“Le novelle della quarantena”. Giorno 10. “Una vita normale” – AUDIORACCONTO

Il decimo giorno parla di chi ha subito e continua a subire violenza domestica e di chi la pratica rincorrendo disperatamente una vita normale.

Testo di Luigi Capone. Voci di: Francesco Prudente, Annalisa Amodio, Angelo Rizzo., Carolina Tonini, Francesca Mazzarello, Jessica Conti. Musica di Luigi Bellino. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Audioracconto

Una vita normale

La televisione continuava a ripetere le stesse cose all’infinito: “aumento dei contagi”, “mancanza di personale medico”, “aumento dei morti” e un inspiegabile “andrà tutto bene”; i giornali invece titolavano “È una guerra”, ma anche loro sbagliavano perché si riferivano soltanto all’avanzata dell’epidemia.

La vera guerra era tra le mura domestiche. Il vero nemico era ogni notte sotto le tue lenzuola.

Enrico e Giovanna erano sposati da dieci anni ed in comune avevano: un mutuo, le rate della macchina, un intero appartamento di mobili Ikea e un bambino, nient’altro. Fino al giorno in cui Enrico era stato messo in quarantena perché trovato positivo al nuovo coronavirus, la loro vita era andata avanti normalmente: non si amavano più da anni ma avevano conservato un minimo di stima reciproca. Tutto il loro amore era confluito nel bambino. Da quando era nato Federico avevano tolto di mezzo tutti i problemi di coppia: per primo quello del sesso rituale almeno una volta alla settimana. Una sera, però, la tv annunciò le misure più restrittive della storia nei confronti delle libertà individuali e della privacy, dissero che per almeno un mese bisognava restare chiusi in casa a causa di un elevatissimo pericolo legato alla contaminazione dell’aria.  Enrico sentì cucirsi addosso una camicia di forza, Giovanna pensò che fosse una buona occasione per stare 24 ore su 24 con suo figlio. I due si erano sposati per una forte attrazione fisica ma la felicità del giorno del loro matrimonio sembrava ormai lontana anni-luce, Giovanna aveva spesso l’impressione che non fosse mai successo mentre Enrico non ci pensava affatto essendo molto più interessato a veder giocare l’Inter, a sentire le conferenze stampa dell’allenatore dell’Inter, a leggere i giornali per il calciomercato dell’Inter, a giocare le schedine sull’Inter. I primi giorni di quarantena andarono avanti normalmente, i due semplicemente si ignoravano. Soltanto Federico, a due anni e mezzo, sillabava qualche parola nei momenti di maggiore silenzio. Le voci che si sentivano di più in casa Squillace erano quelle provenienti dalla tv.

Dopo tre settimane la situazione precipitò.  La meme con la scritta #iorestoacasa sui social l’avevano già postata, i cruciverba li avevano già fatti, i libri li avevano già letti, le serie tv le avevano già esaurite. Giovanna ormai dormiva nella stanza insieme al bambino ed Enrico nel letto matrimoniale. “Quando cazzo scopiamo, Giovanna?” le chiese un giorno il marito; la parola scopare non si sentiva in quella casa da quasi tre anni. Giovanna urlò: “Non dire queste cose davanti al bambino!”, “Almeno vieni a dormire con me la notte, porca puttana! Sono solo in questa cazzo di casa!”, “Ti avevo detto di non dire parolacce di fronte al bambino, sei un idiota!”. La parola idiota non era mai stata pronunciata in quella casa. “Cosa cazzo stai dicendo, brutta stronza!? Mi stai dando dell’idiota?!”. La parola stronza non era mai stata pronunciata in quella casa.

Ciononostante, Giovanna si diresse verso il balcone, con atteggiamento di sfida e andò a farsi guardare dai vicini, cosa che Enrico aveva sempre detestato. Era incredibilmente bella. “Torna dentro, Giovanna e copriti, non facciamoci sentire dai vicini”.  “Giovanna, ti ho detto di tornare dentro, non farmi incazzare!”

“Oh Enrico, almeno mi faccio vedere da loro visto che tu non mi guardi mai! A te non ti si alza nemmeno!”

Enrico aspirò nei polmoni tutto l’ossigeno che c’era in cucina, andò sul balcone e la colpì in volto con un forte schiaffo che la scaraventò a terra. “Cosa fai, ora, piangi, eh? Puttana! Entra dentro!”

Giovanna corse nella stanza del bambino piangendo.

