Il falò dei drogati

Irpinia, anni ’90. Morivamo letteralmente di freddo e resistevamo pur di portare avanti la tradizione secolare del Sand’Anduono nel nostro paese. Era una lotta contro i demoni che avevamo nei nostri cervelli adolescenti, già paranoici.

I preparativi iniziavano almeno una settimana prima, ci si dividevano le mansioni: l’incaricato per la spesa di piatti, bicchieri di plastica e posate, l’incaricato per le patate da cuocere sotto la cenere, l’incaricato di portare l’impianto per la musica, l’incaricato di portare una damigiana di vino, l’incaricato di fregare il furgone al padre. Tutti eravamo però incaricati di procurarci la legna: bussavamo alle porte di tutti a chiederne, qualche volta ci mandavano al diavolo, altre volte ci davano delle fascine, se ci andava bene, invece, un ceppo. Tutti gli anni la stessa organizzazione, il nostro era un controfalò: c’erano quelli ufficiali che si facevano in piazza, nei vicoli e davanti ai nuovi palazzi post terremoto (uno dei quali lo organizzava proprio mio padre) e poi c’era il falò degli adolescenti disagiati, relegato sotto i ruderi del castello, in una zona buia dove, a quel tempo, le coppiette erano solite andare ad appartarsi e i drogati del paese erano soliti andare a farsi.

Era tutto un rollare di cartine e un lampeggiare di accendini attorno al grande falò, le nostre labbra, già alle nove di sera erano viola a causa di quel vino acido che qualche volta era addirittura mosto. Si squagliavano plance di fumo, si bevevano litri di mosto al gelo, ci si ammalava e ci si impregnava di fumo, i nostri cappotti il giorno dopo erano da buttare a causa delle scintille (le shkattelle) e le nostre madri ci avrebbero rimproverato per giorni e giorni.

L’ultimo anno che facemmo il falò, Marcantonio -il capobanda- aveva litigato con Matuccio la Uardia (il vigile) perché il nostro fuoco non era autorizzato, la festa si stava infatti trasformando in un evento per richiamare i turisti e i falò dovevano rispettare certi standard decisi dal Comune e dovevano essere piazzati soltanto dove diceva il Comune. Non riuscivamo minimamente a comprendere cosa fosse un evento turistico, così facemmo ugualmente il falò con tanto di musica e canne e il resto.

Lo accendemmo con cura, buttando anche i pacchetti di sigarette per fare in modo da ravvivare meglio la fiamma. Avevamo portato tutti una gran quantità di cibo e c’era anche chi stava cuocendo i “cicalucculi” dentro un pentolone, chi il cotechino e chi le salsicce alla brace. Offrivamo un piatto a chiunque passasse di lì, soprattutto ai pazzi del paese, che venivano sistematicamente scacciati dai falò signorili.

Alle dieci e mezza, Carmine correndo ci dà la soffiata: si stava dirigendo verso di noi una pattuglia dei carabinieri. Nel panico generale i più buttavano tutto -canne e residui di eroina- nel fosso, alcuni scappavano con tutta la roba addosso, altri aspettavano lo sguardo decisivo di Marcantonio che aveva chiuso gli occhi. Attendevamo la decisione. Quando Marcantonio riaprì gli occhi, prese la vanga e la infilò nella sabbia sistemata sotto al falò acceso – Io resto qua, chi vuole andarsene se ne vada, questo è il mio fuoco, questo è il mio quartiere, questo è il mio paese-.

“Restiamo anche noi”.

Aspettammo i carabinieri e, quando arrivarono, Marcantonio sorrise e disse: “Marescià, la responsabilità è la mia, il falò l’ho voluto fare io, se volete un bicchiere di vino e brindare con noi riscaldandovi davanti al fuoco, va bene; altrimenti se volete rovinare il sandanduono a voi e pure a noi portateci direttamente in caserma”.

“Marcantò, tranquillo, eravamo passati solo a vedere il falò. Restiamo qua pure noi. Vi dà fastidio? Quando avete finito ce ne andiamo pure noi, altrimenti venite in caserma”.

