una casa dove un tempo aveva vissuto una famiglia felice, che aveva fatto ora spazio alla polvere e al vuoto. Passò allora al reparto dei cibi precotti e lì qualcosa trovò. Tornò a casa e cucinò, come suo solito. “Mamma, è buono?” “Si, molto buono”. Dopo il pranzo si mise a pulire e più tardi lesse le carte a sua madre. “Le senti le campane suonare? “Si, le sento”. “Che cosa vogliono dire le campane, mamma?”. “Vogliono dire che è il crepuscolo, non è la fine, è soltanto un nuovo inizio”. “Ho capito”.  “Perché la gente è impazzita?”, “La gente è sempre stata matta”. “Perché ancora non riesco a trovarmi una casa per andare a vivere da sola?”, “Perché anche se non vuoi farmi compagnia, ti costringe il destino a farlo”. “Il destino esiste?”, “Credo di no”. “Mi sento sola”, “Figlia mia, lo so, tutte le stronze come te muoiono sole.” “Grazie. Ed è tutto merito tuo”. “Che cosa dicono le carte?”, “Che andrà tutto bene, mamma”. 

Le campane segnalavano il coprifuoco: Mina e sua madre erano tra le pochissime persone a non essersene ancora accorte, la città per loro era un immenso sepolcro già da molto tempo, forse erano stati gli altri a non essersene accorti. Era primavera e quando gli uccelli smettevano di cinguettare voleva dire che stava arrivando il buio e Mina era pronta per uscire ad andare a lavorare al Bar Chang, col suo trucco pesante spaccato dalle rughe, i capelli di cartapesta e gli occhi come il ghiaccio.  “Mamma, prendo dieci euro dal tuo portafogli”, “Torna presto”, “Va bene, ciao”. Quando arrivò finalmente in fondo alla strada e trovò il locale serrato e la strada deserta, pensò di aver sbagliato indirizzo perché non era mai successo prima. A quel punto decise di tornare a casa ma non prima di aver fumato qualche sigaretta. Si sistemò su una panchina e provò a finirsi il pacchetto. Il fumo era la vera compagnia. Le passò accanto uno studente che si discostò da lei non appena sentì il suo odore. “Non sono vecchia” pensò “ma evidentemente i ragazzini devono sentire l’odore di vecchia anche per donne della mia età”.

La vecchia lumacona, allora, tornò a casa più curva del solito. Aprì la porta, si tolse la giacca, posò la borsetta fuori moda e andò, come di consueto, a salutare sua madre. “Ciao mamma”. Non ottenne risposta. “Io vado a letto, buonanotte”. Non ottenne ancora risposta e andò a letto lo stesso. Le frasi che si scambiavano erano un meccanismo automatico ben collaudato da cinquant’anni ed aveva sempre funzionato talmente bene che era diventato impossibile accorgersi di qualche cambiamento.

La mattina si svegliò tardi, dopo aprì le finestre che oscuravano completamente la stanza e si mise a cucinare. “Mamma, è buono?”. Non ottenne risposta. Sua madre aveva smesso di respirare già da diverse ore. Fu solo in quel momento che Mina si rese conto di essere rimasta sola davvero e pensò ad alta voce: “Ora che non riuscirò più a pagare l’affitto, mi mancherà anche quella puttana di mia madre”.

“Well Death will go in any family in this land

Well Death will go in every family in this land

Well he’ll come to your house and he won’t stay long

Well you’ll look in the bed and one of your family will be gone

Death will go in any family in this land”

“Le novelle della quarantena”. Giorno 5 – Lu lupu – AUDIORACCONTO

Testo di Luigi Capone. Lettura a cura di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci. Special Guest Maria Felicia Sichinolfi. Musica di Mario Quaresimale. Disegno di Luca Tuveri. Grazie a Sara Porcu.

