Irpinia Paranoica vince l'”Aranzulla Award” come miglior sito di satira.

E’ andato ad Irpinia Paranoica il prestigioso premio ideato dal celebre Salvatore Aranzulla e giunto alla sua decima edizione. Il noto tecnico web ha anteposto il suo voto a quello della giuria popolare che vedeva avanti “Socialisti Gaudenti”. Così ha motivato la scelta: “Irpinia Paranoica, seppure contraria, nasce nella terra di Ciriaco De Mita, il grande presidente e segretario della Democrazia Cristiana, di cui il mio prozio era grande estimatore”. Per la cronaca, il premio è stato ritirato dal più importante inviato della pagina satirica, il cittadino originario di Villanova del B., Pippo Franco.

“Le novelle della quarantena”. Giorno 14. “Il musicista del Titanic”- VIDEORACCONTO

L’ultimo giorno di quarantena è dedicato a coloro i quali, credendosi inizialmente liberi, scoprono che la libertà è irraggiungibile sulla terra.

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Giacomo Buonafede, Matteo Castellino. Musica di Piergiorgio Maria Savarese. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Grazie a tutti coloro i quali hanno partecipato.

Audioracconto

Il musicista del Titanic

Messaggio vocale di Whatsapp: “Immagino che oltre questi tetti ci sia un mare calmo e delle barche ferme nel porticciolo, un ristorante proprio accanto che serve il pesce fresco a tavola. Sento l’odore della pioggia sole dell’imbrunire, da questa finestra primaverile e secca, dove l’aria è ferma, immobile, impolverata. Nemmeno una goccia è caduta negli ultimi mesi. Suono su questo balconcino all’ultimo piano perché so che la mia chitarra potrebbe rendere meno pesante la quarantena ai vecchi che abitano sotto di me e dall’altro lato della strada. La suono anche per te che sei così lontano”.

“I vantaggi della tecnologia” gli rispose Andreas. 

“Ma a chi voglio prendere in giro” pensò tra sé “Io suono solo per, su questa barca che sta affondando, le note ci ricongiungono alle stelle”. 

Javier aveva perso l’attaccamento alla terra da quando non aveva più la preoccupazione della ricerca della felicità. Con la pandemia che stava per mettere fine alla civiltà, l’unica paura era quella del dolore e della catastrofe, una paura molto più sopportabile, molto più distensiva e accomodante. 

Il trauma della massima delusione ricevuta in un momento di massima felicità era il vero trauma, per essere precisi.  Javier era un cherofobico, ogni suo gesto votato al miglioramento di sé o al raggiungimento di una dimensione serena gli recava una irrefrenabile ansia. Era sparita anche quella vergogna per la sua palese omosessualità. Grazie alla fine del mondo poteva essere finalmente se stesso. 

“Ascolta, Andreas, cosa ho scritto per te”.

“Javier, grazie. Spero di rivederti presto”.

Javier Carlos Del Sol era rimasto intrappolato a Salamanca, dove studiava al conservatorio, senza poter far ritorno a Granada. Si era innamorato intanto di Andreas e non poteva vederlo. 

“Andreas, dato che stavolta è la fine davvero della nostra società, io ti chiedo di vederci subito. Vada come vada, tanto da domani non sarà più lo stesso, anche se sono guarito dal Corona Virus e potrò uscire”. 

“Javier non so che dirti, sto qua con Josè…non se n’è ancora andato”.
“Io parto stanotte, sarò lì domani mattina”.

“Va bene, mi inventerò una scusa…ti aspetto…”.

In autostrada, con la chitarra a bordo e delle scorte di alcool e cibo, correva diretto in Andalusia. La radio non faceva altro che aggiornare la conta dei morti, su tutte le frequenze, eccetto una: “Radio Caos”, una nuova radio indipendente. Per cinque ore guidò ipnotizzato dai gruppi di Radio Caos: Joy Division, Pixies, Nick Cave and the Bad Seeds, solo per citarne alcuni.

Arrivato a Granada, parcheggiò in mezzo alla strada -tanto non circolava nessuno-, imbracciò lo strumento e salì al terzo piano del condominio, aveva appena albeggiato. Nel letto consumarono un rapporto e poi Andreas disse: “Dobbiamo raggiungere le colonne d’Ercole”. “Intendi la rocca di Gibilterra? Ma come?”. “Hai abbastanza gas in macchina?”. “Si ma sono le dieci del mattino e io non ho ancora dormito”. “Non preoccuparti, se non ce la fai guido io”. Javier provò ad inventarsi delle scuse ma non riuscì ad aver la meglio sulla sfrenata voglia di fuga di Andreas. 

“Partiamo”.

Lungo la strada Andreas beveva grandissime sorsate da una bottiglia di Jim Beam alternata a birra. Al km 120, quando Javier era giunto allo stremo e voleva fare il cambio al volante, Andreas dormiva come svenuto con la faccia spiaccicata sul finestrino. “Ti prego, svegliati Andreas!”. Gli diede uno schiaffo ma Andreas non si svegliava. In preda al panico Javier pensò che si sarebbe svegliato soltanto quando avesse visto la rocca di Gibilterra. 

“Eccola, Andreas, siamo arrivati”. Il compagno aprì gli occhi e, incantato dalla vista del promontorio aggiunse: “Facciamo questo tratto a piedi e saliamo lassù in cima”.

Con l’energia ritrovata Andreas riuscì anche a sfiancare il proprio corpo nuovamente mangiando un funghetto che aveva in tasca e tirando una striscia di cocaina distesa su una roccia liscia”.

Infine giunsero in cima.

“Qualcuno diceva che eravamo sul promontorio estremo dei secoli, eccolo, Javier”.

“Lo vedo. Lo conoscevo. Ma non l’avevo mai visto”.

“Adesso che cosa immagini che ci sia, oltre il mare?”

“Immagino che ci siano gli stessi errori di sempre. Un’altra terra infelice, perché consapevole di aver paura felicità”.

“In pratica, oltre tutto ciò, ci sei tu. Da oggi in poi torneremo a fantasticare su quello che c’è oltre”.

“Il mondo non ha più confini”

“Si. Ora l’hanno capito tutti. È imperscrutabile quello che c’è oltre il tuo tetto, proprio come questo oceano che si distende ai nostri piedi. Non c’è differenza tra la tua finestra e quest’ampia visione”.

“Affonderemo insieme”.

Corona virus, sbarcati i carri armati a Salerno. Presto in Irpinia.

CORONA VIRUS – Grazie Vincenzo De Luca, nei prossimi giorni l’esercito munito di carri armati e artiglieria pesante raggiungerà anche l’Irpinia. La strategia del Governatore della Regione Campania potrebbe rivelarsi vincente e potrebbe essere da esempio al mondo. “Mi sono ispirato al governo cinese” avrebbe rivelato De Luca “non vedo altro modo per contenere questa fuga di cafoni”.

“Le novelle della quarantena”, Giorno 7. “I pomodori” – AUDIORACCONTO

Il settimo giorno è dedicato a quelli che si sono trasferiti nel nord Italia e poi sono tornati di corsa al sud appena hanno appreso dal telegiornale che rischiavano di essere contagiati.

Testo di Luigi Capone. Voce di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci, Sandra Caraglia. Musica di Faia. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Video di Francesco Spagnoletti

I pomodori

Il mio coinquilino dormiva su una cassa di pomodori che si faceva spedire puntualmente dalla Calabria. Studiava alla Facoltà di Giurisprudenza ma lavorava anche part time come operaio presso una fabbrica di sigarette appena fuori città. Sembrava in gamba e si dava da fare. Imparai presto le parole più particolari del suo dialetto visto che parlava solo quello e tutto sommato, era una convivenza pacifica e divertente. Eravamo entrambi terroni trapiantati al nord, eravamo comepummarole. L’abitudine ad andarcene in giro per bar, bettole e centri sociali della città si arrestò d’improvviso col decreto del governo che invitata calorosamente tutta la popolazione italiana a non uscire di casa a causa del corona virus, fatta eccezione per quelli in possesso di cani (tutti) e per quelli che dovevano fare jogging.  Inoltre c’era anche il divieto di spostarsi da una città all’altra, se non per motivi lavorativi molto urgenti o sanitari. Alessandro un cane ce l’aveva e lo utilizzava come passaporto per andare a bighellonare in giro per Bologna, coi bar chiusi, le saracinesche abbassate, le lunghe file ai supermercati. Ma nonostante ciò, trovava il modo di andare a fare festicciole segrete in casa degli studenti, col pesante rischio di beccarsi una denuncia. Io, che mi ero costruito una mascherina fatta con la carta da forno domopak e due elastici, che uscivo con i guanti da cucina ed evitavo la vicinanza di qualsiasi essere vivente, ero alquanto terrorizzato dal fatto che tutte queste mie misure di sicurezza per cercare di non essere infettata, risultassero del tutto vane dal momento in cui il buon Alessandro mi avrebbe portato in casa un’intera orchestra danzante di corona virus pronta a suonare dentro di me. Del resto, chi non utilizzava i social e non guardava la tv, non era pienamente conscio del rischio che correva. Mentre io ero tappato in casa spaventato e annoiato, costretto a inventarmi mille passatempi, Alessandro dunque se la spassava. Una sera però capito che si fermò a cena con me e fu costretto a vedere l’edizione straordinaria del telegiornale delle 21:00, per la conferenza stampa del Presidente del Consiglio dei Ministri. “Restate a casa, da domani chiunque cercherà di scendere al sud sarà punito”.

Il treno Alta Velocità Frecciarossa 957769411 delle ore 23:55 è in partenza al binario 22 ed è diretto a Napoli Centrale, comunicava l’altoparlante della stazione.

Alessandro era già lì. Lasciò la cena, lasciò le sue casse di pomodori, introdusse con violennza le cose più utili nel trolley (una cambiata, cartine, filtri, macchinetta per macinare l’erba, tabacco, narghilè, rasoio da barba e scarpe nuove) e mi salutò direttamente: “Compà ci vediamo giù!”.

Io già ero ansioso di mio ma riuscii a fermarmi rispettando l’invito del Presidente e avendo paura di fare una enorme stronzata contagiando mezzo treno, mezza Italia e la mia famiglia. 

Mentre Alessandro correva verso la stazione chiamò sua madre: “Mà, non ti preoccupà, sto scendendo, ci vediamo domani mattina a casa”. La reazione che si aspettava a quel punto era di gioia e sollievo, invece la madre rispose gelida: “Ah…ma veramente? Ma perché scendi? Cioè che succede?”. “Mà, ‘u virus!”. “Ahhh…’u virus. Meh, iu t’avia rittu de statte llocu!”. “Mà è pericoloso, sto arrivando, ciao!” e troncò il discorso. La brutta sopresa arrivò quando, arrivato davanti al binario 22, trovò una fila sterminata di persone che pretendevano di salire sul treno come lui. “Vogliamo salire! Non potete lasciarci morire al nord! Vogliamo tornare a casa nostra!”

“Uè ma è colpa mia se non ci sono più posti? A me mi arrestano se vi faccio salì!” ribatteva il controllore assalito dalla folla.

“Noi questo treno non lo facciamo partire, abbiamo il diritto di salire sul treno, siamo in democrazia, siete dei fascistiiiii”

“Io non vi faccio salire, avete scelto voi di venire a studiare qua”

“Non è vero, guardi io sono un insegnante” contestò un uomo in fondo

“Aè, gli insegnanti, i primi a scappare. Sono già scappati tutti dall’inizio, quando vi hanno dato le ferie, tu stai ancora qua? Guardate io non ci posso fare niente”.

A quel punto intervenne Alessandro, il mio coinquilino: “Compà, forse non hai capito, i ti fazzu carè i rienti se non ti sposti”. Gli diede un forte strattone e fu acclamato dalla folla inferocita come eroe del popolo, come nuovo Masaniello. 

Entrarono tutti ma proprio tutti su quell’ultimo treno diretto a sud, stretti come sardine, come le sardine che poche settimane prima si erano affollate a Piazza Maggiore per contestare la destra. 

Alla stazione di Napoli, però, Alessandro trovò una piccola manifestazione: delle persone munite di pomodori da lanciargli in faccia. “Sono cornuto due volte, una per essermene andato e una per essermene tornato così”.

“Le novelle della quarantena”- Giorno 6 – Hikikomori 2020 – AUDIORACCONTO E VIDEO

Testo di Luigi Capone. Voce di Francesco Prudente, Musica di Luigi Bellino. Immagine di copertina di Sara Porcu. Video di Francesco Spagnoletti.

Audioracconto

Hikikomori 2020

L’adolescenza è una malattia, già di suo. Gli ormoni, le turbe psichiche, la prima e traumatica esperienza sessuale, guardarsi allo specchio e trovarsi cambiati di giorno in giorno mentre si è già preoccupati terribilmente per il proprio aspetto fisico, l’obbligo scolastico con il suo carico di compiti sempre maggiore, l’ansia per la competizione dietro un futuro troppo pesante, la preoccupazione, la fine del dialogo con i genitori e infine, doversi trovare dei nuovi amici.

Quasi tutti gli adolescenti attraversano queste fasi ma alcuni si differenziano per quanto riguarda l’ultimo punto (trovarsi dei nuovi amici). Mattia, ad esempio, è un adolescente che si rifiuta di guardarsi allo specchio, che non vuole affrontare il trauma della prima scopata, che va malvolentieri a scuola e ne soffre, che non pensa al futuro, che non parla con i genitori ma nemmeno vuole uscire di casa: è un auto-sequestrato, un recluso volontario che si nutre di pane e psicofarmaci. Si è creato un mondo fatto di video porno e seghe, di chat room segrete, di social antisociali, di televisione, di videogiochi di strategia interminabili, di serie tv dalle più idiote alle più colte, di playstation per giocare a calcio, di lunghissimi romanzi da leggere, di Iphone, Ipad, Mac e I-Watch per simulare completamente la vita che è fuori dall’interno della sua stanza.