“Bevete, marescià.” “No, grazie, stiamo qua davanti al fuoco”.

Marcantonio iniziò a cuocere le patate sotto la cenere, con gli occhi lucidi, consapevole che sarebbe stato il suo ultimo falò. La fine di un sogno.

In quanto a noi, le nostre madri ci avrebbero preso con gli zoccoli quando saremmo tornati a casa l’indomani mattina ubriachi sfatti, devastati e fermati dai carabinieri. Si usava dire, all’epoca, quannu mamma m’adda vatti tarantella fine a gghiuornu. E rimanemmo fino all’alba, appena se ne andò il maresciallo ci accendemmo un’altra canna e restammo a guardare la fine dell’ultimo falò della storia che diventava lentamente cenere.

Nasce Podlika, la vodka irpina

La nuova vodka irpina che rispetta la tradizione podolica dei casari coniugandola con la tradizione russa. Quattro tipi di vodka che valorizzano il territorio, rigorosamente BIO, SENZA GLUTINE, SENZA OLIO DI PALMA, SENZA LATTOSIO E VEGAN.

Sarà in vendita sul nostro sito www.irpiniaparanoica.it dal 21 giugno 2020 per inaugurare l’inizio dell’estate.

La Apple apre a Sant’Angelo dei Lombardi: 80 posti. Pronto il nuovo logo.

E’ successo. La Apple ha deciso di scommettere sul genio santangiolese e così ha aperto una società-satellite proprio in Irpinia, dove dal primo giugno 2019 saranno messi in palio 80 posti a chi si sarà comportato bene durante le elezioni amministrative ed europee del 2019.

Lo fa sapere Tim Cook: “mangio caciocavallo impiccati sin da piccolo e ora che comando solo io sto pensando seriamente di sostituire la mela con un bel provolone di Vallata”.

Irpinia in festa.

Il grande silenzio del piccolo paese

Non siamo a Dogville, siamo in altirpinia. Nessuno pensava che potesse succedere, nessuno. Lo sapevano tutti. Ma quando accadde fu come se tutti cadessero dalle nuvole. Spuntarono a uno a uno e si dileguarono presto. Restai io a vegliare sulla panoramica triste, buia e senza senso costruita coi soldi pubblici da dare a chissà quale architetto, appena inaugurata e già maledetta, dove si era consumato l’ennesimo suicidio. Se fossimo stati a Dogville prima o poi sarebbe arrivato il giustiziere e avrebbe fatto fuori tutti. In altirpinia invece non c’erano giustizieri. Spuntò fuori la notizia che il Grande G voleva ricandidarsi alla Camera dei Deputati all’età di 90 anni e dopo quasi altrettanti passati in politica.         Era appena iniziata la scuola, erano appena svaniti i fumi alcolici estivi misti a salsedine unta di fogna, sabbia del colore delle cicche di sigarette e ombrelloni dei gelati messi a cazzo davanti alle auto col radiatore in fiamme per i 200 km di autostrada fatti in coda sotto il sole.

Nel piccolo paese erano ancora in festa. C’era qualche cerimonia assurda ancora da celebrare. Forse c’era una serata con Gigione in qualche paese dal nome altrettanto assurdo. I cosiddetti giovani stavano andando ad affollare le città del nord per cercare di diventare ricchi facendo finta di studiare in un’università prestigiosa coi risparmi dei genitori e i trentenni invece andavano nelle stesse città cercando di insegnare nelle scuole, unico collocamento possibile in una desolazione lavorativa come la nostra. Perché la gente continuava ad ammazzarsi? Era questa la domanda che si facevano increduli gli abitanti del villaggio. Come se non fosse ovvio, come se non sapessero la risposta, come se non sapessero di essere dei morti ambulanti. “Spero che la morte mi trovi vivo”, disse un tale. Ebbene con questi qua la morte non avrebbe dovuto fare una gran fatica, avrebbe solo dovuto deporre le loro ceneri in una bara.

