“I racconti dei sopravvissuti” – Numero 3 – “Gli ascensori” – AUDIORACCONTO

Terzo e ultimo racconto della trilogia dei sopravvissuti. Racconti post Covid e post apocalittici per restare a casa. C’è qualcuno che preferisce il lockdown. La società è sprofondata così tanto nel degrado e le persone sono peggiorate sino a tal punto che, forse, chiudersi in casa o fuggire su un’isola deserta sono le uniche soluzioni per continuare a sopportare la vita.

Testo di Luigi Capone. Voci di Bruno Ricci e Francesco Prudente. Musica di Luigi Bellino. Immagine di copertina di Dante Mele.

AUDIORACCONTO:

GLI ASCENSORI

Gli ascensori erano impazziti. Salivano e scendevano anche in obliquo all’interno del Palazzo, senza freni. Claudio stentava a capire il disegno che sicuramente c’era dietro a quel sistema. Era entrato normalmente nell’edificio attraverso un portone in vetro e ferro battuto, dal piano terra partiva sulla destra una lunga scala a chiocciola in pietra grigio-scura, circondata da una balaustra ferrata, che conduceva fino al piano 22. Frontalmente, invece, gli si stagliava contro l’ascensore, a cui si accedeva attraverso una porta uguale a quella del portone d’ingresso. Al decimo piano c’erano gli studi di medici, psicanalisti e psichiatri, tra cui quello del Dottor Spada che assisteva il nostro Claudio. I primi dieci piani erano stati riempiti dai tutori della giustizia: i primi tre erano riempiti dalle forze di polizia, dal 4 al 6 le forze armate dell’esercito, dal 7 al 9 i generali e gli alti gradi delle milizie, al decimo gli studi di medici e scienziati, all’undicesimo una zona segreta alla quale non si poteva accedere. Quando Claudio entrò nell’ascensore, notò prima di tutto il grosso specchio attaccato alle pareti in legno che rifletteva i bottoni dei relativi piani: mancavano l’11 e il 22. Come poteva, un palazzo così importante, avere un aspetto così tetro e decadente? Persino i bottoni dell’ascensore erano anneriti, lo specchio era sporco e deformava i riflessi, il legno era marcio, il tappetino rosso a terra impolverato. 

Claudio premette sul 10 e l’ascensore iniziò a salire normalmente ma non si fermò al decimo piano, aumentò progressivamente la propria velocità e proseguì fino al 21 dove si fermò bruscamente schiantandosi contro un muro. L’assistito dallo psichiatra si sentì il cuore in gola e provò ad uscire. Aveva scoperto che dal piano 12 al 14 vi si trovavano gli amministratori locali, dal 15 al 17 vi si trovavano i parlamentari, dal 18 al 20 la Presidenza dello Stato. 

Quando mise piede al ventunesimo piano si accorse immediatamente di trovarsi nel bel mezzo di una specie di redazione giornalistica. Mentre ci camminava in mezzo, nessuno badava a lui, così arrivò a scorgere oltre un muro in cartongesso la zona separata dalla redazione, che era dedicata agli informatici, giovani occhialuti con gli sguardi fissi sul monitor per programmare o riprogrammare qualcosa: un linguaggio a sé che Claudio ignorava completamente. La sua presenza era talmente insignificante che nemmeno gli avrebbero risposto se avesse provato a chiedere qualcosa, così decise di tornare nell’ascensore. 

