Avellino, manifestazione no vax: “Unico rimedio è latte di vacca podolica”.

AVELLINO – Manifestazione contro i vaccini, presenti 200 allevatori. Sono convinti e secondo l’emerito scienziato Zangrillo da Milano potrebbero avere ragione. Dichiara Zangrillo: “Il virus non esiste più da giugno ma può essere ugualmente curato con latte intero di vacca podalica irpina”.

Intanto il governo inasprisce le misure anti covid e sembra ignorare le richieste dei vaccari irpini.

Depressi, sfiduciati, abbandonati: l’Italia è diventata una grande Irpinia.

“Se Cinisello Balsamo avesse il mare, sarebbe una piccola Cassano Irpino.”

ITALIA – Più propriamente detto il paese dei balocchi, del bordello, dei saltimbanchi, dei teatranti da strada, dei cascamorti, dei ladri di polli, dei narcisisti patologici e degli apolidi tranne quando gioca la nazionale, ha visto repentinamente mutare il proprio status, in questi mesi, in “paese depresso-paranoico e casalingo”. Il Bel Paese inizia a somigliare all’Irpinia in toto: la mancanza di lavoro endemica nell’Appennino meridionale, diffusasi come un contagio nelle grandi città del nord, è sempre più accompagnata dalla mancanza di stimoli di chi un lavoro ce l’ha ma non ha vie di fuga.

Se c’è una cosa che abbiamo capito dalle esperienze del lockdown e del coprifuoco è che la società capitalista industriale sul modello americano che abbiamo voluto nel dopoguerra, è fortemente incompatibile con qualsiasi tregua e qualsiasi pausa. Una volta avviata la macchina infernale del capitalismo-consumismo è praticamente impossibile fermarsi: non possiamo più bloccare la produzione, a costo della nostra stessa vita.

La conseguenza di questo bug nel sistema è che ciò che fino a pochi mesi fa era soltanto una consuetudine delle zone desolate e periferiche di provincia, è diventata il modello di vita di un’intera nazione. Giornata tipo: ci si alza di notte e si va a lavorare nonostante la pandemia e si ritorna a casa dopo aver fatto la spesa in supermercati affollati per poi andare a letto di fronte alle notizie sconfortanti della televisione. Nessun intrattenimento, nessuno sport, nessun concerto, nessun aereo per andare inutilmente all’estero, nessun corso di aikido, niente yoga, niente prostitute, niente droga, niente di niente. La paura prevale anche se siamo esausti di aver paura e abbiamo lentamente accettato il pensiero di ammalarci e morire a breve.

Lo abbiamo accettato e, pertanto, il governo non può comunicare allo stesso modo della scorsa primavera: stavolta non genererà reazioni romantiche da balcone ma proteste di piazza. Il sistema industriale si è inceppato. Casa e lavoro aspettando di morire: sono diventati tutti irpini, senza speranza nel futuro e sempre più affezionati alla bottiglia, per dimenticare i propri problemi. Viceversa, chi era già irpino prima del lockdown, oggi si sente finalmente italiano perché per la prima volta si sente in linea con i trend, con i topic e con il mood di una intera nazione.

In tutto ciò io mi ci ritrovo bene. Se prima mi sentivo il solo depresso in mezzo a una massa di scimmie sorridenti che si fotografavano, ora mi sento parte di un tutto, di una massa informe di disadattati. Grazie al Covid mi sono inserito finalmente nella società.

“E levati sta mascherina”: il negazionismo in salsa podolica.

A chi non è capitato di andare a fare la spesa o di andare la mattina alla Posta e di sentirsi dire dal buontempone nullafacente passeggiante per le vie del borgo la fatidica frase che denota disagio psichico e ignoranza?

“E levati sta mascherina!” ridendo e sbeffeggiando i passanti, è diventata l’abitudine dell’uomo podolico irpino ai tempi del Covid. “Ma io non dico che non esiste il Covid, dico che qua non ci sta”. Insomma “non ge n’è Coviddi ngimma a re mmondagne noste”. Poco importa se poi mostrate loro i dati dell’epidemia che avanza in tutta l’Alta Irpinia, da Conza a Montella, la risposta sarà “Tu ti guardi troppa televisione, tu ti leggi troppi giornali. Guarda me: io sono informato, ascolto soltanto le info di un canale YouTube e di un sito pirata”.

La comicità dell’uomo podolico prosegue di rimbalzo ai loro condottieri: il generale Pappalardo, Massimo Boldi e Enrico Montesano, tre comici falliti (confesso tuttavia che gli ultimi due sono riusciti finalmente a farmi ridere con le loro esternazioni convintamente negazioniste). “Ma anche la politica ormai sta aprendo gli occhi” potrebbero ribattere, ed è vero: Forza Nuova e i neonazisti tutti si stanno schierando con l’uso della mascherine le quali provocherebbero “gravi danni respiratori all’uomo podolico”.

