“I racconti dei sopravvissuti” – Numero 1 – “Ora et labora, lettera dal 2023”. AUDIORACCONTO

Inizia oggi la seconda parte delle novelle scritte in questo periodo surreale che ci tocca vivere. “I racconti dei sopravvissuti” compariranno a sorpresa più o meno una volta alla settimana su questo blog, tra un discorso di Conte e una pubblicità. I testi sono tutti scritti da Luigi Capone, la voce e l’audio è a cura di Francesco Prudente.

Numero 1: Ora et labora – lettera dal 2023. Testo e musica di sottofondo: Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Anna Lisa Amodio, Angelo Rizzo. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Ora et labora – Lettera dal 2023

Il virus fu debellato quasi del tutto dopo che i giapponesi trovarono una cura che funzionava sul 90% dei casi. Il problema arrivò qualche mese dopo, quando lo stesso laboratorio nipponico annunciò che il virus si era evoluto in qualcos’altro: era diventato centinaia di volte più contagioso e potenzialmente letale anche per i giovani in salute. Il pericolo di morire, ormai, riguardava tutti ed era naufragata la speranza di eliminare i più deboli.

Non ci fu mai il tanto agognato ritorno alla normalità, dato per certo durante i tanti mesi di quarantena. Tra l’altro, non si capiva di quale normalità si stesse parlando, quella di un mondo malato che pensava solamente a correre avanzando a braccia aperte verso l’autodistruzione? Inizialmente, sigarette, alcolici e psicofarmaci avevano aiutato a sopportare la situazione, poi all’improvviso sparirono dalla circolazione. Aumentarono in maniera esponenziale i suicidi. Mentre all’inizio dell’epidemia molti cantavano dai balconi, quelle stesse persone adesso si buttavano di sotto. 

Le limitazioni alle libertà attuate all’inizio, non cessarono mai di rimanere in vigore, anzi furono rafforzate ed estremizzate.

Nel giorno di Pasqua del 2022, si registrarono miracolosamente zero nuovi contagi e zero decessi in tutto il mondo. Da quel momento miliardi di persone si convertirono al cristianesimo e decisero spontaneamente di sottomettersi alla Chiesa di Roma. Con il fallimento delle democrazie occidentali e con la loro inefficacia nel fronteggiare l’espansione del virus a macchia d’olio, la Chiesa acquistò un potere temporale illimitato, il Vaticano tornò ad essere non solo l’unica sede di comando sulle anime smarrite che invocavano l’intercessione di Dio, della Madonna e dei santi, ma anche il luogo dal quale si emanavano leggi; il parlamento europeo fu sostituito dal consiglio dei cardinali coordinato dal Santo Padre, il Papa, che sancì la fine degli stati nazionali e la restaurazione del Sacro Romano Impero, allargato e rinominato Nuovo Stato Teocratico. Il regime teocratico elesse dopo tanti anni un Papa italiano, Alessandro IX, il quale intervenne radicalmente sulle abitudini della vita quotidiana: vietò in modo permanente gli alcolici e il tabacco, furono vietati i medicinali, le cure ospedaliere e gli psicofarmaci (perché non dovevamo crederci padroni delle nostre vite), furono messe al bando tutte le immagini pornografiche, fu proibito fornicare e masturbarsi, l’unico rapporto ammesso dal Nuovo Stato fu quello a fini riproduttivi. Fu reintrodotto il Tribunale dell’Inquisizione, vennero sciolti tutti i partiti politici e tutte le associazioni, per qualsiasi fine, ogni circolo ricreativo fu riconvertito in caserma, tutte le altre confessioni religiose furono perseguite legalmente con pene severe, furono ripristinati l’obbligo di leva e la pena di morte. Il libero mercato fu sepolto definitivamente e sostituito da un sistema autarchico: i supermercati vennero sostituiti da piccoli mercati contadini a km 0, il veganesimo fu imposto per legge e a causa della contaminazione degli animali ogni prodotto di derivazione animale venne totalmente bandito. L’uso di Internet e dei cellulari fu riservata soltanto agli alti prelati e agli alti funzionari della Chiesa. Ogni bar, ristorante, discoteca, museo, centro estetico e qualsiasi altra attività considerata non necessaria, fu confiscata e messa a disposizione della Chiesa, dell’esercito e della polizia penitenziaria. Metà della popolazione italiana contagiata, finì per essere confinata nelle mura delle prigioni, molte delle quali sulle isole, dove finivano per essere gettati in fosse comuni;