Questa volta trovò l’ascensore in posizione obliqua, si guardò intorno per chiedere spiegazioni ma era come se lui fosse invisibile, non poteva ottenere risposte. Salì comunque sull’ascensore aggrappandosi alla maniglia e provò a ripremere il bottone col numero 10. L’ascensore, però, si rimise in movimento da solo e la paura di prima si era trasformata in puro terrore. Si muoveva velocemente in obliquo fino a che non si schiantò contro un altro muro, Claudio uscì di corsa e di fronte a lui vide soltanto una finestra impolverata. Tutto il piano era in obliquo e la forza di gravità lo invitata a lanciarsi nella finestra in modo da romperla e precipitare giù. Affrontò il suo problema con le vertigini e provò a guardare di sotto: la normale folla di persone che si muovevano come in un formicaio, ignara di tutto ciò che stava capitando all’interno del Palazzo. La scelta era tra buttarsi di sotto o tornare nell’ascensore. Scelse la seconda opzione. Anche stavolta l’ascensore iniziò a spostarsi autonomamente seguendo strane traiettorie che sballottolavano Claudio da una parte all’altra. E sbam! Il radio era andato quando l’ascensore si schiantò finalmente al piano terra e probabilmente anche un tendine. Immaginò lo schema del suo scheletro messo a dura prova, per un attimo, poi si fiondò fuori per uscire fuori da quell’incubo. Fu fermato, però, da una ragazza dai capelli neri a caschetto, dal volto pallido, che lo scaraventò sulla panca di legno all’inizio della scala a chiocciola. La moretta bianca in volto gli tirò fuori il membro e gli salì sopra. Nel bel mezzo di questo assurdo rapporto sessuale Claudio vide una donna con la testa mozzata scendere dalla scala a chiocciola lentamente, li guardò copulare immobili e se ne andò dal portone di uscita. L’uscita era lì, a portata di mano, e Claudio invece stava scopando a due metri da essa, con le ossa rotte. Proprio mentre stava per venire fragorosamente si svegliò dall’incubo. Aprì gli occhi e si ritrovò nel suo letto. Tirò un forte sospiro di sollievo e si alzò, sorridendo si vestì per andare dallo psichiatra che lo attendeva. Ma quando uscì dalla sua stanza da letto si ritrovò davanti nuovamente l’ascensore e, sopra di esso la scritta: PIANO 11. Lì c’erano le stanze di tutti quelli che vivevano da solo e che senza accorgersene, morivano ogni giorno.

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Ecco i link agli altri due racconti dei sopravvissuto ed alle 14 novelle precedenti:

“I racconti dei sopravvissuti” – Numero 2 – “Voltarsi dall’altra parte per non rivedere le stelle”. AUDIORACCONTO

Testo di Luigi Capone, voce di Francesco Prudente, musica di Lorenzo Tuccio, immagine di copertina di Sara Nicoletta.

Alla fine si capì che non sarebbe mai finita. Il governo italiano non riuscì più a contenere la situazione, era un suicidio di massa: la gente iniziò a riversarsi per le strade in preda al delirio e moriva sempre più velocemente, l’esercito era stato piazzato a tutti gli angoli, ogni tipo di attività era stata sospesa, ogni tipo di vita, ma l’istinto di sopravvivenza urlava vendetta ed era completamente cieco, andava incontro alla propria fine pur di vivere qualche attimo di normalità. 

Un bel mattino sparì l’esercito, sparirono i preti che si ostinavano a predicare la fine del mondo davanti alle chiese e la società si rimise in molto lentamente, apparentemente con lo stesso ritmo di prima. Da quando il mondo era arrivato a vedere la propria popolazione decimata fino a 1 miliardo, gli esseri umani avevano sviluppato finalmente l’immunità di gregge e lo stile di vita adottato fino a quel momento, divenne ecosostenibile.

In pieno autunno si respirava la stessa aria di quei noiosissimi agosti in città, tra canicola e desolazione, quando c’era un solo bar cinese aperto pieno di mosche nei Campari.

“Gli anni ’20 iniziano ora in tutto il loro splendore, con una nuova consapevolezza, con un senso della vita rinnovato, con una speranza maggiore nel futuro e con un entusiasmo che non avevamo mai conosciuto prima. Cittadini italiani, è il momento di splendere, ora, splendete!”.

Il discorso del Presidente della Repubblica Silvio Berlusconi fu seguito a reti unificate in molte zone del mondo poiché l’Italia era stata, durante tutto il periodo della pandemia, il paese occidentale più colpito. La penisola era stata studiata da tutti, per capire come mai la sua popolazione si muovesse così freneticamente da una parte all’altra del globo. 

Juri ascoltò la notizia in diretta sul suo smartphone, ritenuto ormai l’unico fedele compagno da quando aveva realizzato che di tutte le persone conosciute sui social non era rimasto che l’involucro che le conteneva, ovvero il cellulare stesso. Decise di uscire dal torpore secolare l’ultimo giorno di ottobre, si mise a camminare con le mani in tasca e con una mascherina su bocca e naso. Le foglie secche danzavano al passaggio dei tram, i semafori snervavano gli automobilisti che starnutivano inferociti al freddo di prima mattina.
Juri aveva perso il lavoro e lo Stato, aveva smesso di erogargli il reddito di emergenza. “Saremo tutti più buoni”, “saremo una grande comunità”, “il capitalismo sfrenato rallenterà”, “impareremo la lezione”. Tutti gli slogan che erano stati pronunciati furono smentiti da una semplice passeggiata in centro. Erano tutti più incarogniti di prima; la misantropia che un tempo apparteneva solo a Juri si era estesa a tutta la popolazione. Nessuno voleva più incontrarsi o avvicinarsi ad un altro essere umano, molti avevano ormai paura anche di scopare. Attraversando le strade del centro, Juri notò che gli unici negozi superstiti, che avevano resistito alla crisi economica e al conseguente fallimento dell’Italia indebitatasi fino all’osso, erano quelli delle grosse multinazionali: Hugo Boss, Armani, Benetton, Apple store, McDonald’s, Ikea. A questi, però, si erano aggiunte le multinazionali cinesi: i grandi ingrossi di articoli da abbigliamento, elettronica e merci di qualsiasi tipo.