Audioracconto

Lu lupu

Lo chiamavano ‘Ntoniu Lu Lupu. Viveva nella sua casa in legno e blocchi di cemento, costruita da lui, nel bel mezzo del Montagnone di Nusco. Da giovane aveva avuto la fama di gran corteggiatore per gli eventi mondani del paese: il mercato domenicale, la sere all’osteria davanti alla tv, le feste dei santi, la festa patronale. Erano gli anni ’60. Il nostro Don Giovanni però commise il più grande errore per uno come lui: si innamorò, e si innamorò di una donna spietata. Il nostro Ntoniu era disperato, talmente disperato che il falegname da cui lavorava decise di licenziarlo, Da qual momento, era il 1973, aveva iniziato a costruirsi da solo una casa nella montagna del suo paese e nel 1974 l’aveva già terminata. Si trasferì lì con le sue poche cose e non si sposò mai, divenne completamente autonomo. Era riuscito ad avere un orto, un castagneto di modeste dimensioni, delle galline, un porco, una vacca, un vigneto di pochi metri quadrati e un piccolo campo coltivato a marijuana. Riusciva a fare tutto da solo, era il vero anarchico. Non uno di quelli da centro sociale con ingresso a pagamento, smartphone, cocaina e vizi. No. Lui viveva a contatto solo con la montagna e con gli animali. Ntoniu lu lupu. In paese non sapevamo se esistesse davvero o se fosse solo una leggenda. Un giorno di marzo del 2020, però, Ntoniu lu lupu, ormai molto vecchio e sentendo la propria morte vicina, decise di scendere di nuovo giù in paese per rivedere un’ultima volta i luoghi della sua gioventù. I luoghi del suo primo bacio, la casa dove vivevano sua madre e suo padre, la sua prima scuola, i “cento scalini” dove andava a fumarsi le canne da adolescente. Un mattino di marzo, dunque, prese uno zaino e, caricata la colazione – carne e vino – prese la via del paese. All’inizio la strada era tutta in discesa e poi, dopo un breve tratto pianeggiante, iniziava la salita che portava a Nusco, la montagna abitata, sovrappopolata, il caos insomma. Si fece coraggio e iniziò la salita. Arrivato in piazza, si fermò davanti alla statua di Sant’Amato e lo osservò: quando era giovane si diceva che la faccia di Sant’Amato parlasse a chi veniva da fuori. Sant’Amato aveva la faccia girata dall’altra parte quella mattina. 

“E lei cosa ci fa qua?” gli urlò contro un carabiniere.

“Io? Marescià io sono qua soltanto per fare una passeggiata, sono Ntoniu Lu Lupu”.

“Chi? Inizi a darmi la carta d’identità”

“Non ce l’ho da quarantasei anni, da quando mi sono trasferito in montagna a parlare con gli alberi e con gli animali”

“Senta, non faccia lo spiritoso, lo sa che è vietato andare in giro?”

“E’ vietato…? Non lo sapevo”

“Si, tiri fuori il modulo per l’autocertificazione”

“Marescià ma che cazzo volete da me?”

E sbam! Una manganellata in testa colpì il vecchio ‘Ntoniu. “Marescià ma siti asciutu pacciu?”. Sbam! Un’altra manganellata.

Sinu, sinu, marescià è nu ladru, è nu sciacallu, quistu vuleva vunì a arrubbàPurtativellu!”

E sbam! Un’altra manganellata. 

“Qui c’è l’emergenza del Corona Virus, l’emergenza del contagio. Lei è una specie di untore? Chi è lei?”

“I mi fazzu li cazzi mii. I mi ni tornu a casa”.

“Non si faccia vedere mai più”

E così Ntoniu tornò in montagna con il sangue che gli usciva dalla testa. Si medicò con delle erbe. Accese un fuoco, arrostì della carne e bevve tanto vino. Quando fu finalmente calmo e al sicuro pensç: “Pazzi erano quando li ho lasciati da giovani 46 anni fa e pazzi sono ora che sono vecchio, nulla è cambiato”.