“Esci, Giovanna”

“Sei un maniaco, un pazzo, se ti azzardi ad entrare in questa stanza chiamo la polizia”

“Esci da quella stanza di merda, Giovanna o ti ammazzo, te lo giuro! Ammazzo prima il bambino e poi te!”

Giovanna non trovò la forza di chiamare la polizia e aprì la porta dopo l’ennesima richiesta. “Federico vai a giocare in salotto” gli disse il papà, entrando nella stanza e chiudendo la porta a chiave dietro di sé. “Giovanna, da oggi in poi ci dormi solo tu qua dentro” e si tolse la cintura. “Che stai facendo Enrico?”. “Taci che spaventi il bambino” “Aiutooo” “Shhhhh, devi stare buona”. Visto che non riusciva a smettere di urlare la colpì con un potente pugno in un occhio e quando fu distesa per terra iniziò a colpirla con la cinghia sulle spalle. Giovanna piangeva e si tappava la bocca per non urlare, piangeva e pregava, piangeva, pregava e malediceva la propria nascita.

Da quel giorno e per il resto della quarantena la stanza del bambino diventò la stanza della tortura di Giovanna: ogni giorno una dose di umiliazioni e percosse. “La tua medicina” la chiamava Enrico.

Nella povera donna, il pensiero del suicidio crebbe come un cancro nel proprio cranio. Quei pensieri non la lasciavano mai e avevano ormai preso il posto del sonno. “Andate via”, “andate via da me”, continuava a ripetere sottovoce, e pregava tutti gli dei, qualsiasi cosa purché potesse mettersi in salvo.

Dopo interminabili mesi, quando cessò l’emergenza del virus ed Enrico fu guarito da entrambe le malattie, la coppia tornò ad essere come un tempo, indifferente e ligia al dovere, normale. Ripresero pure ad andare in chiesa, tornarono alla vecchia vita senza violenza, fatta di vuoti. Normale.  

Corona virus, sbarcati i carri armati a Salerno. Presto in Irpinia.

CORONA VIRUS – Grazie Vincenzo De Luca, nei prossimi giorni l’esercito munito di carri armati e artiglieria pesante raggiungerà anche l’Irpinia. La strategia del Governatore della Regione Campania potrebbe rivelarsi vincente e potrebbe essere da esempio al mondo. “Mi sono ispirato al governo cinese” avrebbe rivelato De Luca “non vedo altro modo per contenere questa fuga di cafoni”.

“Le novelle della quarantena”, Giorno 7. “I pomodori” – AUDIORACCONTO

Il settimo giorno è dedicato a quelli che si sono trasferiti nel nord Italia e poi sono tornati di corsa al sud appena hanno appreso dal telegiornale che rischiavano di essere contagiati.

Testo di Luigi Capone. Voce di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci, Sandra Caraglia. Musica di Faia. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Video di Francesco Spagnoletti

I pomodori

Il mio coinquilino dormiva su una cassa di pomodori che si faceva spedire puntualmente dalla Calabria. Studiava alla Facoltà di Giurisprudenza ma lavorava anche part time come operaio presso una fabbrica di sigarette appena fuori città. Sembrava in gamba e si dava da fare. Imparai presto le parole più particolari del suo dialetto visto che parlava solo quello e tutto sommato, era una convivenza pacifica e divertente. Eravamo entrambi terroni trapiantati al nord, eravamo comepummarole. L’abitudine ad andarcene in giro per bar, bettole e centri sociali della città si arrestò d’improvviso col decreto del governo che invitata calorosamente tutta la popolazione italiana a non uscire di casa a causa del corona virus, fatta eccezione per quelli in possesso di cani (tutti) e per quelli che dovevano fare jogging.  Inoltre c’era anche il divieto di spostarsi da una città all’altra, se non per motivi lavorativi molto urgenti o sanitari. Alessandro un cane ce l’aveva e lo utilizzava come passaporto per andare a bighellonare in giro per Bologna, coi bar chiusi, le saracinesche abbassate, le lunghe file ai supermercati. Ma nonostante ciò, trovava il modo di andare a fare festicciole segrete in casa degli studenti, col pesante rischio di beccarsi una denuncia. Io, che mi ero costruito una mascherina fatta con la carta da forno domopak e due elastici, che uscivo con i guanti da cucina ed evitavo la vicinanza di qualsiasi essere vivente, ero alquanto terrorizzato dal fatto che tutte queste mie misure di sicurezza per cercare di non essere infettata, risultassero del tutto vane dal momento in cui il buon Alessandro mi avrebbe portato in casa un’intera orchestra danzante di corona virus pronta a suonare dentro di me. Del resto, chi non utilizzava i social e non guardava la tv, non era pienamente conscio del rischio che correva. Mentre io ero tappato in casa spaventato e annoiato, costretto a inventarmi mille passatempi, Alessandro dunque se la spassava. Una sera però capito che si fermò a cena con me e fu costretto a vedere l’edizione straordinaria del telegiornale delle 21:00, per la conferenza stampa del Presidente del Consiglio dei Ministri. “Restate a casa, da domani chiunque cercherà di scendere al sud sarà punito”.

Il treno Alta Velocità Frecciarossa 957769411 delle ore 23:55 è in partenza al binario 22 ed è diretto a Napoli Centrale, comunicava l’altoparlante della stazione.

Alessandro era già lì. Lasciò la cena, lasciò le sue casse di pomodori, introdusse con violennza le cose più utili nel trolley (una cambiata, cartine, filtri, macchinetta per macinare l’erba, tabacco, narghilè, rasoio da barba e scarpe nuove) e mi salutò direttamente: “Compà ci vediamo giù!”.

Io già ero ansioso di mio ma riuscii a fermarmi rispettando l’invito del Presidente e avendo paura di fare una enorme stronzata contagiando mezzo treno, mezza Italia e la mia famiglia. 

Mentre Alessandro correva verso la stazione chiamò sua madre: “Mà, non ti preoccupà, sto scendendo, ci vediamo domani mattina a casa”. La reazione che si aspettava a quel punto era di gioia e sollievo, invece la madre rispose gelida: “Ah…ma veramente? Ma perché scendi? Cioè che succede?”. “Mà, ‘u virus!”. “Ahhh…’u virus. Meh, iu t’avia rittu de statte llocu!”. “Mà è pericoloso, sto arrivando, ciao!” e troncò il discorso. La brutta sopresa arrivò quando, arrivato davanti al binario 22, trovò una fila sterminata di persone che pretendevano di salire sul treno come lui. “Vogliamo salire! Non potete lasciarci morire al nord! Vogliamo tornare a casa nostra!”

“Uè ma è colpa mia se non ci sono più posti? A me mi arrestano se vi faccio salì!” ribatteva il controllore assalito dalla folla.

“Noi questo treno non lo facciamo partire, abbiamo il diritto di salire sul treno, siamo in democrazia, siete dei fascistiiiii”

“Io non vi faccio salire, avete scelto voi di venire a studiare qua”

“Non è vero, guardi io sono un insegnante” contestò un uomo in fondo

“Aè, gli insegnanti, i primi a scappare. Sono già scappati tutti dall’inizio, quando vi hanno dato le ferie, tu stai ancora qua? Guardate io non ci posso fare niente”.

A quel punto intervenne Alessandro, il mio coinquilino: “Compà, forse non hai capito, i ti fazzu carè i rienti se non ti sposti”. Gli diede un forte strattone e fu acclamato dalla folla inferocita come eroe del popolo, come nuovo Masaniello. 

Entrarono tutti ma proprio tutti su quell’ultimo treno diretto a sud, stretti come sardine, come le sardine che poche settimane prima si erano affollate a Piazza Maggiore per contestare la destra. 

Alla stazione di Napoli, però, Alessandro trovò una piccola manifestazione: delle persone munite di pomodori da lanciargli in faccia. “Sono cornuto due volte, una per essermene andato e una per essermene tornato così”.

“Le novelle della quarantena”, Giorno 3: “L’auto clandestina”.

Giornata dedicata agli amori sbagliati e alle brutte situazioni che ne possono derivare. Testo di Luigi Capone, musica di Luigi Bellino, voce di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Angela Cappuccio, Iris Basilicata.

Disegno di Luca Tuveri.

(Ricordiamo che questa rubrica è composta da 14 novelle, una al giorno per chi è rimasto in casa a causa del corona virus)

Audioracconto musicato

L’auto clandestina

Come si fa a continuare a scopare a distanza in periodo di quarantena? Il bisogno disperato di continuare a vivere durante un’epidemia importante permane e lo si continua a fare in barba ai regolamenti, molto spesso. Si prende un’auto e ci si va ad imboscare con la propria bella clandestinamente. Ma ciò avveniva pure prima, ora ve ne racconto una:

“Alessia e Michele dovevano incontrarsi ad ogni costo. La voglia di annusarsi, di scambiarsi le mucose, di baciarsi, di penetrarsi e di succhiarsi era talmente tanta che, avrebbero rischiato anche di farsi bruciare nella piazza del paese. Alessia, infatti, era sposata col farmacista di Montesolo, mentre Michele era sposato con una brava insegnante di Montecupo, in provincia di Avellino, ed entrambi vivevano nel loro paese dove avevano una reputazione di tutto rispetto. Fu Michele a scrivere su Whatsapp per primo: 

-Alessia, ho voglia di te, scrivimi qualche porcata

-No, Michele, oggi no, oggi ci dobbiamo vedere

-Ma come faccio? Mia moglie è appena tornata dal dentista

-Inventati una scusa

-Ma che mi invento?

-Dì che devi andarti a vedere una partita al bar

-Ma oggi non gioca nessuno!

-La premiere ligue o la liga, un campionato straniero, tu te li guardi tutti no?

-Non lo so

-Sono bagnata

-Va bene

“Tesoro, mi dispiace ma stasera devo andare a vedere una partita importante, ho giocato una schedina e potremmo vincere un botto di soldi. Southampton – Newcastle!”

“Ma come? Oggi dovevamo andare a cena insieme, non ricordi?”

“Eh, lo so. Mi dispiace, rimandiamo a domani, ok?

“Ok. Però vaffanculo”

“Ti amo anch’io, domani mi farò perdonare, promesso”.

Michele prese l’auto e si fiondò sulla strada provinciale 17 che conduceva a Montesolo. Ad ogni curva avrebbe potuto ammazzarsi, doveva fare più in fretta possibile. Passò a prendere Alessia davanti ai binari della stazione abbandonata, in un luogo in cui nessuno avrebbe mai potuto vederli. Alessia saltò in macchina e senza nemmeno parlarsi, salutandosi soltanto appena, proseguirono per la strada che portava al bosco. Al primo spiazzale buio, comodo e abbandonato, parcheggiarono la macchina ed iniziarono a strapparsi i vestiti di dosso!

“Vieni qua Michè!”

“Maronn mia che ti fazzo mo”

Si spogliano ed iniziarono a toccarsi i sessi, poi a baciarseli. Michele spingeva la testa di Alessia sul suo membro e Alessia stava al gioco. Mentre godevano in questo modo con una mano abbassavano i sedili dell’auto. “Mettiti sotto, mettiti”. “Dì che sei la mia porca”. “Si, sono la tua porca”. “Ahhhhh!”. “Così, così, di più”. “Più a destra, più a sinistra, più al centro!”. Michele pensava di essere un motore a stantuffo e Alessia la sua vaporiera. 

“SI! Dio, ti vedo, finalmente, si!” urlò di piacere Michele e intanto, non era Dio ad averlo visto, bensì il proprietario del terreno dove si erano appartati a fottere. Li aveva colti proprio nel momento di massimo godimento, a cui di solito segue il momento della sigaretta e del relax. Era un pastore munito di torcia elettrica e di fucile, li fissava dal finestrino sconvolto. Panico. Quando Michele lo guardò negli occhi, il pastore urlò: “Filomè, chiama li carabbinieri, ci stanno due puorci ind’a la terra nosta!”.

Senza perdere nemmeno un secondo utile, Michele accese l’auto facendo girare la chiave col gomito e col piede nudo premette l’acceleratore mentre con un pollice inseriva la seconda marcia. E schizzò via sulla strada. Si rivestì del tutto quando ormai erano già quasi arrivati nel foggiano, tanto era stato lo spavento. Superarono un posto di blocco mezzi nudi. Infine trovarono un bar in mezzo a un campo di grano, dalle parti di Candela. Ordinarono una birra e si dissero: “stiamocene qua stanotte, ci inventeremo un’altra scusa per non tornare a casa”.

A Cassano Irpino blocchi di cemento per chiudere il paese.

Il sindaco di Cassano Irpino, Salvatore Vecchia, avrebbe dato l’ordinanza di chiudere la strada che porta verso Via Longa con dei blocchi di cemento. Il nostro inviato ha scattato questa foto che ci ha lasciati increduli. E’ vero che la lega è per la chiusura delle frontiere e per i muri, ma metterli a Cassano preannuncerebbe una prossima secessione di Cassano dal resto d’Italia? Mistero

Il caso a Bologna: il cane si rifiuta di uscire e il padrone lo costringe a cazzo.

Ha dell’incredibile ciò che è accaduto a Bologna questa mattina: un padrone di razza adulta avrebbe costretto il cane a non rispettare l’invito governativo di stare in casa, causa corona virus. Il cane, infatti, di piccola taglia ma ben addestrato, era ben consapevole dei rischi e della bontà della scelta di non uscire così a cazzo, senza motivo.

“Le novelle della quarantena”, un racconto al giorno per chi si è chiuso in casa. Giorno 2: “All’Osteria fuori dal mondo”.

Giorno 2, dedicato ai piacere del bere. Un racconto scritto da Luigi Capone ed interpretato da Francesco Prudente e dal maestro Luigi Bellino al piano. (Immagine in evidenza: “Soir blue” di Edward Hopper, 1914)

All’Osteria fuori dal mondo

Ogni respiro, ogni alito, ogni movimento d’aria erano ormai diventati un’ossessione per il povero Marco, impiegato delle poste in malattia per sfuggire al diffondersi del contagio in città. Si era barricato in casa, in un mondo cartaceo e digitale fatto di libri che non aveva mai letto e di serie tv per cui era troppo indaffarato un tempo. Ma la notte tra il 9 e il 10 marzo, il nostro eroe, si accorse di aver finito le sigarette. Ne aveva consumate in quantità industriale e quella grande scorta che aveva fatto, era già esaurita. A nulla gli serviva tutto quel cibo che aveva acquistato alla Coop -800 euro di prodotti alimentari- se non poteva fumarsi una sigaretta. 

Il nostro eroe si fece coraggio e di vestì con abiti mai messi prima, per essere sicuro che non fossero contagiati. Tasca destra un flacone di amuchina. Tasca sinistra una bottiglietta di alcol per eventuali ferite. Scese di casa verso l’una di notte, dopo tanti tentennamenti, con una sciarpa davanti alla bocca, non essendo riuscito a recuperare mascherine monouso da nessuna parte. Scese per le scale, aprì il portone, respirò e l’aria gli sembro prender fuoco dentro ai polmoni. Pensò di strisciare lungo i muri fino al distributore automatico, a circa cinquecento metri di distanza, ma poi pensò: “Devono averlo contaminato”. Cammino al centro della strada e si accorse con grande stupore che i ciclisti, gli automobilisti e i pedoni, nonostante il divieto governativo, uscivano tranquillamente a godersi la serata quasi primaverile. Ogni volta che veniva quasi avvicinato da una persona sentiva arrivarsi in petto una frecciata, allora si mise a correre per tagliare i tempi del suo supplizio. Arrivato davanti al distributore, si infilò un paio di guanti in lattice e prese tre macchi di Winston. Ora doveva tornare indietro con le forze che gli erano rimaste. “Coraggio Marco ce la fai, coraggio, devi farcela non hai scelta” continuava a ripetersi. Chiuse gli occhi e partì. Purtroppo trovò un assembramento di ubriachi davanti alla grossa porta in legno di un locale in cui non era mai entrato. Per paura di loro finì catapultato dentro all’Osteria, pregna di fumo. Si sedette frastornato e chiese: “Ma voi non dovevate essere chiusi?”. “No, noi siamo l’Osteria fuori dal mondo, di che stai parlando? “C’è un’ordinanzia ministeriale che…”. “Le ordinanze ministeriale non fanno parte del nostro mondo, cosa ti faccio da bere?”. “Fammi un vodka tonic”. Marco finì assorbito in quel posto in cinque secondi. “Che noi siam tutti qui a far bisboccia mentre là fuori son morti di paura, guarda quello” disse un vecchio indicando il nostro povero eroe. “Fammi accendere” disse il vecchio al barista che gli fece prontamente accendere il sigaro. “Vedi”, disse poi rivolgendosi a Marco, “lì fuori è tutta una messa in scena, te lo dico io”. “Dammi altri due coriandoli” disse un altro uomo con le mani sul bancone e il barista gli allungò altre due ciotole di stuzzichini sicuramente infettati. “Un altro prosecco”, “un altro cicchetto”, “fammi un panino và…”, bevevano e gozzovigliano beati. 

Marco ordinò un altro vodka tonic e poi un altro ancora fino a che non gli uscirono queste parole dalla bocca: “Posso restare in questo mondo per favore?”. 

“Certo, tanto comunque non ne puoi uscire più ormai”. 

Conte: “I bar chiuderanno alle 18.00”. Rivalutato il Patrone e sotta mattutino.

CORONA VIRUS – L’Irpino non demorde e si adatta alle nuove disposizioni governative. Lo afferma un sondaggio che abbiamo realizzato appositamente in diretta durante il discorso del Presidente del Consiglio su Ministri di stasera. Il 78% afferma di essere disposto a giocare a patron’ e sotto anche di mattina, il 20% dice di essere disposta anche il pomeriggio e il 2% non sa o non risponde.

L’apericena non si ferma facilmente. E’ come il virus.

BOLOGNA, ORE 16:00 – Al supermercato e ovunque si rispettano i due metri di distanza e le dovute precauzioni ma un anziano con tanto di mascherina (chissà dove l’avrà recuperata), in coda alla cassa, prende a sbraitare contro la cassiera: “Son questi comunisti di merda qui che ci han ridotto così, glielo dico io, soccia!”. Per quando l’immagine di Salvini e delle Sardine sia stata oscurata dai media a causa del corona virus, la lotta sociale tra neofascisti e radical chic non si ferma, anzi lo scontro sociale cresce, si tende ad additare il colpevole o l’untore perdendo di vista il fatto che bisognerebbe semplicemente rispettare delle semplici regole quando si è in una pandemia. Sarebbe ancora meglio a dire il vero, riconoscere che la democrazia ha fallito e ritornare ad un regime comunista serio, come quello cinese, dove sconfiggeranno l’epidemia prima di noi.

ORE 17:OO Mi arriva una telefonata da un vecchio amico che dice di essere salito a Milano dall’Irpinia negli ultimi giorni e mi chiede di andarlo a trovare. Io ascolto incredulo al fatto che sia salito anche con sua moglie e con suo figlio e non trovo nemmeno la forza di chiedergli cosa cazzo stia facendo. Il telefono scotta: arrivano telefonate e commenti sui social. Dall’Irpinia che là è tutt’apposto e stanno bene, che noi emigrati al nord siamo soltanto paranoici, quindi continueranno a fare la vita di sempre e spero soltanto per i miei genitori che vivono a Nusco che il caso del medico di Ariano non si ripeta altre mille volte nei prossimi giorni (ma ho dei serissimi dubbi).

ORE 18:00 Ormai ho voglia di vomitare dopo lo schifo che ho visto anche oggi ma arriva la ciliegina sulla torta: un bel commento sui social che difende a spada tratta i milanesi e i bolognesi che continuano ad affollare i costosi locali per mangiare affettati e bere vino, completamente incuranti della pandemia in corso e del fatto che tutta l’Emilia-Romagna, ormai, è nei fatti una zona rossa. Da mezzanotte di oggi chiuderanno tutti i bar e da domani saranno aperti solo fino alle 18:00. Ancora nessuno nell’arrogante e prepotente nord ha l’umiltà di dire che siamo completamente impreparati a ciò che sta per avvenire: l’abitudine a manifestare quella spocchia e quell’aria di superiorità padana permane nonostante tutto. L’unica difesa che abbiamo è stare in casa, come se non dovessimo andare a lavorare per trovare i soldi per pagare le bollette e l’affitto, come se non dovessimo andare a far la spesa, come se uscire fosse totalmente inutile. Lo Stato non è in grado nemmeno di fornirci le mascherine, persino le farmacie non sono in grado di fornirci dei disinfettanti per le mani.

Ore 19:00. Sono qui con la mia ragazza, a casa. Siamo tra i pochi irpini ad essere rimasti a Bologna. I primi a fuggire furono gli insegnanti, dopo di loro se ne andarono gli studenti quando videro le prime limitazioni alla movida, poi se ne andarono in malattia gradualmente tutti gli altri. Ci godiamo una tranquilla serata a guardare serie tv e a bere vino, letteralmente chiusi in casa.

Al sud, intanto, bevono una Peroni al bar come sempre, pensando che tutto questo stia avvenendo soltanto in tv, che sia tutto un complotto, così come centinaia di migliaia di tifosi interisti fino a pochi giorni fa sosteneva; “E’ stata la Juventus perché ha paura di giocare con l’Inter” (partita finita 2-0 ieri sera). Continuano a fottersene e io inizio a fottermene di loro. Gli irpini sono sempre stati ignari di tutto e continueranno ad esserlo anche in questo caso, sono io che sbaglio a sorprendermi. Pesano che sia tutta una messa in scena televisiva per chissà quale complotto. E magari, qualcuno di loro in questo momento sta partendo per andare in vacanza al nord.