Storia dell’Italia da Nusco a Hammamet

Recensione apocalittica del film di Gianni Amelio.

Il film di Gianni Amelio, “Hammamet”, ripercorre gli ultimi di vita dell’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, fuggito in Tunisia dopo una condanna definitiva a 10 anni di carcere. Una storia che tutti conoscono, col suo acme davanti all’Hotel Raphael con il celeberrimo lancio delle monetine. L’effetto mediatico fu tale che il pm Di Pietro venne osannato come un vero e proprio Santo (non potevano sapere all’epoca che anche Di Pietro qualche anno dopo sarebbe condannato per aver sottratto dei milioni di euro al suo partito per scopi personali) e Craxi venne additato come Satana in persona. Senza mai nominare il pool di Mani Pulite, il film ne evidenzia le conteaddizioni: “Dicevano che non potevo non sapere” dice lo straordinario Favino/Craxi “e invece gli altri potevano?”.

Amelio mira a commuovere il pubblico quando Craxi appare umiliato sul palco del bagaglino da due comici, su una sedia a rotelle e moribondo. Ma anche nella scena in cui il nipote, su una spiaggia tunisina, ricostruisce con dei soldatini e un aeroplanino, la crisi di Sigonella in cui “gli americani si cacarano sotto”.

Non poteva mancare un riferimento caricaturale all’eterno rivale di Craxi e acerrimo nemico politico Ciriaco De Mita, quando Favino compie magistralmente una imitazione del democristiano di Nusco per bocca del Presidente socialista “anghe gon le nosdre differenze bolidiche, il parlamendo è strumendo…”.

E dunque, partendo da Roma, passando prima per Nusco e poi per Milano, tutto finisce per sempre ad Hammamet: la DC, il PCI, il PSI, l’Italia. Rombano i motori della seconda Repubblica che rinnova il panorama politico con una ventata di “freschezza” e “pulizia” portata da un altro milanese immacolato, Silvio Berlusconi. Vent’anni di berlusconismo e qualcuno è ancora convinto che Bettino Craxi sia stato il primo e l’ultimo ad essere il capo politico di un partito che ha ricevuto finanziamenti illegali da grandi aziende?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Irpinia mon amour, il film dove interpretiamo noi stessi

Regia: Federico Di Cicilia
Durata: 75’
Origine: Italia, 2015
Soggetto: Federico Di Cicilia
Sceneggiatura: Federico Di Cicilia, Pierpaolo Di Marino
Interpreti: Franco Pinelli, Bruno Ricci, Angelo Rizzo, Francesco Prudente, Luigi Capone, Sonia Di Domenico, Roberto Cipriano, Daniele Cipriano, Tina Di Marino
Musica: Notturno Concertante, Molotov, Jambassa, Mou, Black Era
Fotografia: Pierpaolo Di Marino
Montaggio: Federico Di Cicilia
Produzione: Jamfilm

L’Irpinia non è poi così tanto lontana da Hiroshima o da Chernobyl. L’evento catastrofico del 23 novembre 1980 si riverbera ancora sulle nostre vite quotidiane. Ci sentiamo quasi dei superstiti. Abbiamo ricordi d’infanzia fatti di suoni e immagini: ruspe e lamiere. Quando ci risvegliamo da quest’incubo ci rendiamo conto che viviamo in paesi che sono periferie di città che non esistono. La disoccupazione è al massimo storico. Si aprono musei dell’emigrazione ma la fuga da queste zone non è mai stata così massiccia. Molti partono per la guerra. Un posto di lavoro come un altro (?). Ci sono atti di ribellione disperati e quasi sempre destinati al fallimento o a un finale tragico. Non è un film dell’orrore ma è la realtà di un entroterra meridionale qualsiasi. Le scene sono state girate in Alta Irpinia tra Nusco, Villamaina, Frigento, Gesualdo, Bisaccia e Lioni ma riassumono le vicissitudini di un paese solo, quello della mancanza di speranza e dello spopolamento, delle fabbriche chiuse, dei miliardi spariti nel nulla, dei suicidi. Il “Re” del feudo, cioè il carnefice, si confonde con le vittime, cioè i sudditi. La ragnatela – dai connotati sempre democristiani – finisce per inglobare tutto. Si passa di colpo da questo paese alla “visione” dall’alto dell’Afghanistan. Un solo claustrofobico mondo.

Federico Di Cicilia, da attento conoscitore della sua terra, e con la preziosa collaborazione nella sceneggiatura di Pier Paolo Di Marino, ha colto questi ed altri aspetti; durante la produzione diIrpinia mon amour la sua intenzione era quella di dipingere un quadro definitivo dell’Irpinia, di parlarne in maniera esaustiva per chiudere un capitolo della sua produzione cinematografica. Questo quadro contiene a sua volta altri quadri, assistiamo così alla rappresentazione di varie “Irpinie”. Una di queste è “Irpinia Paranoica”, un episodio del film che ci vede protagonisti con le nostre tribolazioni e con le nostre tematiche. E’ un film nel film che ripercorre “I cento non-luoghi irpini dove andare a suicidarsi”. Le intenzioni dei protagonisti dell’episodio sono tragicomiche e in fondo furbesche e passando per scene da bar di paese, psicofarmaci e birre Peroni culminano in una “visione allucinatoria” finale che consegna un senso a tutte le loro (nostre) azioni. E’ l’eterna battaglia dell’uomo contro l’invisibile “Cosa”. C’è Ulisse che si schianta contro la montagna del Purgatorio, c’è il fatto che la concezione di bene è assolutamente relativa e non assoluta.

Il montaggio mescola spesso il grottesco con il tragico a voler decretare che la vita in questo territorio non è una cartolina ma un quadro complicato se non inintelligibile. Non si nega la provocazione, l’humor nero, non si nega il tragico e non si nega nemmeno il grottesco. In questo film vediamo materializzarsi in un tutt’uno la merda e i fiori mentre scorrono in sottofondo preziosissime citazioni, tra le quali una di Pasolini.

Quasi tutti gli attori sono dei bravi professionisti ma ognuno, in fondo, esce fuori dal suo “mestiere” e recita solamente la parte di se stesso. L’abilità di Di Cicilia è quella di far venir fuori le anime di ciascuno degli attori costruendogli una maschera che si rivela più vera del vero. A me fu chiesto semplicemente di seguire il copione recitando la parte di me stesso ed è quello che si chiede allo spettatore; si chiede l’oneroso compito di riconoscersi in quei personaggi e di interpretare il proprio comportamento in un determinato contesto, in un determinato spazio e in un determinato tempo. Se il problema fino a poco fa “erano gli altri”, all’improvviso ci rendiamo conto che noi siamo parte del problema. Durante le riprese bevemmo realmente almeno mille birre ma l’atmosfera ilare era sempre velata da una forte malinconia. L’esperienza del tragico, la consapevolezza del reale disagio sconfina semplicemente nel bisogno di una visione onirica, di un piano surreale, poiché non vi è altra via di fuga. Vincono i cattivi e diciamo che sono buoni solo perché hanno vinto, e grazie a noi, inconsapevoli come le mucche in transumanza, appollaiati davanti ai bar o sugli scalini della piazza. I vari antagonisti soccomberanno ognuno a proprio modo, chi nel delirio narcisistico della propria immagine, chi nella rinata consapevolezza dell’inutilità di ogni propria azione. E’ in questo modo che il vero protagonista risulta essere l’occhio dello spettatore perché è lui che in qualche modo crea le scene, è lui che le ha vissute, che le vive e che ha contribuito a produrle.