L’uomo podolico – lo ricordiamo per chi frequenta da poco il nostro sito – è l’uomo a guida di vacca, il vitello pascolante per le vie del villaggio che mette in mostra con prepotenza la propria panza ed ha una semplice e banale per tutto. “Io preferisco farmi ammazzare piuttosto che prendermi il vaccino”. Non è stato ancora trovato un vaccino ma è già un siero letale secondo l’Uomo Podolico (da ora in poi U.P.).

Un giorno però presi coraggio e mi dissi: “Stavolta convincerò l’U.P. che il covid è presente qui ed è pericoloso e le mascherine non sono dannose”.

“Senti, U.P. , un paio di domande: se le mascherine chirurgiche ci ammazzano essendo dannose, come mai tutti i dentisti e tutti i chirurghi non sono morti già tanti anni fa?”

A questo punto l’uomo podolico diventa violento.

“Sei un venduto! Accetti la dittatura sanitaria! Ci vorrebbe il Duce per mettere fine a questa dittatura sanitaria!”

“Ma lo sai che un mio amico è morto di Covid? Ma di quale dittatura stai parlando?”

“Non è morto! È quello che vogliono farti credere. Ti credi che sei laureato e puoi offendere???”

“Ma io non ti sto offendendo”.

“Io ti ammazzo. Levati sta mascherina”.

Andò a finire con un’altra minaccia di morte urlata in piazza e con U.P. che si dileguava blaterando. E io pensavo: “Deve essere davvero un omino fragile -nonostante la stazza- e spaventato a morte al punto da crearsi una realtà paranoica alternativa, più rassicurante di quella attuale. Bisogna provar pena per loro e aiutarli”.

Il bar di Ngiulino: l’attrazione turistica dell’estate irpina 2020.

Vince nettamente contro i valorizzatori delle pale eoliche, contro i poeti e contro i convegni, contro le sagre, contro le comunità montane, contro gli sponz in questa epoca mascherata per il covid.

Sono molti di più infatti i pellegrini che ogni giorno vanno a farsi fotografare davanti al mitico bar Arace di Cairano che quelli che vanno a Ibiza o a Formentera, molti di più di quelli che vanno a fotografare i soliti paesaggi sbiaditi e anonimi.

Un luogo di culto che Irpinia Paranoica è orgogliosa di aver battezzato già a partire dal 2007-2008 e che oggi raggiunge la popolarità per merito di Ngiulino e della sua Birra Peroni ma soprattutto per il fatto di non essere un posto scontato e banale come i luoghi minimal chic che vanno tanto di moda.

Tanti anni di promozione del territorio, di fotografie ritoccate per convincere la gente ad andare a visitare Bisaccia e chi la spunta, alla fine e per nostro merito, è il piccolo bar mini market Arace, tempio di Irpinia Paranoica (vi potete trovare le nostre magliette originali, le nostre foto e i nostri adesivi ufficiali).

Una battaglia vinta ma ci auguriamo soltanto che in questa estate pre secondo lockdown, i pellegrini siano rispettosi del luogo, del barista e del paese. È un luogo di culto e come tale va rispettato. Distanziamento sociale, mascherina, birra Peroni (e non altro), passeggiata sulla rupe ad ascoltare il suono del vento.

“I racconti dei sopravvissuti” – Numero 3 – “Gli ascensori” – AUDIORACCONTO

Terzo e ultimo racconto della trilogia dei sopravvissuti. Racconti post Covid e post apocalittici per restare a casa. C’è qualcuno che preferisce il lockdown. La società è sprofondata così tanto nel degrado e le persone sono peggiorate sino a tal punto che, forse, chiudersi in casa o fuggire su un’isola deserta sono le uniche soluzioni per continuare a sopportare la vita.

Testo di Luigi Capone. Voci di Bruno Ricci e Francesco Prudente. Musica di Luigi Bellino. Immagine di copertina di Dante Mele.