coloro i quali venivano considerati eretici, venivano gettati dalle Rupi Tarpee, edificate appositamente in ogni comune del Nuovo Stato Teocratico. Gli eretici erano coloro i quali volevano conservare il vecchio stile di vita fatto di peccati carnali e vizi, avevano trasformato le loro case in chiese clandestine dove pregavano un dio pagano che li incitava ad inseguire il piacere. Per difendersi dai contagiati rimasti in clandestinità e dagli eretici che erano scappati all’Inquisizione, il Nuovo Stato iniziò a produrre armi da fuoco da consegnare a tutta la popolazione sana, sottomessa e ligia al dovere. Era permesso, anzi consigliato, di sparare ai malati e agli eretici. 

Col drastico calo della popolazione in libertà, si poterono continuare a mantenere tranquillamente le misure di distanza necessarie per evitare l’espandersi del contagio e la strategia sembrava funzionare alla perfezione.

Una mattina, uno scapolo quarantenne che era stato risparmiato dal sistema perché non si era mai ammalato nemmeno di un’influenza in tutta la sua vita e perché apparteneva ad una fervente famiglia cattolica, uscì di casa per recarsi al lavoro all’ufficio postale, che nel frattempo si era riconvertito in Sacro Ordine della Posta e delle Telecomunicazioni, unico ente superstite per comunicare a distanza. Sistemò il carico di pacchi e lettere sul suo scooter e iniziò, come ogni, il giro della città come postino. Quella mattina, Adriano andò a far visita, per prima, ad una vecchia signora cui era destinato un pacco proveniente dalla Trinacria.  Prima di partire, lo aprì e, come da prassi, vi frugò dentro: acqua benedetta, immagini di santi, un ferro di cavallo, degli amuleti che non aveva mai visto prima, della farina e del lievito di birra. Tenne per sé la farina e il lievito di birra e andò a consegnare tutto il resto all’anziana donna.

Suonò al citofono e la donna, spaventata, non rispose. Adriano, allora, urlò alla finestra: “Sono il postino! La pace sia con lei! Apra, gentilmente, ho un pacco!”.  Assunta Russo -questo era il nome scritto sul citofono- si affacciò alla finestra imbracciando il fucile appartenuto a suo marito: “Chi siete, che volete?”. “Signora, gliel’ho detto, sono il postino, guardi, le mostro il tesserino, sono sano e sono un dipendente del ‘Sacro Ordine della Posta e delle Telecomunicazioni’, guardi il distintivo e la mia divisa”. “Lasciate il pacco davanti alla porta e andatevene”. “Ma lei deve mettere una firma qui ed autenticare il pacco con il Codice che attesta che lei è una Donna Fedele”. La donna lo osservò bene e poi disse: “Salite e fate in fretta, altrimenti vi sparo”.  La casa della vedova puzzava già di cadavere e i pavimenti non erano più stati lavati dalla morte del marito. I muri erano pieni di immagini sacre ed in cucina, sopra alla Tv con un solo canale, quello Statale, una grande immagine del Pontefice Alessandro IX. “Ecco, signora… per favore, adesso dia un’offerta per il Sacro Ordine, le ricordo che è obbligatoria”. Assunta pagò con la nuova valuta, i sesterzi, ed aprì la porta invitando Adriano ad andarsene: “La pace sia con lei”. “E con il vostro spirito”.

L’indirizzo del secondo pacco che Adriano doveva consegnare, era dall’altra parte della città. Recava la scritta: “Con urgenza per Anna Maria Vaccari”. Come al solito il postino aprì il pacco e ci frugò dentro: una frusta, un pacco di sale, delle pillole, una bottiglia di whisky scozzese, delle corde, tre coltelli. Il pacco conteneva anche una lettera.

“Anna Maria, resisti, continuando così andrà tutto bene”.

Adriano suonò al citofono e Anna Maria aprì senza nemmeno rispondere. Sul campanello c’era scritto “terzo piano”, il postino salì e trovò la porta spalancata.  “La pace sia con lei”. “E con il tuo spirito, postino. Vieni in salotto”. Avanzò timidamente e quando arrivò in salotto uno spettacolo macabro gli si mostrò davanti. Una donna alta e longilinea, dagli occhi spettrali e dai capelli d’oro, bellissima e senza abiti, con la schiena ricoperta di cicatrici e grondante sangue. “Vieni, postino, accomodati”.

