“Le novelle della quarantena”. Giorno 14. “Il musicista del Titanic”- VIDEORACCONTO

L’ultimo giorno di quarantena è dedicato a coloro i quali, credendosi inizialmente liberi, scoprono che la libertà è irraggiungibile sulla terra.

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Giacomo Buonafede, Matteo Castellino. Musica di Piergiorgio Maria Savarese. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Grazie a tutti coloro i quali hanno partecipato.

Audioracconto

Il musicista del Titanic

Messaggio vocale di Whatsapp: “Immagino che oltre questi tetti ci sia un mare calmo e delle barche ferme nel porticciolo, un ristorante proprio accanto che serve il pesce fresco a tavola. Sento l’odore della pioggia sole dell’imbrunire, da questa finestra primaverile e secca, dove l’aria è ferma, immobile, impolverata. Nemmeno una goccia è caduta negli ultimi mesi. Suono su questo balconcino all’ultimo piano perché so che la mia chitarra potrebbe rendere meno pesante la quarantena ai vecchi che abitano sotto di me e dall’altro lato della strada. La suono anche per te che sei così lontano”.

“I vantaggi della tecnologia” gli rispose Andreas. 

“Ma a chi voglio prendere in giro” pensò tra sé “Io suono solo per, su questa barca che sta affondando, le note ci ricongiungono alle stelle”. 

Javier aveva perso l’attaccamento alla terra da quando non aveva più la preoccupazione della ricerca della felicità. Con la pandemia che stava per mettere fine alla civiltà, l’unica paura era quella del dolore e della catastrofe, una paura molto più sopportabile, molto più distensiva e accomodante. 

Il trauma della massima delusione ricevuta in un momento di massima felicità era il vero trauma, per essere precisi.  Javier era un cherofobico, ogni suo gesto votato al miglioramento di sé o al raggiungimento di una dimensione serena gli recava una irrefrenabile ansia. Era sparita anche quella vergogna per la sua palese omosessualità. Grazie alla fine del mondo poteva essere finalmente se stesso. 

“Ascolta, Andreas, cosa ho scritto per te”.

“Javier, grazie. Spero di rivederti presto”.

Javier Carlos Del Sol era rimasto intrappolato a Salamanca, dove studiava al conservatorio, senza poter far ritorno a Granada. Si era innamorato intanto di Andreas e non poteva vederlo. 

“Andreas, dato che stavolta è la fine davvero della nostra società, io ti chiedo di vederci subito. Vada come vada, tanto da domani non sarà più lo stesso, anche se sono guarito dal Corona Virus e potrò uscire”. 

“Javier non so che dirti, sto qua con Josè…non se n’è ancora andato”.
“Io parto stanotte, sarò lì domani mattina”.

“Va bene, mi inventerò una scusa…ti aspetto…”.

In autostrada, con la chitarra a bordo e delle scorte di alcool e cibo, correva diretto in Andalusia. La radio non faceva altro che aggiornare la conta dei morti, su tutte le frequenze, eccetto una: “Radio Caos”, una nuova radio indipendente. Per cinque ore guidò ipnotizzato dai gruppi di Radio Caos: Joy Division, Pixies, Nick Cave and the Bad Seeds, solo per citarne alcuni.

Arrivato a Granada, parcheggiò in mezzo alla strada -tanto non circolava nessuno-, imbracciò lo strumento e salì al terzo piano del condominio, aveva appena albeggiato. Nel letto consumarono un rapporto e poi Andreas disse: “Dobbiamo raggiungere le colonne d’Ercole”. “Intendi la rocca di Gibilterra? Ma come?”. “Hai abbastanza gas in macchina?”. “Si ma sono le dieci del mattino e io non ho ancora dormito”. “Non preoccuparti, se non ce la fai guido io”. Javier provò ad inventarsi delle scuse ma non riuscì ad aver la meglio sulla sfrenata voglia di fuga di Andreas. 

“Partiamo”.

Lungo la strada Andreas beveva grandissime sorsate da una bottiglia di Jim Beam alternata a birra. Al km 120, quando Javier era giunto allo stremo e voleva fare il cambio al volante, Andreas dormiva come svenuto con la faccia spiaccicata sul finestrino. “Ti prego, svegliati Andreas!”. Gli diede uno schiaffo ma Andreas non si svegliava. In preda al panico Javier pensò che si sarebbe svegliato soltanto quando avesse visto la rocca di Gibilterra. 