AUDIORACCONTO:

GLI ASCENSORI

Gli ascensori erano impazziti. Salivano e scendevano anche in obliquo all’interno del Palazzo, senza freni. Claudio stentava a capire il disegno che sicuramente c’era dietro a quel sistema. Era entrato normalmente nell’edificio attraverso un portone in vetro e ferro battuto, dal piano terra partiva sulla destra una lunga scala a chiocciola in pietra grigio-scura, circondata da una balaustra ferrata, che conduceva fino al piano 22. Frontalmente, invece, gli si stagliava contro l’ascensore, a cui si accedeva attraverso una porta uguale a quella del portone d’ingresso. Al decimo piano c’erano gli studi di medici, psicanalisti e psichiatri, tra cui quello del Dottor Spada che assisteva il nostro Claudio. I primi dieci piani erano stati riempiti dai tutori della giustizia: i primi tre erano riempiti dalle forze di polizia, dal 4 al 6 le forze armate dell’esercito, dal 7 al 9 i generali e gli alti gradi delle milizie, al decimo gli studi di medici e scienziati, all’undicesimo una zona segreta alla quale non si poteva accedere. Quando Claudio entrò nell’ascensore, notò prima di tutto il grosso specchio attaccato alle pareti in legno che rifletteva i bottoni dei relativi piani: mancavano l’11 e il 22. Come poteva, un palazzo così importante, avere un aspetto così tetro e decadente? Persino i bottoni dell’ascensore erano anneriti, lo specchio era sporco e deformava i riflessi, il legno era marcio, il tappetino rosso a terra impolverato. 

Claudio premette sul 10 e l’ascensore iniziò a salire normalmente ma non si fermò al decimo piano, aumentò progressivamente la propria velocità e proseguì fino al 21 dove si fermò bruscamente schiantandosi contro un muro. L’assistito dallo psichiatra si sentì il cuore in gola e provò ad uscire. Aveva scoperto che dal piano 12 al 14 vi si trovavano gli amministratori locali, dal 15 al 17 vi si trovavano i parlamentari, dal 18 al 20 la Presidenza dello Stato. 

Quando mise piede al ventunesimo piano si accorse immediatamente di trovarsi nel bel mezzo di una specie di redazione giornalistica. Mentre ci camminava in mezzo, nessuno badava a lui, così arrivò a scorgere oltre un muro in cartongesso la zona separata dalla redazione, che era dedicata agli informatici, giovani occhialuti con gli sguardi fissi sul monitor per programmare o riprogrammare qualcosa: un linguaggio a sé che Claudio ignorava completamente. La sua presenza era talmente insignificante che nemmeno gli avrebbero risposto se avesse provato a chiedere qualcosa, così decise di tornare nell’ascensore. 

Questa volta trovò l’ascensore in posizione obliqua, si guardò intorno per chiedere spiegazioni ma era come se lui fosse invisibile, non poteva ottenere risposte. Salì comunque sull’ascensore aggrappandosi alla maniglia e provò a ripremere il bottone col numero 10. L’ascensore, però, si rimise in movimento da solo e la paura di prima si era trasformata in puro terrore. Si muoveva velocemente in obliquo fino a che non si schiantò contro un altro muro, Claudio uscì di corsa e di fronte a lui vide soltanto una finestra impolverata. Tutto il piano era in obliquo e la forza di gravità lo invitata a lanciarsi nella finestra in modo da romperla e precipitare giù. Affrontò il suo problema con le vertigini e provò a guardare di sotto: la normale folla di persone che si muovevano come in un formicaio, ignara di tutto ciò che stava capitando all’interno del Palazzo. La scelta era tra buttarsi di sotto o tornare nell’ascensore. Scelse la seconda opzione. Anche stavolta l’ascensore iniziò a spostarsi autonomamente seguendo strane traiettorie che sballottolavano Claudio da una parte all’altra. E sbam! Il radio era andato quando l’ascensore si schiantò finalmente al piano terra e probabilmente anche un tendine. Immaginò lo schema del suo scheletro messo a dura prova, per un attimo, poi si fiondò fuori per uscire fuori da quell’incubo. Fu fermato, però, da una ragazza dai capelli neri a caschetto, dal volto pallido, che lo scaraventò sulla panca di legno all’inizio della scala a chiocciola. La moretta bianca in volto gli tirò fuori il membro e gli salì sopra. Nel bel mezzo di questo assurdo rapporto sessuale Claudio vide una donna con la testa mozzata scendere dalla scala a chiocciola lentamente, li guardò copulare immobili e se ne andò dal portone di uscita. L’uscita era lì, a portata di mano, e Claudio invece stava scopando a due metri da essa, con le ossa rotte. Proprio mentre stava per venire fragorosamente si svegliò dall’incubo. Aprì gli occhi e si ritrovò nel suo letto. Tirò un forte sospiro di sollievo e si alzò, sorridendo si vestì per andare dallo psichiatra che lo attendeva. Ma quando uscì dalla sua stanza da letto si ritrovò davanti nuovamente l’ascensore e, sopra di esso la scritta: PIANO 11. Lì c’erano le stanze di tutti quelli che vivevano da solo e che senza accorgersene, morivano ogni giorno.

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Ecco i link agli altri due racconti dei sopravvissuto ed alle 14 novelle precedenti: