“I racconti dei sopravvissuti” – Numero 3 – “Gli ascensori” – AUDIORACCONTO

Terzo e ultimo racconto della trilogia dei sopravvissuti. Racconti post Covid e post apocalittici per restare a casa. C’è qualcuno che preferisce il lockdown. La società è sprofondata così tanto nel degrado e le persone sono peggiorate sino a tal punto che, forse, chiudersi in casa o fuggire su un’isola deserta sono le uniche soluzioni per continuare a sopportare la vita.

Testo di Luigi Capone. Voci di Bruno Ricci e Francesco Prudente. Musica di Luigi Bellino. Immagine di copertina di Dante Mele.

AUDIORACCONTO:

GLI ASCENSORI

Gli ascensori erano impazziti. Salivano e scendevano anche in obliquo all’interno del Palazzo, senza freni. Claudio stentava a capire il disegno che sicuramente c’era dietro a quel sistema. Era entrato normalmente nell’edificio attraverso un portone in vetro e ferro battuto, dal piano terra partiva sulla destra una lunga scala a chiocciola in pietra grigio-scura, circondata da una balaustra ferrata, che conduceva fino al piano 22. Frontalmente, invece, gli si stagliava contro l’ascensore, a cui si accedeva attraverso una porta uguale a quella del portone d’ingresso. Al decimo piano c’erano gli studi di medici, psicanalisti e psichiatri, tra cui quello del Dottor Spada che assisteva il nostro Claudio. I primi dieci piani erano stati riempiti dai tutori della giustizia: i primi tre erano riempiti dalle forze di polizia, dal 4 al 6 le forze armate dell’esercito, dal 7 al 9 i generali e gli alti gradi delle milizie, al decimo gli studi di medici e scienziati, all’undicesimo una zona segreta alla quale non si poteva accedere. Quando Claudio entrò nell’ascensore, notò prima di tutto il grosso specchio attaccato alle pareti in legno che rifletteva i bottoni dei relativi piani: mancavano l’11 e il 22. Come poteva, un palazzo così importante, avere un aspetto così tetro e decadente? Persino i bottoni dell’ascensore erano anneriti, lo specchio era sporco e deformava i riflessi, il legno era marcio, il tappetino rosso a terra impolverato. 

Claudio premette sul 10 e l’ascensore iniziò a salire normalmente ma non si fermò al decimo piano, aumentò progressivamente la propria velocità e proseguì fino al 21 dove si fermò bruscamente schiantandosi contro un muro. L’assistito dallo psichiatra si sentì il cuore in gola e provò ad uscire. Aveva scoperto che dal piano 12 al 14 vi si trovavano gli amministratori locali, dal 15 al 17 vi si trovavano i parlamentari, dal 18 al 20 la Presidenza dello Stato. 

Quando mise piede al ventunesimo piano si accorse immediatamente di trovarsi nel bel mezzo di una specie di redazione giornalistica. Mentre ci camminava in mezzo, nessuno badava a lui, così arrivò a scorgere oltre un muro in cartongesso la zona separata dalla redazione, che era dedicata agli informatici, giovani occhialuti con gli sguardi fissi sul monitor per programmare o riprogrammare qualcosa: un linguaggio a sé che Claudio ignorava completamente. La sua presenza era talmente insignificante che nemmeno gli avrebbero risposto se avesse provato a chiedere qualcosa, così decise di tornare nell’ascensore. 

Questa volta trovò l’ascensore in posizione obliqua, si guardò intorno per chiedere spiegazioni ma era come se lui fosse invisibile, non poteva ottenere risposte. Salì comunque sull’ascensore aggrappandosi alla maniglia e provò a ripremere il bottone col numero 10. L’ascensore, però, si rimise in movimento da solo e la paura di prima si era trasformata in puro terrore. Si muoveva velocemente in obliquo fino a che non si schiantò contro un altro muro, Claudio uscì di corsa e di fronte a lui vide soltanto una finestra impolverata. Tutto il piano era in obliquo e la forza di gravità lo invitata a lanciarsi nella finestra in modo da romperla e precipitare giù. Affrontò il suo problema con le vertigini e provò a guardare di sotto: la normale folla di persone che si muovevano come in un formicaio, ignara di tutto ciò che stava capitando all’interno del Palazzo. La scelta era tra buttarsi di sotto o tornare nell’ascensore. Scelse la seconda opzione. Anche stavolta l’ascensore iniziò a spostarsi autonomamente seguendo strane traiettorie che sballottolavano Claudio da una parte all’altra. E sbam! Il radio era andato quando l’ascensore si schiantò finalmente al piano terra e probabilmente anche un tendine. Immaginò lo schema del suo scheletro messo a dura prova, per un attimo, poi si fiondò fuori per uscire fuori da quell’incubo. Fu fermato, però, da una ragazza dai capelli neri a caschetto, dal volto pallido, che lo scaraventò sulla panca di legno all’inizio della scala a chiocciola. La moretta bianca in volto gli tirò fuori il membro e gli salì sopra. Nel bel mezzo di questo assurdo rapporto sessuale Claudio vide una donna con la testa mozzata scendere dalla scala a chiocciola lentamente, li guardò copulare immobili e se ne andò dal portone di uscita. L’uscita era lì, a portata di mano, e Claudio invece stava scopando a due metri da essa, con le ossa rotte. Proprio mentre stava per venire fragorosamente si svegliò dall’incubo. Aprì gli occhi e si ritrovò nel suo letto. Tirò un forte sospiro di sollievo e si alzò, sorridendo si vestì per andare dallo psichiatra che lo attendeva. Ma quando uscì dalla sua stanza da letto si ritrovò davanti nuovamente l’ascensore e, sopra di esso la scritta: PIANO 11. Lì c’erano le stanze di tutti quelli che vivevano da solo e che senza accorgersene, morivano ogni giorno.

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Ecco i link agli altri due racconti dei sopravvissuto ed alle 14 novelle precedenti:

“Le novelle della quarantena”, un racconto al giorno per chi si è chiuso in casa. Giorno 2: “All’Osteria fuori dal mondo”.

Giorno 2, dedicato ai piacere del bere. Un racconto scritto da Luigi Capone ed interpretato da Francesco Prudente e dal maestro Luigi Bellino al piano. (Immagine in evidenza: “Soir blue” di Edward Hopper, 1914)

All’Osteria fuori dal mondo

Ogni respiro, ogni alito, ogni movimento d’aria erano ormai diventati un’ossessione per il povero Marco, impiegato delle poste in malattia per sfuggire al diffondersi del contagio in città. Si era barricato in casa, in un mondo cartaceo e digitale fatto di libri che non aveva mai letto e di serie tv per cui era troppo indaffarato un tempo. Ma la notte tra il 9 e il 10 marzo, il nostro eroe, si accorse di aver finito le sigarette. Ne aveva consumate in quantità industriale e quella grande scorta che aveva fatto, era già esaurita. A nulla gli serviva tutto quel cibo che aveva acquistato alla Coop -800 euro di prodotti alimentari- se non poteva fumarsi una sigaretta. 

Il nostro eroe si fece coraggio e di vestì con abiti mai messi prima, per essere sicuro che non fossero contagiati. Tasca destra un flacone di amuchina. Tasca sinistra una bottiglietta di alcol per eventuali ferite. Scese di casa verso l’una di notte, dopo tanti tentennamenti, con una sciarpa davanti alla bocca, non essendo riuscito a recuperare mascherine monouso da nessuna parte. Scese per le scale, aprì il portone, respirò e l’aria gli sembro prender fuoco dentro ai polmoni. Pensò di strisciare lungo i muri fino al distributore automatico, a circa cinquecento metri di distanza, ma poi pensò: “Devono averlo contaminato”. Cammino al centro della strada e si accorse con grande stupore che i ciclisti, gli automobilisti e i pedoni, nonostante il divieto governativo, uscivano tranquillamente a godersi la serata quasi primaverile. Ogni volta che veniva quasi avvicinato da una persona sentiva arrivarsi in petto una frecciata, allora si mise a correre per tagliare i tempi del suo supplizio. Arrivato davanti al distributore, si infilò un paio di guanti in lattice e prese tre macchi di Winston. Ora doveva tornare indietro con le forze che gli erano rimaste. “Coraggio Marco ce la fai, coraggio, devi farcela non hai scelta” continuava a ripetersi. Chiuse gli occhi e partì. Purtroppo trovò un assembramento di ubriachi davanti alla grossa porta in legno di un locale in cui non era mai entrato. Per paura di loro finì catapultato dentro all’Osteria, pregna di fumo. Si sedette frastornato e chiese: “Ma voi non dovevate essere chiusi?”. “No, noi siamo l’Osteria fuori dal mondo, di che stai parlando? “C’è un’ordinanzia ministeriale che…”. “Le ordinanze ministeriale non fanno parte del nostro mondo, cosa ti faccio da bere?”. “Fammi un vodka tonic”. Marco finì assorbito in quel posto in cinque secondi. “Che noi siam tutti qui a far bisboccia mentre là fuori son morti di paura, guarda quello” disse un vecchio indicando il nostro povero eroe. “Fammi accendere” disse il vecchio al barista che gli fece prontamente accendere il sigaro. “Vedi”, disse poi rivolgendosi a Marco, “lì fuori è tutta una messa in scena, te lo dico io”. “Dammi altri due coriandoli” disse un altro uomo con le mani sul bancone e il barista gli allungò altre due ciotole di stuzzichini sicuramente infettati. “Un altro prosecco”, “un altro cicchetto”, “fammi un panino và…”, bevevano e gozzovigliano beati. 

Marco ordinò un altro vodka tonic e poi un altro ancora fino a che non gli uscirono queste parole dalla bocca: “Posso restare in questo mondo per favore?”. 

“Certo, tanto comunque non ne puoi uscire più ormai”. 

“Allegri che tra poco si muore”, un libro paranoico e irpino indirizzato a chi se n’è andato

Oggi mi sono sentito bene per quasi due secondi di fila.

Un chioschetto notturno abitato da ombre, la difficoltà a distinguere l’allucinazione dalla realtà, la precarietà totale di un’esistenza alla deriva, flashback e sensazioni di un moribondo che elabora un lungo testamento. Allegri che tra poco si muore è un romanzo che parla di una generazione e a una generazione. Quella dei nativi digitali, dei precari, degli emotivamente instabili, degli eterni adolescenti divenuti trentenni appassiti. È un’opera che parla di profondo Nord e di profondo Sud, dell’Italia e del mondo, in una teoria di personaggi e scene di genere che si susseguono come irrisolte comparse oniriche. Sono pagine sciolte di prosa spontanea, lasse narrative che danzano intorno a un nucleo, quello dell’amore per una ragazza e – perché no – del senso della vita. La cornice è quella di mille e più bar, che come piccoli limbi di penitenza disegnano situazioni grottesche. Amaro, intensamente depressivo, sconsolato e sconsolante, questo è però anche – inevitabilmente – un libro divertente, di una desolazione catartica che trova nella comicità il suo destino inesorabile.
Dalle solitudini irpine alla vuota vastità degli hinterland padani, si leva una voce narrativa arguta e dolente, che scrive un nuovo capitolo in quel grande e incompiuto libro ideale che è la letteratura dei relitti, degli emarginati, degli sradicati. Di coloro che, per usare la tragica autoironia di Tondelli, si ritrovano periodicamente afflitti dai disturbi dubitativi della decadenza.

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