La sua finestra affaccia su un cantiere dove verrà costruita una casa e quando si affaccia a guardare, quello è il suo momento di iperrealismo. Inizialmente suonava anche la chitarra, poi è stato assalito dall’impressione che quello fosse uno strumento troppo empatico e adatto alla socializzazione, così l’ha messa da parte. Tuttavia, conosce tanta gente grazie alle chat di Instagram e di Facebook, amici irreali per parlare di calcio, di serie tv e di musica trap, ragazze irreali per simulare rapporti sessuali attraverso l’invio di foto e brevi video. Con una di queste ebbe un rapporto un po’ più assiduo, continuo e appassionato, il suo nickname era lunar2002, Mattia invece si chiamava Aragorn. Con lei, a parte il sesso iconografico, videoamatoriale e verbale, intriso di feticismo, riusciva anche ad argomentare la sua visione dell’esistenza, i suoi pensieri, perché erano molto simili. Non appena tornava da scuola accendeva tutte le apparecchiature per cercare di avere un contatto con lunar2003 e per passare i pomeriggi con lei. I contatti diventarono ancora più fitti quando lo stato decise di chiudere le scuole per mettere in sicurezza gli alunni dal probabile arrivo di una epidemia. Era il sogno di Mattia: poter rimanere finalmente in casa 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Una mattina di febbraio, però, gli schermi dei suoi apparecchi tecnologici iniziarono a tendere alla distopia, improvvisamente. Nel web aleggiava la paura della morte, quella variabile che Mattia non aveva ancora preso in considerazione sinora. Gli apparivano da ogni parte post allarmanti, fotografie di strade vuote e o attraversate da persone con le mascherine, link ad articoli di giornale che parlavano di stragi, di fine del mondo, di pandemia. Tutto il suo mondo digitale iniziò a crollargli addosso, gli si ritorse contro come per contrappasso. La ricerca della pace, della sicurezza interiore e della stabilità che cercava attraverso la sua reclusione abitata da simulatori di vita reale, si stava trasformando velocemente in una ricerca ormai involontaria di auto-terrorizzarsi, una ricerca del PANICO. Quel mondo gli si era appiccicato addosso come un software, non ne poteva fare più a meno, era il suo sistema operativo di base ed eliminarlo avrebbe significato suicidarsi. Era tutto il suo mondo. Ora quel mondo lo stava attaccando e gli stava creando dei veri attacchi di panico violenti, molto più potenti di quelli che lo coglievano in classe. Tutte le sue certezze si erano ormai ridotte a una soltanto: quella di essere infetto. 

Mattia contattò Lunar2002 l’ultimo giorno del bisestile febbraio e le mostrò tutte le sue paure, tutto il suo panico, tutta la sua disperazione. Fu lì che scoprì una sensazione nuova, quella di essere abbandonato, perché le ragazze non volevano stare con ragazzi spaventati. Mattia le aveva fatto credere di essere Aragorn del Signore degli Anelli, invece era solo il povero piccolo e spaventato Mattia. Lunar2002 iniziò a chattare con un altro e il nostro guerriero della Terra di Mezzo, invece, si ritrovò completamente inghiottito dalle fauci di Sauron.

“Le novelle della quarantena”. Giorno 5 – Lu lupu – AUDIORACCONTO

Testo di Luigi Capone. Lettura a cura di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci. Special Guest Maria Felicia Sichinolfi. Musica di Mario Quaresimale. Disegno di Luca Tuveri. Grazie a Sara Porcu.

Audioracconto

Lu lupu

Lo chiamavano ‘Ntoniu Lu Lupu. Viveva nella sua casa in legno e blocchi di cemento, costruita da lui, nel bel mezzo del Montagnone di Nusco. Da giovane aveva avuto la fama di gran corteggiatore per gli eventi mondani del paese: il mercato domenicale, la sere all’osteria davanti alla tv, le feste dei santi, la festa patronale. Erano gli anni ’60. Il nostro Don Giovanni però commise il più grande errore per uno come lui: si innamorò, e si innamorò di una donna spietata. Il nostro Ntoniu era disperato, talmente disperato che il falegname da cui lavorava decise di licenziarlo, Da qual momento, era il 1973, aveva iniziato a costruirsi da solo una casa nella montagna del suo paese e nel 1974 l’aveva già terminata. Si trasferì lì con le sue poche cose e non si sposò mai, divenne completamente autonomo. Era riuscito ad avere un orto, un castagneto di modeste dimensioni, delle galline, un porco, una vacca, un vigneto di pochi metri quadrati e un piccolo campo coltivato a marijuana. Riusciva a fare tutto da solo, era il vero anarchico. Non uno di quelli da centro sociale con ingresso a pagamento, smartphone, cocaina e vizi. No. Lui viveva a contatto solo con la montagna e con gli animali. Ntoniu lu lupu. In paese non sapevamo se esistesse davvero o se fosse solo una leggenda. Un giorno di marzo del 2020, però, Ntoniu lu lupu, ormai molto vecchio e sentendo la propria morte vicina, decise di scendere di nuovo giù in paese per rivedere un’ultima volta i luoghi della sua gioventù. I luoghi del suo primo bacio, la casa dove vivevano sua madre e suo padre, la sua prima scuola, i “cento scalini” dove andava a fumarsi le canne da adolescente. Un mattino di marzo, dunque, prese uno zaino e, caricata la colazione – carne e vino – prese la via del paese. All’inizio la strada era tutta in discesa e poi, dopo un breve tratto pianeggiante, iniziava la salita che portava a Nusco, la montagna abitata, sovrappopolata, il caos insomma. Si fece coraggio e iniziò la salita. Arrivato in piazza, si fermò davanti alla statua di Sant’Amato e lo osservò: quando era giovane si diceva che la faccia di Sant’Amato parlasse a chi veniva da fuori. Sant’Amato aveva la faccia girata dall’altra parte quella mattina. 

“E lei cosa ci fa qua?” gli urlò contro un carabiniere.

“Io? Marescià io sono qua soltanto per fare una passeggiata, sono Ntoniu Lu Lupu”.

“Chi? Inizi a darmi la carta d’identità”

“Non ce l’ho da quarantasei anni, da quando mi sono trasferito in montagna a parlare con gli alberi e con gli animali”

“Senta, non faccia lo spiritoso, lo sa che è vietato andare in giro?”

“E’ vietato…? Non lo sapevo”

“Si, tiri fuori il modulo per l’autocertificazione”

“Marescià ma che cazzo volete da me?”

E sbam! Una manganellata in testa colpì il vecchio ‘Ntoniu. “Marescià ma siti asciutu pacciu?”. Sbam! Un’altra manganellata.

Sinu, sinu, marescià è nu ladru, è nu sciacallu, quistu vuleva vunì a arrubbàPurtativellu!”

E sbam! Un’altra manganellata. 

“Qui c’è l’emergenza del Corona Virus, l’emergenza del contagio. Lei è una specie di untore? Chi è lei?”

“I mi fazzu li cazzi mii. I mi ni tornu a casa”.

“Non si faccia vedere mai più”

E così Ntoniu tornò in montagna con il sangue che gli usciva dalla testa. Si medicò con delle erbe. Accese un fuoco, arrostì della carne e bevve tanto vino. Quando fu finalmente calmo e al sicuro pensç: “Pazzi erano quando li ho lasciati da giovani 46 anni fa e pazzi sono ora che sono vecchio, nulla è cambiato”.

Ecco come costruirvi una mascherina in due semplici mosse.

Sicuramente avrete a casa qualche cinquino di vino. Innanzitutto vi consigliamo di bere i cinque litri, dopo di che dovrete prendere un putaturo, che sicuramente avrete in casa e dividere a metà il contenitore vuoto. Infine, incastrate metà del contenitore sulla vostra faccia e il gioco è fatto.

Il caso a Bologna: il cane si rifiuta di uscire e il padrone lo costringe a cazzo.

Ha dell’incredibile ciò che è accaduto a Bologna questa mattina: un padrone di razza adulta avrebbe costretto il cane a non rispettare l’invito governativo di stare in casa, causa corona virus. Il cane, infatti, di piccola taglia ma ben addestrato, era ben consapevole dei rischi e della bontà della scelta di non uscire così a cazzo, senza motivo.

Conte: “I bar chiuderanno alle 18.00”. Rivalutato il Patrone e sotta mattutino.

CORONA VIRUS – L’Irpino non demorde e si adatta alle nuove disposizioni governative. Lo afferma un sondaggio che abbiamo realizzato appositamente in diretta durante il discorso del Presidente del Consiglio su Ministri di stasera. Il 78% afferma di essere disposto a giocare a patron’ e sotto anche di mattina, il 20% dice di essere disposta anche il pomeriggio e il 2% non sa o non risponde.