Io coi miei problemi di sfratto in una fottuta città del nord, io con mio padre all’ospedale giù al sud, io coi miei amici morti di pena, io coi miei pensieri in testa, in cancrena. Cercavo di lottare. Col mio posto di lavoro super precario. Non c’era una sola cosa destinata a durare. Sapevo che non sarebbe finita bene per uno come me -ma nemmeno per il cazzo – però continuavo a lottare. Questa era la differenza tra me e tutti gli altri. Avevo bisogno di chiamare quel mio amico. Ma non c’era più. Dovevo disabituarmi a pensare che in ogni momento avrei potuto chiamarlo perché non c’era più. Mi ero almeno abituato all’idea che non avrei mai potuto farcela nella vita e ciò mi andava bene lo stesso. Ogni giorno, in ogni caso, mi trovavo di fronte a una scelta. La mia libertà consisteva nel fatto che in entrambi i casi mi sarei trovato bene. Nella merda, nell’inferno, nel paradiso o tra le stelle. Mi sarei trovato bene lo stesso. Questo è quello che accade quando non hai più sogni. Muori. E tiri avanti. Ma alcuni preferiscono farla finita del tutto, anche fisicamente, per essere coerenti.  Noi non siamo coerenti, viviamo nel paradosso della nostra esistenza. La vita è solo una botta di culo nel caos, per chi ce l’ha. La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte. Come diceva Celine.

Fine.

Da Nusco alle Ande, Giriago sei grande

Garibaldi l’eroe dei due mondi, Che Guevara il rivoluzionario comunista. Ciriaco De Mita il profeta della dottrina cattolica adattata al capitalismo sulle orme di Don Sturzo.

Il pericolo comunista era in agguato in tutto l’occidente non ancora conquistato dal Patto Atlantico. La sua diffusione era così capillare che la voce arrivò persino in ogni singolo paese e frazione dell’entroterra dell’Italia meridionale, lì dove negli anni ’50 la lotta dipinta da Guareschi tra il sindaco comunista Peppone e il parroco democristiano Don Camillo era ridotta però a un’egemonia incontrastate del secondo. Secondo una famosa canzone di Gaber “Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia”, invece da quelle parti “nessuno era comunista perché era nato in Irpinia”. Era l’epoca in cui veniva sconfitto Fiorentino Sullo e saliva al trono Ciriaco De Mita, e con lui Biagio Agnese diventava direttore della RAI, la P2 era viva e vegeta come non mai. Era l’epoca del divino Giulio, Belzebù, delle stragi e dei posti fissi. La spettacolare prima repubblica. Era un’altra era, era tutto più semplici e anche la gente era più vera.

Si votava in maniera molto semplice, quasi automatica, “croce sopra a croce” e non ci pensavi più. Era l’epoca dei “comunisti drogati che facevano le orge” e qualcuno di loro aggiungeva “magari!”, perché da che mondo è mondo il comunista lavora tanto e tromba tanto poco (lo ricordava anche il grande Carlo Monni in una sua poesia). Era l’epoca in cui l’Italia era come il mio quartiere, dove la Democrazia Cristiana prendeva il 96% e il Partito Comunista il 4%, i tempi d’oro dell’Italia, anzi degli italiani che hanno vissuto in quegli anni. Era l’epoca dei comunisti che erano gli unici a rimanere disoccupati e qualcuno di loro di conseguenza finiva per entrare nella cerchia dei cosiddetti pazzi del paese, chiamati anche i “Mao Mao”, una tribù terrorista filo-cinese.

Il paese in questione era diviso in due parti come Berlino, la parte ovest, corrispondente con la cattedrale e le rovine del castello, era frequentata dai democristiani con passeggino, gelatino e maglioncino sulle spalle, abituati a giocare a carte davanti alla sezione della Democrazia Cristiana, poi del PPI, poi della Margherita, oggi del Pd (ma è vuota, la catena si è interrotta con il Pd). La parte est era invece piena zeppa di comunisti, iniziava con la sezione della sinistra giovanile che era uno stanzino buio di 10 metri quadrati e terminava con i giardinetti pubblici dove i filosovietici erano soliti fumare erba. Inutile aggiungere che anch’io stavo nei giardinetti ( e che forse non ero nemmeno comunista ma tale mi ritenevano i democristiani e viceversa; nel dubbio stavo coi comunisti ). Non fate come me! Votate DC sin dall’inizio che troverete lavoro nei dintorni del vostro quartiere senza dover emigrare. In quell’epoca si diceva anche che la marijuana fosse satanica, nel senso che potesse modificare l’animo umano facendolo tendere al maligno. Anche a bere, nei bar bevevano solo i comunisti. I democristiani invece, con il loro stipendio ricco, ogni sabato sera andavano nei night club sulla litoranea a bruciare soldi appresso a quattro ballerine che non gliela davano neanche, lasciando le mogli a casa davanti alla tv.

Commoventi le militanze di intellettuali ingombranti in tutti i sensi come Giuliano Ferrara con Lotta Continua e di Giovanni Lindo Ferretti punk comunista leader dei CCCP – Fedeli alla linea armato sulle barricate durante la rivoluzione portoghese, entrambi poi fondatori della lista conservatrice cattolica “Aborto No Grazie”. Oggi il primo scrive sul Foglio, il secondo sull’Avvenire. Tanti sono quelli che ricordiamo che hanno cambiato casacca e identità ma nessuno si ricorda di Paolo Gentiloni, un comunista anonimo di cui mai nessuno aveva sentito parlare fino a quando non è diventato fiorellino e centrista, quindi ministro e quindi Presidente del Consiglio dei Ministri dopo le finte dimissioni di Matteo Renzi, il boy scout di Licio Gelli. Nessuno si ricordava nemmeno della militanza comunista di Vincenzo De Luca, messo in quarta fila nelle poche foto in bianco e nero dell’epoca reperibili su internet, uno che  ha meritato l’appellativo di “sceriffo”, eternamente indagato, saldamente ancorato a quella scrivania dalla quale parla appare composto sulla sua emittente privata locale scatenando la fantasia dei telespettatori, per cui è facile paragonarlo a un personaggio immaginario a metà strada tra Il Padrino è Totò della Banda degli onesti.

I fascisti invece, semplicemente non c’erano (quelli sono venuti prima e dopo) oppure si nascondevano bene. Almeno in paese, bastava nominare le teorie centriste popolariste di Don Sturzo per eliminare comunisti e fascisti in un colpo solo. O forse i fascisti sono questi che abbiamo nominato finora ma ci hanno preso per il culo talmente bene che non ce ne siamo accorti. Sì, perché, in tutti questi anni, ci hanno convinti del fatto che la dittatura possa essere solo di estrema destra o di estrema sinistra, mai di estremo centro.

Sondaggio “Irpino dell’anno”, vince De Mida.

Il sondaggio di Irpinia Paranoica che vedeva come concorrenti il Grande G, il vate della musica Gigione (irpino acquisito) e il calitrano Vinicio Capossela, ha decretato un netto trionfo per il primo con 70 punti di distacco su Gigione, il quale comunque si riconferma Re della musica irpina. Terzo Capossela e qualcuno ha invocato anche Milly D’Abbraccio, ingiustamente fuori gara.

Ennesima elezione vinta per il Grande G ed ennesima conferma che in Irpinia quando si tratta di votare l’esito è sempre scontato.

Per il 2017 non facciamo alcuna previsione a parte che poco  o nulla potrà muoversi rispetto alla situazione presente.

Incredibile. Scienziati provano l’esistenza di San Mango sul Calore.

La notizia arriva direttamente dal CERN di Ginevra, dove sotto sollecitazione di G.F., irpino emigrato in svizzera negli anni ’80, era partita nel ’94 la ricerca per  l’individuazione di forme di vita a San Mango.

Il Cern ha infatti elaborato un sofisticatissimo rilevatore di particelle che attraverso una lunga serie di prove oggi è arrivato ad individuare ben quattro abitanti a San Mango, compreso il sindaco.

Le indagini continuano e la NASA è talmente incuriosita che sta pensando di mandare una sonda a San Mango, rinominato GrandeGRK4XALFA02,  sfruttando l’attrazione gravitazionale di Chiusano.

Lapo Elkann, l’escort transessuale è originaria di Scampitella.

La notizia arriva in mattinata, in paese non si parla d’altro. L’escort transessuale delle notti focose con Lapo, C.M. 29 anni, sarebbe originaria di Scampitella, lo riportano gli anziani del posto. Sebbene di cittadinanza americana, avrebbe infatti una zia di Scampitella e forse un prozio di Villanova del Battista.

Stessa cosa vien detta nel borgo di Villanova del Battista dove si contesta la paternità dell’ormai celebre escort. Siamo in attesa di ulteriori aggiornamenti.

Nusco verso il record nazionale di No al referendum, Kim Jong Un si complimenta con De Mita

In tarda mattinata è arrivata la telefonata dalla Korea del Nord, esattamente dalla sede dell’Udc sezione Eurasia. Grande entusiasmo nella piccola capitale altirpina che diede i natali al Grande G.

“Siamo sicuri di andare ben oltre il record nazionale, andiamo verso il record interplanetario” ha ricordato il sottomesso al Grande G che prende lo stipendio da trent’anni senza avere una mansione definita.

“C’è anche una certa affinità tra l’accento ciriachense e quello nordcoreano” hanno riferito coloro che sono stati onorati di ascoltare la telefonata in viva voce. Staremo a vedere, il Presidente nordcoreano potrebbe essere a Nusco a metà dicembre per l’Alta Scuola di Alta Politica di Alta Irpinia. Così almeno si vocifera nel piccolo borgo scudocrociato cattolico.

 

 

San Michele di Serino, boom di presenze per GIGIONE (FOTO e VIDEO)

Arriviamo a San Michele di Serino con l’umidità al 99,9% dopo esserci persi in una campagna di Cesinali. Già tre ore prima del concerto ci sono migliaia di macchine parcheggiate in ogni angolo del paese, tutte venute per Gigione, nome d’arte di Luigi Ciaravola, 69 anni portati benissimo Il grande artista di Boscoreale si fa attendere, sale sul palco prima la bella Menayt, sua figlia, che intrattiene il pubblico per quasi un’ora. Nell’attesa degustiamo dell’ottimo musso re puorco, conservandocene una vaschetta da regalare al genio di Boscoreale e acquistiamo un cd di Gigione dal fan club ufficiale.albumgigione

Quando Ciaravola sale sul palco ci sono più di tremila persona in piazza. Il concerto parte in quinta con Trapanarella ed è un tripudio di gioia. Zia Carmelina con la dentiera canta tutte le canzoni e c’è anche una grande presenza di bambini festanti. Ma la vera sorpresa è la massiccia presenza di giovani tra i 20 ai 35 anni. La musica di Gigione coinvolge tutti, soprattutto i giovani, forse è il nuovo sound che tutti stavamo cercando. Nonostante l’umidità il concerto va avanti per due ore e Luigi Ciaravola resta a mezze maniche. Salta e canta ed è in piena forma, invita il pubblico a salire sul palco, regala un cd della Campagnola a una fan agitata. Quando parte “o ballo r’o cavallo” Gigione è nella folla a capo di un trenino. Sembra Capodanno, è tutto bellissimo. Con l’eccezione di “Lauretta mia” (bella e commovente) ogni canzone è da ballare e coinvolge tutta la piazza piena, circa tremila persone.

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Ormai seguiamo Gigione in tour ovunque e siamo abituati ad andare a parlarci dietro al palco, ma stavolta abbiamo un regalo per lui, fatto col cuore, sua maestà Lu Mussu Ri Puorco. Ecco il video del grande incontro.