“Eccola, Andreas, siamo arrivati”. Il compagno aprì gli occhi e, incantato dalla vista del promontorio aggiunse: “Facciamo questo tratto a piedi e saliamo lassù in cima”.

Con l’energia ritrovata Andreas riuscì anche a sfiancare il proprio corpo nuovamente mangiando un funghetto che aveva in tasca e tirando una striscia di cocaina distesa su una roccia liscia”.

Infine giunsero in cima.

“Qualcuno diceva che eravamo sul promontorio estremo dei secoli, eccolo, Javier”.

“Lo vedo. Lo conoscevo. Ma non l’avevo mai visto”.

“Adesso che cosa immagini che ci sia, oltre il mare?”

“Immagino che ci siano gli stessi errori di sempre. Un’altra terra infelice, perché consapevole di aver paura felicità”.

“In pratica, oltre tutto ciò, ci sei tu. Da oggi in poi torneremo a fantasticare su quello che c’è oltre”.

“Il mondo non ha più confini”

“Si. Ora l’hanno capito tutti. È imperscrutabile quello che c’è oltre il tuo tetto, proprio come questo oceano che si distende ai nostri piedi. Non c’è differenza tra la tua finestra e quest’ampia visione”.

“Affonderemo insieme”.

“Le novelle della quarantena”, Giorno 7. “I pomodori” – AUDIORACCONTO

Il settimo giorno è dedicato a quelli che si sono trasferiti nel nord Italia e poi sono tornati di corsa al sud appena hanno appreso dal telegiornale che rischiavano di essere contagiati.

Testo di Luigi Capone. Voce di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci, Sandra Caraglia. Musica di Faia. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Video di Francesco Spagnoletti

I pomodori

Il mio coinquilino dormiva su una cassa di pomodori che si faceva spedire puntualmente dalla Calabria. Studiava alla Facoltà di Giurisprudenza ma lavorava anche part time come operaio presso una fabbrica di sigarette appena fuori città. Sembrava in gamba e si dava da fare. Imparai presto le parole più particolari del suo dialetto visto che parlava solo quello e tutto sommato, era una convivenza pacifica e divertente. Eravamo entrambi terroni trapiantati al nord, eravamo comepummarole. L’abitudine ad andarcene in giro per bar, bettole e centri sociali della città si arrestò d’improvviso col decreto del governo che invitata calorosamente tutta la popolazione italiana a non uscire di casa a causa del corona virus, fatta eccezione per quelli in possesso di cani (tutti) e per quelli che dovevano fare jogging.  Inoltre c’era anche il divieto di spostarsi da una città all’altra, se non per motivi lavorativi molto urgenti o sanitari. Alessandro un cane ce l’aveva e lo utilizzava come passaporto per andare a bighellonare in giro per Bologna, coi bar chiusi, le saracinesche abbassate, le lunghe file ai supermercati. Ma nonostante ciò, trovava il modo di andare a fare festicciole segrete in casa degli studenti, col pesante rischio di beccarsi una denuncia. Io, che mi ero costruito una mascherina fatta con la carta da forno domopak e due elastici, che uscivo con i guanti da cucina ed evitavo la vicinanza di qualsiasi essere vivente, ero alquanto terrorizzato dal fatto che tutte queste mie misure di sicurezza per cercare di non essere infettata, risultassero del tutto vane dal momento in cui il buon Alessandro mi avrebbe portato in casa un’intera orchestra danzante di corona virus pronta a suonare dentro di me. Del resto, chi non utilizzava i social e non guardava la tv, non era pienamente conscio del rischio che correva. Mentre io ero tappato in casa spaventato e annoiato, costretto a inventarmi mille passatempi, Alessandro dunque se la spassava. Una sera però capito che si fermò a cena con me e fu costretto a vedere l’edizione straordinaria del telegiornale delle 21:00, per la conferenza stampa del Presidente del Consiglio dei Ministri. “Restate a casa, da domani chiunque cercherà di scendere al sud sarà punito”.

Il treno Alta Velocità Frecciarossa 957769411 delle ore 23:55 è in partenza al binario 22 ed è diretto a Napoli Centrale, comunicava l’altoparlante della stazione.

Alessandro era già lì. Lasciò la cena, lasciò le sue casse di pomodori, introdusse con violennza le cose più utili nel trolley (una cambiata, cartine, filtri, macchinetta per macinare l’erba, tabacco, narghilè, rasoio da barba e scarpe nuove) e mi salutò direttamente: “Compà ci vediamo giù!”.