“Ma che sta succedendo qui?”. “Non lo vedi? Mi sto purificando” e la giovane donna continuò a colpirsi sulla schiena con una grossa cinghia. “Consegnami il materiale”. “Ecco a lei…deve firmare qui…”. Firmò senza esitare. “Posso chiederle perché si sta frustando in questo modo? Perché pensa di potersi purificare così e perché crede di avere il bisogno di purificarsi, e da cosa?”. “Voi delle Poste siete tutti degli idioti. Frustami tu, io ne traggo piacere”. “Signora, mi dispiace molto per lei ma, se è davvero così, lo sa che dovrò denunciarla alle Santissime Autorità?”. “Non lo farai”. “Senta, signora, sono mortificato ma lei deve rendersi conto che se la nostra società si trova in queste condizioni è stata colpa proprio dell’eccesso di libertà che le politiche precedenti avevano concesso. Ho chiuso un occhio per l’alcool che ha nel pacco e per quelle pillole che mi sembrano droghe, ma non posso soprassedere sulla pratica del sadomasochismo”. La donna si avvicinò lentamente ad Adriano che cercò disperatamente di allontanarsi ma la sua bellezza era così accecante che lo scapolo dovette cedere e si lasciò baciare”.

“Che cosa abbiamo fatto?! La saluto signora, io vado!”

“Fermati, taci per un attimo e rifletti: io sono infetta”.

Il postino rabbrividì e scoppiò a piangere. “Come? Lei è infetta? Ma sta scherzando? Se è così ha infettato anche me!”. “Di certo”. Incredulo e con voce tremolante aggiunse: “Ora dovrò togliermi la vita per non pesare sulle casse del Santo Stato”.

“Nient’affatto. Ora devi rimanere con me a purificarti. E questa volta, davvero andrà tutto bene. Ti spiegherò tutto: innanzitutto smetti di darmi del lei. Ascoltami. Tu credi che la libertà ci abbia condotti a questo: lo penso anch’io. Ma la libertà non è importante per me. Il vecchio Stato ci teneva all’oscuro della verità, esattamente come sta facendo il Nuovo. Anche tu non ti rendi ancora conto che esistono miliardi di verità al mondo, una per ogni essere umano, ma se farai la scelta giusta e rimarrai con me, io e te diventeremo una verità sola. Vivremo qui e non ci mancherà l’essenziale per sopravvivere perché gli altri eretici mi riforniscono puntualmente, devi solo continuare a fare il postino come se niente fosse e la sera, rincasare da me.”

“Così dovrei morire lentamente insieme a una traditrice? Preferisco uccidermi subito!”

“Non hai ancora capito? Sarai un eretico. Purificandoci sopravvivremo e il Nuovo Stato ci accoglierà. Noi eretici non vogliamo sabotare il Potere. Crediamo che Dioniso ci salverà se fornichiamo, se facciamo orge, se ci frustiamo e se facciamo uso di alcolici e di droghe. Abbiamo anche accesso a una rete internet criptata per comunicare tra noi a distanza. Saremo i privilegiati del regime se riusciremo a farne parte da cittadini normali. Apri gli occhi, questo è il giorno più bello della tua vita. Le possibilità che abbiamo ora, non le abbiamo mai avute in passato. Nella vecchia società non si poteva parlare di morte, essa era considerata un tabù. Quei vecchi edonisti consumisti e capitalisti pensavano di essere eterni, pensavano di essere liberi mentre erano già schiavi. Quando tutto era permesso, non riuscivamo a godere più di niente. Ora che tutto è proibito, invece, possiamo dar sfogo a tutte le nostre perversioni. Credimi, la situazione è eccellente. Tu sarai uno di noi”. Adriano era pallido e tremava. “Ho scelta?”. “No”. “La libertà è un’illusione su questa terra”. 

De Luca, nuovo record: 9 minuti di risucchio durante il monologo alla nazione.

Battuto il record precedente di 5 minuti e mezzo di “ssssssssssssssss” durante i soliti monologhi alla nazione di Vicienzo De Luca, il nuovo candidato al Quirinale. Tra un “sssssss” e l’altro, il governatore della Campania avrebbe anche aggiunto: “Cafoni, m’a magn sul’i a pastier!”.

De Luca choc: “Non vi faremo uscire nemmeno di testa, non potrete nemmeno impazzire…”

L’ultima dichiarazione di De Luca supera qualsiasi fantasia. Tra un risucchio e l’altro, una smorfia e una battuta, Vicienzo ha proibito tassativamente di impazzire. “Pene severe per chi esce di testa, tutte le uscite sono proibite, anche le uscite in balcone”.

E continua: “La maggior parte dei cittadini l’ha capito ma c’è ancora una esigua minoranza di cafoni che va neutralizzata immediatamente. Qualche imbecille, qualche animale che sta pensando di poter uscire dal proprio cranio allegramente. Pene severissime”. E chiude con un risucchio sonoro “Sssssssssss”.

Michela Murgia: “De Mita non mi è particolarmente simpatico”. Ed è bufera sui social.

La frase incriminata sarebbe stata pronunciata dalla nota scrittrice durante una vecchia intervista alla festa del libro di Sant’Andrea di Conza…

Speriamo tutti, ovviamente, che non sia vero. Chi può mettere in dubbio la grandezza del Presidente? Di certo non una grande scrittrice come la Murgia a cui va tutta la nostra devozione.

De Luca: “In casa fino all’1 maggio? In Campania aboliamo anche le feste di Natale”.

Vicienzo De Luca torna a colpire. Stavolta, per superare il governo sull’asprezza delle restrizioni, decide di abolire il Natale “fino a nuova ordinanza”. Le misure restrittive di Re Vicienzo stanno facendo parlare tutto il mondo e ormai appare chiaro che l’ex sindaco di Salerno stia aspirando alla poltrona di Primo Ministro.

Irpinia Paranoica vince l'”Aranzulla Award” come miglior sito di satira.

E’ andato ad Irpinia Paranoica il prestigioso premio ideato dal celebre Salvatore Aranzulla e giunto alla sua decima edizione. Il noto tecnico web ha anteposto il suo voto a quello della giuria popolare che vedeva avanti “Socialisti Gaudenti”. Così ha motivato la scelta: “Irpinia Paranoica, seppure contraria, nasce nella terra di Ciriaco De Mita, il grande presidente e segretario della Democrazia Cristiana, di cui il mio prozio era grande estimatore”. Per la cronaca, il premio è stato ritirato dal più importante inviato della pagina satirica, il cittadino originario di Villanova del B., Pippo Franco.

“Le novelle della quarantena”, ecco i link di tutti i 14 racconti. Votate il vostro preferito.

Breve considerazione dopo aver pubblicato 14 racconti brevi, uno al giorno, nelle scorse due settimane.
“Il romanzesco è la verità dentro la bugia”. Non esistono modi più efficaci del racconto romanzato per descrivere la realtà, particolarmente efficace in questo periodo storico in cui si scrivono montagne di articoli che parlano di altri articoli che polemizzano su altri articoli per analizzare le critiche su altri articoli. Non ne usciremo mai, così. Invece il racconto, nella menzogna fuori dalla realtà, descrive la verità.

Detto ciò, ecco di seguito i link ai 14 racconti. Votate il vostro preferito condividendo o commentando sulla pagina Facebook.

(Immagine di copertina: Marc Chagall, Sopra la città, 1918, Olio su tela di 56 x 45 cm. Galleria Tretyakov)

GIORNO 1: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/10/le-novelle-della-quarantena/

GIORNO 2: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/11/le-novelle-della-quarantena-allosteria/

GIORNO 3: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/12/le-novelle-della-quarantena-lauto-clandestina-giorno-3/

GIORNO 4: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/13/le-novelle-della-quarantena-il-complotto/

GIORNO 5:https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/14/le-novelle-della-quarantena-un-racconto-al-giorno-giorno-5-lu-lupu/

GIORNO 6: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/15/le-novelle-della-quarantena-hikikomori-giorno-6/

GIORNO 7: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/16/le-novelle-della-quarantena-pomodori/

GIORNO 8: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/17/novelle-della-quarantena-la-ballata-di-mina-rizzo/

GIORNO 9: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/18/le-novelle-della-quarantena-giorno-9/

GIORNO 10: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/19/le-novelle-della-quarantena-giorno-10/

GIORNO 11: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/20/giorno-11-il-gatto/

GIORNO 12: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/21/giorno-12-larte-di-essere-aurelio/

GIORNO 13: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/22/giorno-13-lappartamento-del-padre/

GIORNO 14: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/23/giono-14-il-musicista-del-titanic/

“Le novelle della quarantena”. Giorno 14. “Il musicista del Titanic”- VIDEORACCONTO

L’ultimo giorno di quarantena è dedicato a coloro i quali, credendosi inizialmente liberi, scoprono che la libertà è irraggiungibile sulla terra.

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Giacomo Buonafede, Matteo Castellino. Musica di Piergiorgio Maria Savarese. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Grazie a tutti coloro i quali hanno partecipato.

Audioracconto

Il musicista del Titanic

Messaggio vocale di Whatsapp: “Immagino che oltre questi tetti ci sia un mare calmo e delle barche ferme nel porticciolo, un ristorante proprio accanto che serve il pesce fresco a tavola. Sento l’odore della pioggia sole dell’imbrunire, da questa finestra primaverile e secca, dove l’aria è ferma, immobile, impolverata. Nemmeno una goccia è caduta negli ultimi mesi. Suono su questo balconcino all’ultimo piano perché so che la mia chitarra potrebbe rendere meno pesante la quarantena ai vecchi che abitano sotto di me e dall’altro lato della strada. La suono anche per te che sei così lontano”.

“I vantaggi della tecnologia” gli rispose Andreas. 

“Ma a chi voglio prendere in giro” pensò tra sé “Io suono solo per, su questa barca che sta affondando, le note ci ricongiungono alle stelle”. 

Javier aveva perso l’attaccamento alla terra da quando non aveva più la preoccupazione della ricerca della felicità. Con la pandemia che stava per mettere fine alla civiltà, l’unica paura era quella del dolore e della catastrofe, una paura molto più sopportabile, molto più distensiva e accomodante. 

Il trauma della massima delusione ricevuta in un momento di massima felicità era il vero trauma, per essere precisi.  Javier era un cherofobico, ogni suo gesto votato al miglioramento di sé o al raggiungimento di una dimensione serena gli recava una irrefrenabile ansia. Era sparita anche quella vergogna per la sua palese omosessualità. Grazie alla fine del mondo poteva essere finalmente se stesso. 

“Ascolta, Andreas, cosa ho scritto per te”.

“Javier, grazie. Spero di rivederti presto”.

Javier Carlos Del Sol era rimasto intrappolato a Salamanca, dove studiava al conservatorio, senza poter far ritorno a Granada. Si era innamorato intanto di Andreas e non poteva vederlo. 

“Andreas, dato che stavolta è la fine davvero della nostra società, io ti chiedo di vederci subito. Vada come vada, tanto da domani non sarà più lo stesso, anche se sono guarito dal Corona Virus e potrò uscire”. 

“Javier non so che dirti, sto qua con Josè…non se n’è ancora andato”.
“Io parto stanotte, sarò lì domani mattina”.

“Va bene, mi inventerò una scusa…ti aspetto…”.

In autostrada, con la chitarra a bordo e delle scorte di alcool e cibo, correva diretto in Andalusia. La radio non faceva altro che aggiornare la conta dei morti, su tutte le frequenze, eccetto una: “Radio Caos”, una nuova radio indipendente. Per cinque ore guidò ipnotizzato dai gruppi di Radio Caos: Joy Division, Pixies, Nick Cave and the Bad Seeds, solo per citarne alcuni.

Arrivato a Granada, parcheggiò in mezzo alla strada -tanto non circolava nessuno-, imbracciò lo strumento e salì al terzo piano del condominio, aveva appena albeggiato. Nel letto consumarono un rapporto e poi Andreas disse: “Dobbiamo raggiungere le colonne d’Ercole”. “Intendi la rocca di Gibilterra? Ma come?”. “Hai abbastanza gas in macchina?”. “Si ma sono le dieci del mattino e io non ho ancora dormito”. “Non preoccuparti, se non ce la fai guido io”. Javier provò ad inventarsi delle scuse ma non riuscì ad aver la meglio sulla sfrenata voglia di fuga di Andreas. 

