“Le novelle della quarantena”, Giorno 7. “I pomodori” – AUDIORACCONTO

Il settimo giorno è dedicato a quelli che si sono trasferiti nel nord Italia e poi sono tornati di corsa al sud appena hanno appreso dal telegiornale che rischiavano di essere contagiati.

Testo di Luigi Capone. Voce di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci, Sandra Caraglia. Musica di Faia. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Video di Francesco Spagnoletti

I pomodori

Il mio coinquilino dormiva su una cassa di pomodori che si faceva spedire puntualmente dalla Calabria. Studiava alla Facoltà di Giurisprudenza ma lavorava anche part time come operaio presso una fabbrica di sigarette appena fuori città. Sembrava in gamba e si dava da fare. Imparai presto le parole più particolari del suo dialetto visto che parlava solo quello e tutto sommato, era una convivenza pacifica e divertente. Eravamo entrambi terroni trapiantati al nord, eravamo comepummarole. L’abitudine ad andarcene in giro per bar, bettole e centri sociali della città si arrestò d’improvviso col decreto del governo che invitata calorosamente tutta la popolazione italiana a non uscire di casa a causa del corona virus, fatta eccezione per quelli in possesso di cani (tutti) e per quelli che dovevano fare jogging.  Inoltre c’era anche il divieto di spostarsi da una città all’altra, se non per motivi lavorativi molto urgenti o sanitari. Alessandro un cane ce l’aveva e lo utilizzava come passaporto per andare a bighellonare in giro per Bologna, coi bar chiusi, le saracinesche abbassate, le lunghe file ai supermercati. Ma nonostante ciò, trovava il modo di andare a fare festicciole segrete in casa degli studenti, col pesante rischio di beccarsi una denuncia. Io, che mi ero costruito una mascherina fatta con la carta da forno domopak e due elastici, che uscivo con i guanti da cucina ed evitavo la vicinanza di qualsiasi essere vivente, ero alquanto terrorizzato dal fatto che tutte queste mie misure di sicurezza per cercare di non essere infettata, risultassero del tutto vane dal momento in cui il buon Alessandro mi avrebbe portato in casa un’intera orchestra danzante di corona virus pronta a suonare dentro di me. Del resto, chi non utilizzava i social e non guardava la tv, non era pienamente conscio del rischio che correva. Mentre io ero tappato in casa spaventato e annoiato, costretto a inventarmi mille passatempi, Alessandro dunque se la spassava. Una sera però capito che si fermò a cena con me e fu costretto a vedere l’edizione straordinaria del telegiornale delle 21:00, per la conferenza stampa del Presidente del Consiglio dei Ministri. “Restate a casa, da domani chiunque cercherà di scendere al sud sarà punito”.

Il treno Alta Velocità Frecciarossa 957769411 delle ore 23:55 è in partenza al binario 22 ed è diretto a Napoli Centrale, comunicava l’altoparlante della stazione.

Alessandro era già lì. Lasciò la cena, lasciò le sue casse di pomodori, introdusse con violennza le cose più utili nel trolley (una cambiata, cartine, filtri, macchinetta per macinare l’erba, tabacco, narghilè, rasoio da barba e scarpe nuove) e mi salutò direttamente: “Compà ci vediamo giù!”.

Io già ero ansioso di mio ma riuscii a fermarmi rispettando l’invito del Presidente e avendo paura di fare una enorme stronzata contagiando mezzo treno, mezza Italia e la mia famiglia. 

Mentre Alessandro correva verso la stazione chiamò sua madre: “Mà, non ti preoccupà, sto scendendo, ci vediamo domani mattina a casa”. La reazione che si aspettava a quel punto era di gioia e sollievo, invece la madre rispose gelida: “Ah…ma veramente? Ma perché scendi? Cioè che succede?”. “Mà, ‘u virus!”. “Ahhh…’u virus. Meh, iu t’avia rittu de statte llocu!”. “Mà è pericoloso, sto arrivando, ciao!” e troncò il discorso. La brutta sopresa arrivò quando, arrivato davanti al binario 22, trovò una fila sterminata di persone che pretendevano di salire sul treno come lui. “Vogliamo salire! Non potete lasciarci morire al nord! Vogliamo tornare a casa nostra!”

“Uè ma è colpa mia se non ci sono più posti? A me mi arrestano se vi faccio salì!” ribatteva il controllore assalito dalla folla.

“Noi questo treno non lo facciamo partire, abbiamo il diritto di salire sul treno, siamo in democrazia, siete dei fascistiiiii”

“Io non vi faccio salire, avete scelto voi di venire a studiare qua”

“Non è vero, guardi io sono un insegnante” contestò un uomo in fondo

“Aè, gli insegnanti, i primi a scappare. Sono già scappati tutti dall’inizio, quando vi hanno dato le ferie, tu stai ancora qua? Guardate io non ci posso fare niente”.

A quel punto intervenne Alessandro, il mio coinquilino: “Compà, forse non hai capito, i ti fazzu carè i rienti se non ti sposti”. Gli diede un forte strattone e fu acclamato dalla folla inferocita come eroe del popolo, come nuovo Masaniello. 

Entrarono tutti ma proprio tutti su quell’ultimo treno diretto a sud, stretti come sardine, come le sardine che poche settimane prima si erano affollate a Piazza Maggiore per contestare la destra. 

Alla stazione di Napoli, però, Alessandro trovò una piccola manifestazione: delle persone munite di pomodori da lanciargli in faccia. “Sono cornuto due volte, una per essermene andato e una per essermene tornato così”.