Io già ero ansioso di mio ma riuscii a fermarmi rispettando l’invito del Presidente e avendo paura di fare una enorme stronzata contagiando mezzo treno, mezza Italia e la mia famiglia. 

Mentre Alessandro correva verso la stazione chiamò sua madre: “Mà, non ti preoccupà, sto scendendo, ci vediamo domani mattina a casa”. La reazione che si aspettava a quel punto era di gioia e sollievo, invece la madre rispose gelida: “Ah…ma veramente? Ma perché scendi? Cioè che succede?”. “Mà, ‘u virus!”. “Ahhh…’u virus. Meh, iu t’avia rittu de statte llocu!”. “Mà è pericoloso, sto arrivando, ciao!” e troncò il discorso. La brutta sopresa arrivò quando, arrivato davanti al binario 22, trovò una fila sterminata di persone che pretendevano di salire sul treno come lui. “Vogliamo salire! Non potete lasciarci morire al nord! Vogliamo tornare a casa nostra!”

“Uè ma è colpa mia se non ci sono più posti? A me mi arrestano se vi faccio salì!” ribatteva il controllore assalito dalla folla.

“Noi questo treno non lo facciamo partire, abbiamo il diritto di salire sul treno, siamo in democrazia, siete dei fascistiiiii”

“Io non vi faccio salire, avete scelto voi di venire a studiare qua”

“Non è vero, guardi io sono un insegnante” contestò un uomo in fondo

“Aè, gli insegnanti, i primi a scappare. Sono già scappati tutti dall’inizio, quando vi hanno dato le ferie, tu stai ancora qua? Guardate io non ci posso fare niente”.

A quel punto intervenne Alessandro, il mio coinquilino: “Compà, forse non hai capito, i ti fazzu carè i rienti se non ti sposti”. Gli diede un forte strattone e fu acclamato dalla folla inferocita come eroe del popolo, come nuovo Masaniello. 

Entrarono tutti ma proprio tutti su quell’ultimo treno diretto a sud, stretti come sardine, come le sardine che poche settimane prima si erano affollate a Piazza Maggiore per contestare la destra. 

Alla stazione di Napoli, però, Alessandro trovò una piccola manifestazione: delle persone munite di pomodori da lanciargli in faccia. “Sono cornuto due volte, una per essermene andato e una per essermene tornato così”.

“Le novelle della quarantena”, un racconto al giorno per chi si è chiuso in casa. Giorno 2: “All’Osteria fuori dal mondo”.

Giorno 2, dedicato ai piacere del bere. Un racconto scritto da Luigi Capone ed interpretato da Francesco Prudente e dal maestro Luigi Bellino al piano. (Immagine in evidenza: “Soir blue” di Edward Hopper, 1914)

All’Osteria fuori dal mondo

Ogni respiro, ogni alito, ogni movimento d’aria erano ormai diventati un’ossessione per il povero Marco, impiegato delle poste in malattia per sfuggire al diffondersi del contagio in città. Si era barricato in casa, in un mondo cartaceo e digitale fatto di libri che non aveva mai letto e di serie tv per cui era troppo indaffarato un tempo. Ma la notte tra il 9 e il 10 marzo, il nostro eroe, si accorse di aver finito le sigarette. Ne aveva consumate in quantità industriale e quella grande scorta che aveva fatto, era già esaurita. A nulla gli serviva tutto quel cibo che aveva acquistato alla Coop -800 euro di prodotti alimentari- se non poteva fumarsi una sigaretta. 

Il nostro eroe si fece coraggio e di vestì con abiti mai messi prima, per essere sicuro che non fossero contagiati. Tasca destra un flacone di amuchina. Tasca sinistra una bottiglietta di alcol per eventuali ferite. Scese di casa verso l’una di notte, dopo tanti tentennamenti, con una sciarpa davanti alla bocca, non essendo riuscito a recuperare mascherine monouso da nessuna parte. Scese per le scale, aprì il portone, respirò e l’aria gli sembro prender fuoco dentro ai polmoni. Pensò di strisciare lungo i muri fino al distributore automatico, a circa cinquecento metri di distanza, ma poi pensò: “Devono averlo contaminato”. Cammino al centro della strada e si accorse con grande stupore che i ciclisti, gli automobilisti e i pedoni, nonostante il divieto governativo, uscivano tranquillamente a godersi la serata quasi primaverile. Ogni volta che veniva quasi avvicinato da una persona sentiva arrivarsi in petto una frecciata, allora si mise a correre per tagliare i tempi del suo supplizio. Arrivato davanti al distributore, si infilò un paio di guanti in lattice e prese tre macchi di Winston. Ora doveva tornare indietro con le forze che gli erano rimaste. “Coraggio Marco ce la fai, coraggio, devi farcela non hai scelta” continuava a ripetersi. Chiuse gli occhi e partì. Purtroppo trovò un assembramento di ubriachi davanti alla grossa porta in legno di un locale in cui non era mai entrato. Per paura di loro finì catapultato dentro all’Osteria, pregna di fumo. Si sedette frastornato e chiese: “Ma voi non dovevate essere chiusi?”. “No, noi siamo l’Osteria fuori dal mondo, di che stai parlando? “C’è un’ordinanzia ministeriale che…”. “Le ordinanze ministeriale non fanno parte del nostro mondo, cosa ti faccio da bere?”. “Fammi un vodka tonic”. Marco finì assorbito in quel posto in cinque secondi. “Che noi siam tutti qui a far bisboccia mentre là fuori son morti di paura, guarda quello” disse un vecchio indicando il nostro povero eroe. “Fammi accendere” disse il vecchio al barista che gli fece prontamente accendere il sigaro. “Vedi”, disse poi rivolgendosi a Marco, “lì fuori è tutta una messa in scena, te lo dico io”. “Dammi altri due coriandoli” disse un altro uomo con le mani sul bancone e il barista gli allungò altre due ciotole di stuzzichini sicuramente infettati. “Un altro prosecco”, “un altro cicchetto”, “fammi un panino và…”, bevevano e gozzovigliano beati. 

Marco ordinò un altro vodka tonic e poi un altro ancora fino a che non gli uscirono queste parole dalla bocca: “Posso restare in questo mondo per favore?”. 

“Certo, tanto comunque non ne puoi uscire più ormai”. 

L’apericena non si ferma facilmente. E’ come il virus.

BOLOGNA, ORE 16:00 – Al supermercato e ovunque si rispettano i due metri di distanza e le dovute precauzioni ma un anziano con tanto di mascherina (chissà dove l’avrà recuperata), in coda alla cassa, prende a sbraitare contro la cassiera: “Son questi comunisti di merda qui che ci han ridotto così, glielo dico io, soccia!”. Per quando l’immagine di Salvini e delle Sardine sia stata oscurata dai media a causa del corona virus, la lotta sociale tra neofascisti e radical chic non si ferma, anzi lo scontro sociale cresce, si tende ad additare il colpevole o l’untore perdendo di vista il fatto che bisognerebbe semplicemente rispettare delle semplici regole quando si è in una pandemia. Sarebbe ancora meglio a dire il vero, riconoscere che la democrazia ha fallito e ritornare ad un regime comunista serio, come quello cinese, dove sconfiggeranno l’epidemia prima di noi.

ORE 17:OO Mi arriva una telefonata da un vecchio amico che dice di essere salito a Milano dall’Irpinia negli ultimi giorni e mi chiede di andarlo a trovare. Io ascolto incredulo al fatto che sia salito anche con sua moglie e con suo figlio e non trovo nemmeno la forza di chiedergli cosa cazzo stia facendo. Il telefono scotta: arrivano telefonate e commenti sui social. Dall’Irpinia che là è tutt’apposto e stanno bene, che noi emigrati al nord siamo soltanto paranoici, quindi continueranno a fare la vita di sempre e spero soltanto per i miei genitori che vivono a Nusco che il caso del medico di Ariano non si ripeta altre mille volte nei prossimi giorni (ma ho dei serissimi dubbi).

ORE 18:00 Ormai ho voglia di vomitare dopo lo schifo che ho visto anche oggi ma arriva la ciliegina sulla torta: un bel commento sui social che difende a spada tratta i milanesi e i bolognesi che continuano ad affollare i costosi locali per mangiare affettati e bere vino, completamente incuranti della pandemia in corso e del fatto che tutta l’Emilia-Romagna, ormai, è nei fatti una zona rossa. Da mezzanotte di oggi chiuderanno tutti i bar e da domani saranno aperti solo fino alle 18:00. Ancora nessuno nell’arrogante e prepotente nord ha l’umiltà di dire che siamo completamente impreparati a ciò che sta per avvenire: l’abitudine a manifestare quella spocchia e quell’aria di superiorità padana permane nonostante tutto. L’unica difesa che abbiamo è stare in casa, come se non dovessimo andare a lavorare per trovare i soldi per pagare le bollette e l’affitto, come se non dovessimo andare a far la spesa, come se uscire fosse totalmente inutile. Lo Stato non è in grado nemmeno di fornirci le mascherine, persino le farmacie non sono in grado di fornirci dei disinfettanti per le mani.

Ore 19:00. Sono qui con la mia ragazza, a casa. Siamo tra i pochi irpini ad essere rimasti a Bologna. I primi a fuggire furono gli insegnanti, dopo di loro se ne andarono gli studenti quando videro le prime limitazioni alla movida, poi se ne andarono in malattia gradualmente tutti gli altri. Ci godiamo una tranquilla serata a guardare serie tv e a bere vino, letteralmente chiusi in casa.

Al sud, intanto, bevono una Peroni al bar come sempre, pensando che tutto questo stia avvenendo soltanto in tv, che sia tutto un complotto, così come centinaia di migliaia di tifosi interisti fino a pochi giorni fa sosteneva; “E’ stata la Juventus perché ha paura di giocare con l’Inter” (partita finita 2-0 ieri sera). Continuano a fottersene e io inizio a fottermene di loro. Gli irpini sono sempre stati ignari di tutto e continueranno ad esserlo anche in questo caso, sono io che sbaglio a sorprendermi. Pesano che sia tutta una messa in scena televisiva per chissà quale complotto. E magari, qualcuno di loro in questo momento sta partendo per andare in vacanza al nord.

“Non si fittano case ai settentrionali”, il cartello apparso a Montella (AV).

LA NEMESI STORICA – In Irpinia bandita la polenta e il gorgonzola. Basta con i risottini. Gli irpini iniziano a non fittare più case ai profughi del nord Italia che in queste ore si stanno affollando di fronte alla villa del Grande G per chiedere la grazia, la cittadinanza terrona e lu postu.

La proverbiale ospitalità irpina questa volta è stata clamorosamente smentita: niente più spazio per i padani che ci rubano il lavoro e che ci portano l’aria inquinata della Padania.

Lanciamo un appello affinché gli irpini abbiano il buon cuore di perdonare i padani che ci hanno schifati e scacciati per 150 anni. Fittate le case ai poveri padani.

Si aggiunge il caso del nostro inviato a Bologna, dove tutti i fighettini e i figli i papà d’Italia vanno a fare gli artisti senza lavorare: anche lì, dove i meridionali non riescono più a trovare casa da circa vent’anni e sono costretti ad abitare in cantine e garage di 3 metri quadri a 800 euro al mese, c’è una generale fuga verso il sud e i rinomati cessi bolognesi tradizionalmente fittati come se fossero la reggia di Versailles vengono di colpo non richiesti più da nessuno.

“Allegri che tra poco si muore”, un libro paranoico e irpino indirizzato a chi se n’è andato

Oggi mi sono sentito bene per quasi due secondi di fila.

Un chioschetto notturno abitato da ombre, la difficoltà a distinguere l’allucinazione dalla realtà, la precarietà totale di un’esistenza alla deriva, flashback e sensazioni di un moribondo che elabora un lungo testamento. Allegri che tra poco si muore è un romanzo che parla di una generazione e a una generazione. Quella dei nativi digitali, dei precari, degli emotivamente instabili, degli eterni adolescenti divenuti trentenni appassiti. È un’opera che parla di profondo Nord e di profondo Sud, dell’Italia e del mondo, in una teoria di personaggi e scene di genere che si susseguono come irrisolte comparse oniriche. Sono pagine sciolte di prosa spontanea, lasse narrative che danzano intorno a un nucleo, quello dell’amore per una ragazza e – perché no – del senso della vita. La cornice è quella di mille e più bar, che come piccoli limbi di penitenza disegnano situazioni grottesche. Amaro, intensamente depressivo, sconsolato e sconsolante, questo è però anche – inevitabilmente – un libro divertente, di una desolazione catartica che trova nella comicità il suo destino inesorabile.
Dalle solitudini irpine alla vuota vastità degli hinterland padani, si leva una voce narrativa arguta e dolente, che scrive un nuovo capitolo in quel grande e incompiuto libro ideale che è la letteratura dei relitti, degli emarginati, degli sradicati. Di coloro che, per usare la tragica autoironia di Tondelli, si ritrovano periodicamente afflitti dai disturbi dubitativi della decadenza.

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