“Le novelle della quarantena”. Giorno 12. “L’arte di essere Aurelio” – AUDIORACCONTO

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente e Enoch Marrella. Musica di Carmine Ioanna. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Audioracconto

L’arte di essere Aurelio

Mentre i miliardari scappavano all’estero, Aurelio era sempre lì, sotto i portici, con un barattolo di latta in mano, seduto su una cassa piena di effetti personali, come un mutilato appena tornato da una guerra (che era lo stile di vita occidentale): un coltellino svizzero arrugginito, un carillon lasciatogli dalla madre, un biglietto del treno usato, una garza, una vecchia foto sbiadita, un panino comprato con gli spiccioli racimolati, un maglione di lana, un paio di scarpe invernali, un anello, un pacco di tabacco, un accendino. 

Era stato un professore di Filosofia. Aveva insegnato per molti anni in un istituto superiore del suo paese d’origine, nell’Asia centrale. Era arrivato in Italia dopo essere stato licenziato a causa di enormi tagli all’istruzione pubblica, con la promessa, da parte di un suo conoscente, che in Europa sarebbe diventato ricco semplicemente vendendo accendini e sigarette di contrabbando. Non era mai stato così ingenuo da crederci ma cos’altro avrebbe potuto fare? Era dell’opinione che il fato avrebbe premiato i coraggiosi. Il suo vero nome non era Aurelio ma gli alcolizzati di Via Santa Caterina lo chiamavano così, forse per una leggera somiglianza con qualcuno.

La gente si affacciava ai balconi per cantare e per esorcizzare la paura di ammalarsi. Aurelio era ancora lì, seduto sulla cassa. Chiedeva due soldi davanti al supermercato. Le scorte di cibo stavano finendo e lui sorrideva. “Signora, buongiorno, complimenti per il vestito”. “Oh, Dottore, buona giornata, tutto bene? Le auguro il meglio!” ed agitava il barattolo che conteneva ancora soli due euro. “Avvocato! Come la vedo in forma stamattina, prego, prego! Eh, lo so la fila è lunga ma non si scoraggi! Arriverà anche il suo turno!”.

Entravano con le facce tristi, preoccupate, con guanti e mascherine. Uscivano coi carrelli pieni di roba da mangiare per un mese ed Aurelio diceva loro: “Buon appetito signori! Che la sorte sia con voi!”. 

Alle diciotto iniziava il coprifuoco e tutti i negozi dovevano chiudere, Aurelio come sempre andava a sistemarsi sotto i portici di Via Santa Caterina per passare la notte in mezzo ai rifiuti, visto che anche il servizio di nettezza urbana era stato sospeso. Era una fortuna per Aurelio: poteva rovistare in mezzo a tutto quel pattume e ogni volta ci trovava delle cose interessanti: interi piatti di pasta precotta, panini quasi integri, fette di pane fresco, pezzi di formaggio ma anche abbigliamento, oggetti, un pettine, delle bottiglie di plastica vuote utilissime, pezzi di carne, persino del tabacco. Poco importava, anzi nulla, se per i passanti era un alieno, senza cuffie wireless e senza cellulare. Era come se non esistesse per quelli che gli passavano davanti e non poteva avere nessun argomento in comune, e nonostante ciò gli sorrideva sperando in un euro. 

La sua dimora fatta di cartone era adiacente alla Caritas, in modo che potesse andare a rifornirsi di cibo prontamente all’occorrenza: mangiava poco ma era in carne, come tutti i poveri. Quella sera si alzò con i suoi stracci sudici e dignitosi, abituati ai pavimenti, all’asfalto e si avvicinò alla mensa della Caritas: le porte erano sbarrate e fuori un cartello recava la scritta: “Siamo chiusi fino a nuove disposizioni, buona fortuna”. Se l’erano data a gambe anche i volontari cristiani per paura di infettarsi.  Probabilmente la società andava così – pensò Aurelio – “sono dei malthusiani, stanno cercando di ridurre la popolazione mondiale e farla ritornare alla fine del 1700, quando eravamo solo un miliardo. I pezzenti moriranno e i ricchi vivranno nella loro nuova dimora lontana dai centri abitati, saranno i primi ad avere il vaccino ed ogni sorta di assistenza medica. Lo stanno facendo per toglierci di mezzo. Vogliono farci fuori perché facciamo schifo. Non è niente di nuovo, in fondo, stanno semplicemente riscoprendo i prodigi dell’eugenetica nazista. Che crepino i deboli, insomma!”. Con queste riflessioni in corso, tornò nel suo giaciglio e provò a dormire, gonfio di birra calda, comprata con quei quattro soldi che aveva elemosinato. 

“Il corona virus è l’unica cosa normale che è successa nel mondo negli ultimi anni. Normale nel senso che segue la norma del mondo. Li ha costretti all’umiltà: loro che pensavamo di essere la società invincibile, loro che pensavano di essere progrediti, moderni, aperti, solidali, loro i capitalisti che pensavano di vivere in un mondo giusto, sviluppato, globale, stellare, tecnologico. Non sono in grado di cambiare le norme del mondo. Magari sarà un’umiliazione utile, per loro.”

Il freddo, il desiderio di impiccarsi, la puzza, i dolori lancinanti nelle ossa, la tosse, lo stomaco perforato non gli impedirono di addormentarsi come un bambino. Ma un uomo sui trent’anni che passò di lì, cercò di agguantare la birra mentre Aurelio se la teneva in grembo come un bambino. Un calcio nello stomaco ed ebbe ragione l’uomo alto e robusto che gli passò attraverso. Ma quando quella sagoma scura si rese conto che la mensa della Caritas era chiusa anche per lui, iniziò a dare dei forti calci contro le sbarre che chiudevano il passaggio.

“Non ti affaticare” disse Aurelio “pensa a conservare le energie. Cos’hai mangiato oggi? Un panino? Conservati quelle calorie stando fermo, immobile, non muoverti, fai come me. Consumare di meno, lavorare di meno, vivere meglio!”.

L’uomo alto e robusto gli si avvicinò, gli sputò in faccia e se ne andò. “Ah, mondo cane, quando impareranno. Moriranno come le mosche, moriranno” e si addormentò placidamente tra i rifiuti.

Al suo risveglio notò un vuoto ancora più nero: nessuno più camminava per le strade. Forse sopravvivevano soltanto quelli che volevano andarsene da questo mondo, quelli che avevano qualcosa per cui restare sparivano all’improvviso.

“Se il mondo gira, deve passare da qua!” scrisse su un pezzo di cartone, e continuò a vivere.

Un canto sacro firmato Matteo Salvatore.