“Partiamo”.

Lungo la strada Andreas beveva grandissime sorsate da una bottiglia di Jim Beam alternata a birra. Al km 120, quando Javier era giunto allo stremo e voleva fare il cambio al volante, Andreas dormiva come svenuto con la faccia spiaccicata sul finestrino. “Ti prego, svegliati Andreas!”. Gli diede uno schiaffo ma Andreas non si svegliava. In preda al panico Javier pensò che si sarebbe svegliato soltanto quando avesse visto la rocca di Gibilterra. 

“Eccola, Andreas, siamo arrivati”. Il compagno aprì gli occhi e, incantato dalla vista del promontorio aggiunse: “Facciamo questo tratto a piedi e saliamo lassù in cima”.

Con l’energia ritrovata Andreas riuscì anche a sfiancare il proprio corpo nuovamente mangiando un funghetto che aveva in tasca e tirando una striscia di cocaina distesa su una roccia liscia”.

Infine giunsero in cima.

“Qualcuno diceva che eravamo sul promontorio estremo dei secoli, eccolo, Javier”.

“Lo vedo. Lo conoscevo. Ma non l’avevo mai visto”.

“Adesso che cosa immagini che ci sia, oltre il mare?”

“Immagino che ci siano gli stessi errori di sempre. Un’altra terra infelice, perché consapevole di aver paura felicità”.

“In pratica, oltre tutto ciò, ci sei tu. Da oggi in poi torneremo a fantasticare su quello che c’è oltre”.

“Il mondo non ha più confini”

“Si. Ora l’hanno capito tutti. È imperscrutabile quello che c’è oltre il tuo tetto, proprio come questo oceano che si distende ai nostri piedi. Non c’è differenza tra la tua finestra e quest’ampia visione”.

“Affonderemo insieme”.

“Le novelle della quarantena”. Giorno 10. “Una vita normale” – AUDIORACCONTO

Il decimo giorno parla di chi ha subito e continua a subire violenza domestica e di chi la pratica rincorrendo disperatamente una vita normale.

Testo di Luigi Capone. Voci di: Francesco Prudente, Annalisa Amodio, Angelo Rizzo., Carolina Tonini, Francesca Mazzarello, Jessica Conti. Musica di Luigi Bellino. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Audioracconto

Una vita normale

La televisione continuava a ripetere le stesse cose all’infinito: “aumento dei contagi”, “mancanza di personale medico”, “aumento dei morti” e un inspiegabile “andrà tutto bene”; i giornali invece titolavano “È una guerra”, ma anche loro sbagliavano perché si riferivano soltanto all’avanzata dell’epidemia.

La vera guerra era tra le mura domestiche. Il vero nemico era ogni notte sotto le tue lenzuola.

Enrico e Giovanna erano sposati da dieci anni ed in comune avevano: un mutuo, le rate della macchina, un intero appartamento di mobili Ikea e un bambino, nient’altro. Fino al giorno in cui Enrico era stato messo in quarantena perché trovato positivo al nuovo coronavirus, la loro vita era andata avanti normalmente: non si amavano più da anni ma avevano conservato un minimo di stima reciproca. Tutto il loro amore era confluito nel bambino. Da quando era nato Federico avevano tolto di mezzo tutti i problemi di coppia: per primo quello del sesso rituale almeno una volta alla settimana. Una sera, però, la tv annunciò le misure più restrittive della storia nei confronti delle libertà individuali e della privacy, dissero che per almeno un mese bisognava restare chiusi in casa a causa di un elevatissimo pericolo legato alla contaminazione dell’aria.  Enrico sentì cucirsi addosso una camicia di forza, Giovanna pensò che fosse una buona occasione per stare 24 ore su 24 con suo figlio. I due si erano sposati per una forte attrazione fisica ma la felicità del giorno del loro matrimonio sembrava ormai lontana anni-luce, Giovanna aveva spesso l’impressione che non fosse mai successo mentre Enrico non ci pensava affatto essendo molto più interessato a veder giocare l’Inter, a sentire le conferenze stampa dell’allenatore dell’Inter, a leggere i giornali per il calciomercato dell’Inter, a giocare le schedine sull’Inter. I primi giorni di quarantena andarono avanti normalmente, i due semplicemente si ignoravano. Soltanto Federico, a due anni e mezzo, sillabava qualche parola nei momenti di maggiore silenzio. Le voci che si sentivano di più in casa Squillace erano quelle provenienti dalla tv.

Dopo tre settimane la situazione precipitò.  La meme con la scritta #iorestoacasa sui social l’avevano già postata, i cruciverba li avevano già fatti, i libri li avevano già letti, le serie tv le avevano già esaurite. Giovanna ormai dormiva nella stanza insieme al bambino ed Enrico nel letto matrimoniale. “Quando cazzo scopiamo, Giovanna?” le chiese un giorno il marito; la parola scopare non si sentiva in quella casa da quasi tre anni. Giovanna urlò: “Non dire queste cose davanti al bambino!”, “Almeno vieni a dormire con me la notte, porca puttana! Sono solo in questa cazzo di casa!”, “Ti avevo detto di non dire parolacce di fronte al bambino, sei un idiota!”. La parola idiota non era mai stata pronunciata in quella casa. “Cosa cazzo stai dicendo, brutta stronza!? Mi stai dando dell’idiota?!”. La parola stronza non era mai stata pronunciata in quella casa.

Ciononostante, Giovanna si diresse verso il balcone, con atteggiamento di sfida e andò a farsi guardare dai vicini, cosa che Enrico aveva sempre detestato. Era incredibilmente bella. “Torna dentro, Giovanna e copriti, non facciamoci sentire dai vicini”.  “Giovanna, ti ho detto di tornare dentro, non farmi incazzare!”

“Oh Enrico, almeno mi faccio vedere da loro visto che tu non mi guardi mai! A te non ti si alza nemmeno!”

Enrico aspirò nei polmoni tutto l’ossigeno che c’era in cucina, andò sul balcone e la colpì in volto con un forte schiaffo che la scaraventò a terra. “Cosa fai, ora, piangi, eh? Puttana! Entra dentro!”

Giovanna corse nella stanza del bambino piangendo.

“Esci, Giovanna”

“Sei un maniaco, un pazzo, se ti azzardi ad entrare in questa stanza chiamo la polizia”

“Esci da quella stanza di merda, Giovanna o ti ammazzo, te lo giuro! Ammazzo prima il bambino e poi te!”

Giovanna non trovò la forza di chiamare la polizia e aprì la porta dopo l’ennesima richiesta. “Federico vai a giocare in salotto” gli disse il papà, entrando nella stanza e chiudendo la porta a chiave dietro di sé. “Giovanna, da oggi in poi ci dormi solo tu qua dentro” e si tolse la cintura. “Che stai facendo Enrico?”. “Taci che spaventi il bambino” “Aiutooo” “Shhhhh, devi stare buona”. Visto che non riusciva a smettere di urlare la colpì con un potente pugno in un occhio e quando fu distesa per terra iniziò a colpirla con la cinghia sulle spalle. Giovanna piangeva e si tappava la bocca per non urlare, piangeva e pregava, piangeva, pregava e malediceva la propria nascita.

Da quel giorno e per il resto della quarantena la stanza del bambino diventò la stanza della tortura di Giovanna: ogni giorno una dose di umiliazioni e percosse. “La tua medicina” la chiamava Enrico.

Nella povera donna, il pensiero del suicidio crebbe come un cancro nel proprio cranio. Quei pensieri non la lasciavano mai e avevano ormai preso il posto del sonno. “Andate via”, “andate via da me”, continuava a ripetere sottovoce, e pregava tutti gli dei, qualsiasi cosa purché potesse mettersi in salvo.

Dopo interminabili mesi, quando cessò l’emergenza del virus ed Enrico fu guarito da entrambe le malattie, la coppia tornò ad essere come un tempo, indifferente e ligia al dovere, normale. Ripresero pure ad andare in chiesa, tornarono alla vecchia vita senza violenza, fatta di vuoti. Normale.  

“Le novelle della quarantena”, Giorno 3: “L’auto clandestina”.

Giornata dedicata agli amori sbagliati e alle brutte situazioni che ne possono derivare. Testo di Luigi Capone, musica di Luigi Bellino, voce di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Angela Cappuccio, Iris Basilicata.

Disegno di Luca Tuveri.

(Ricordiamo che questa rubrica è composta da 14 novelle, una al giorno per chi è rimasto in casa a causa del corona virus)

Audioracconto musicato

L’auto clandestina

Come si fa a continuare a scopare a distanza in periodo di quarantena? Il bisogno disperato di continuare a vivere durante un’epidemia importante permane e lo si continua a fare in barba ai regolamenti, molto spesso. Si prende un’auto e ci si va ad imboscare con la propria bella clandestinamente. Ma ciò avveniva pure prima, ora ve ne racconto una:

“Alessia e Michele dovevano incontrarsi ad ogni costo. La voglia di annusarsi, di scambiarsi le mucose, di baciarsi, di penetrarsi e di succhiarsi era talmente tanta che, avrebbero rischiato anche di farsi bruciare nella piazza del paese. Alessia, infatti, era sposata col farmacista di Montesolo, mentre Michele era sposato con una brava insegnante di Montecupo, in provincia di Avellino, ed entrambi vivevano nel loro paese dove avevano una reputazione di tutto rispetto. Fu Michele a scrivere su Whatsapp per primo: 

-Alessia, ho voglia di te, scrivimi qualche porcata

-No, Michele, oggi no, oggi ci dobbiamo vedere

-Ma come faccio? Mia moglie è appena tornata dal dentista

-Inventati una scusa

-Ma che mi invento?

-Dì che devi andarti a vedere una partita al bar

-Ma oggi non gioca nessuno!

-La premiere ligue o la liga, un campionato straniero, tu te li guardi tutti no?

-Non lo so

-Sono bagnata

-Va bene

“Tesoro, mi dispiace ma stasera devo andare a vedere una partita importante, ho giocato una schedina e potremmo vincere un botto di soldi. Southampton – Newcastle!”

“Ma come? Oggi dovevamo andare a cena insieme, non ricordi?”

“Eh, lo so. Mi dispiace, rimandiamo a domani, ok?

“Ok. Però vaffanculo”

“Ti amo anch’io, domani mi farò perdonare, promesso”.

Michele prese l’auto e si fiondò sulla strada provinciale 17 che conduceva a Montesolo. Ad ogni curva avrebbe potuto ammazzarsi, doveva fare più in fretta possibile. Passò a prendere Alessia davanti ai binari della stazione abbandonata, in un luogo in cui nessuno avrebbe mai potuto vederli. Alessia saltò in macchina e senza nemmeno parlarsi, salutandosi soltanto appena, proseguirono per la strada che portava al bosco. Al primo spiazzale buio, comodo e abbandonato, parcheggiarono la macchina ed iniziarono a strapparsi i vestiti di dosso!

“Vieni qua Michè!”

“Maronn mia che ti fazzo mo”

Si spogliano ed iniziarono a toccarsi i sessi, poi a baciarseli. Michele spingeva la testa di Alessia sul suo membro e Alessia stava al gioco. Mentre godevano in questo modo con una mano abbassavano i sedili dell’auto. “Mettiti sotto, mettiti”. “Dì che sei la mia porca”. “Si, sono la tua porca”. “Ahhhhh!”. “Così, così, di più”. “Più a destra, più a sinistra, più al centro!”. Michele pensava di essere un motore a stantuffo e Alessia la sua vaporiera. 

“SI! Dio, ti vedo, finalmente, si!” urlò di piacere Michele e intanto, non era Dio ad averlo visto, bensì il proprietario del terreno dove si erano appartati a fottere. Li aveva colti proprio nel momento di massimo godimento, a cui di solito segue il momento della sigaretta e del relax. Era un pastore munito di torcia elettrica e di fucile, li fissava dal finestrino sconvolto. Panico. Quando Michele lo guardò negli occhi, il pastore urlò: “Filomè, chiama li carabbinieri, ci stanno due puorci ind’a la terra nosta!”.

Senza perdere nemmeno un secondo utile, Michele accese l’auto facendo girare la chiave col gomito e col piede nudo premette l’acceleratore mentre con un pollice inseriva la seconda marcia. E schizzò via sulla strada. Si rivestì del tutto quando ormai erano già quasi arrivati nel foggiano, tanto era stato lo spavento. Superarono un posto di blocco mezzi nudi. Infine trovarono un bar in mezzo a un campo di grano, dalle parti di Candela. Ordinarono una birra e si dissero: “stiamocene qua stanotte, ci inventeremo un’altra scusa per non tornare a casa”.