Le piccole botteghe scomparvero del tutto. I bar erano stati demonizzati dall’opinione pubblica ed erano stati additati come i maggiori colpevoli della diffusione del contagio. Il turismo, che in passato aveva trasformato gli abitanti delle città del nord in parassiti che campavano di rendita sugli immobili ereditati dai loro genitori, era totalmente scomparso; anche i giovani rampolli dovettero andarsi a cercare un lavoro.  Non si incontrava più tedesco, inglese o giapponese per strada. La quantità di rider in circolazione aumentò esponenzialmente, giacché era sempre crescente la domanda di cibo a domicilio ed ogni tipo di lavoro veniva svolto, quando possibile, rigorosamente da casa. La destra italiana nordista gioiva per l’abolizione definitiva del 25 aprile e del primo maggio, la media borghesia gioiva per l’abolizione dei concerti, sostituiti da locali attrezzati per la “silent disco” con distanze di sicurezza di almeno un metro. Tornarono con maggiore forza e rabbiosa ignoranza cieca gli antiabortisti e i no-vax, forti del nuovo consenso della classe media.

Anche Juri fu assunto come rider da un ipermercato cinese. Gli fu chiesto di presentarsi di buon mattino con una divisa rossa e un cappellino. 

Alle sette era già lì.
“Buongiorno, Signor Wang, sono pronto”.

“Muoviti, devi andare a consegnare le colazioni. Non intrattenermi in chiacchiere inutili, lo sai che odio parlare la vostra stupida lingua. Inizia ad imparare il cinese se vuoi continuare a lavorare qui per molto”.

“Certo, Signor Wang, nel mio tempo libero studierò”.

“Il tuo turno inizia con le colazioni dalle 7:00 alle 11:00. Continua con i pranzi dalle 12:00 alle 14:15. Dalle 18:00 devi andare a consegnare gli apertivi e le cene fino a mezzanotte. Se sbagli, paghi. È tutto chiaro?”

“Certo, Signor Wang”.

“La prossima volta che parleremo sarà in cinese, ricordatelo”.

Juri prese la bicicletta fornitagli dall’azienda e iniziò le consegne.  La prima consegna che doveva effettuare era nel palazzo della famiglia Monari, noto covo di avvoltoi, avvocati e leccaculo dei potenti che si era arricchita speculando sul traffico di mascherine, medicinali e false cause contro i poveri cristi. “Salga al quinto piano a piedi, l’ascensore è riservato a noi, non bussi alla porta, lasci il pacco davanti alla porta ben sigillato, poi se ne vada immediatamente, quando è andato via suoni di nuovo al citofono per avvisarci che se n’è andato, grazie”.

La seconda consegna della colazione era poco distante ma sbadatamente, rimontando in sella, passò a meno di un metro da una donna con il passeggino. “Feccia umana!” gli urlò la donna! Lei potrebbe aver infettato il mio bambino, capisce? Il mio bambinoooo, mio figlio!”. Mi scusi signora sono desolato, la Wang & company le offre la colazione gratis. “Mi sembra il minimo!”. I soldi, Juri, li avrebbe messi ovviamente di tasca sua. Così funzionavano le regole della multinazionale. 

Alla fine della giornata lavorativa, quando faceva il cambio con i riders notturni, non ricevette nessuna paga. Soltanto chi riusciva a resistere per un mese senza essere pagato aveva il diritto ad essere assunto con un contratto regolare di sei mesi rinnovabile. 

Quando fu solo, all’interno del suo monolocale, mise su un vecchio disco di Kenny Wayne Sheperd, che aveva comprato quando esisteva ancora la musica suonata con gli strumenti musicali. “È ridicolo” pensò “mio padre diceva che prima o poi il socialismo avrebbe vinto e che la nostra classe avrebbe avuto la sua rivalsa sulla borghesia. Anche il governo ci diceva che saremmo stati tutti più buoni…ci diceva che quando sarebbe finita… Io non vedo l’ora che finisca! Ma tra quattro ore si ricomincia. Devo pagare l’affitto. I signori Monari vogliono i loro stramaledetti cornetti glassati, i cappuccini e i biscotti. Pensavo che un giorno sarei arrivato in alto, non in alto come Juri Gagarin, ma abbastanza in alto, e non soltanto al quinto piano della famiglia Monari”.

“Le novelle della quarantena” – Giorno 11 – “Il gatto” – AUDIORACCONTO

Il giorno 11 è dedicato al mondo animale, in particolare modo ai felini, i più saggi abitanti del pianeta.

Testo di Luigi Capone. Voce narrante di Francesco Prudente. Voce del gatto: Matteo Castellino. Musica di Piergiorgio Maria Savarese. Immagine di copertina: Luca Tuveri

Audioracconto

Il gatto

Quando chiusero tutte le industrie e tutti i distributori di benzina, la pianura padana smise di essere oppressa da una pesante coltre nera di nubi tossiche e tutti gli altri esseri viventi la ringraziavano, eccetto gli esseri umani. Anche le industrie farmaceutiche ed alimentari furono costrette a chiudere dopo l’ennesimo sciopero, persino i corrieri di Amazon e i riders di Just Eat restarono a casa. Chiusero gli ospedali perché dapprima i volontari, poi gli infermieri ed infine anche i medici avevano preferito scappare per andare a rifugiarsi in montagna. La situazione nelle città era oltre il collasso. Giacché la democrazia non funzionava e molti umani continuavano ad uscire per fare yoga in piazza o per fare jogging, il governo italiano decise di far intervenire l’esercito con tanto di artiglieria pesante in tutti i centri urbani. La gente della città, però, impazzì davvero quando le proibirono di portare a spasso il proprio cane liberamente: il cane avrebbe dovuto finalmente pisciare sul balcone in un vaso.

Il gatto, invece, se la passava meglio. In quei giorni di totale isolamento, gli esseri umani più saggi iniziarono ad imparare dai gatti, soprattutto quegli esseri umani che vivevano in campagna e che avevano un orto e delle galline: loro non erano mai stati dipendenti dai Carrefour h24 e da tutte quelle diavolerie di consegna a domicilio di roba. Erano i più simili ai gatti.

I gatti, come gli altri animali, erano immuni al virus che stava decimando la popolazione mondiale, per cui la sesta estinzione di massa non li avrebbe minimamente riguardati e, anzi, non se ne sarebbero nemmeno accorti; ma non era solo questo: i gatti potevano insegnarci a fare a meno di tutto e di tutti. L’autonomia, l’indipendenza, l’abnegazione nel ricercare la propria zona franca, la predisposizione all’adattamento, il sesto senso per i pericoli imminenti, l’elevata reattività allo stimolo, erano tutte caratteristiche proprie dei felini e Carlo lo sapeva bene, specialmente dopo aver passato tre mesi in simbiosi Floki nello stesso appartamento, giorno e notte.

Quell’anno il sud Italia viveva la primavera più rigoglioso e lussureggiante di sempre, Carlo e Floki erano tra i privilegiati a godersene tutti i frutti: il tepore dell’aria, i mandorli in fiore, il colore verde acceso dell’erba, il ciliegio, la camelia, il glicine, il dolce profumo dei biancospini e dei tigli. L’ultimo giorno di quarantena, Carlo andò nel giardino normalmente con il suo compagno, per innaffiare l’orto. Floki gli si piazzò proprio davanti, guardandolo negli occhi. In quel momento parve a Carlo di poter interpretare ogni minimo pensiero dell’animale: “Guardami negli occhi, io non ho nulla da temere mai. Io ti faccio compagnia ma tu non fai compagnia a me, se tu morissi in questo istante io andrei a pisciare sul tuo orto con nonchalance e poi dormirei un po’. La campagna è la mia casa e la mia casa è piena di cibo e piena di esseri della mia specie. Non sono sequestrato da te, me ne potrei andare quando voglio ma resto perché noi felini abbiamo pietà di voi e ci dispiace abbandonarvi alle vostre disgrazie, alle vostre paure: noi non conosciamo paura. Ogni cosa per noi è soltanto nel momento in cui avviene, e quando ci assale il dolore lo trasformiamo in rabbia e in aggressività, quando ci assale la fame riusciamo a sopraffare qualche essere più piccolo, non siamo in competizione con nessuno, non abbiamo l’ansia di dimostrare qualcosa a qualcuno, non giochiamo mai sporco, non tradiamo, non maciniamo migliaia di km a vuoto solo per turismo ma ci spostiamo solo per necessità, non produciamo più di ciò che ci serve, non prendiamo in giro nessuno, non godiamo nel vedere gli altri esseri della terra in difficoltà ma siamo sempre attenti, molto più di voi. Non ci sfugge niente, Carlo, ogni minimo spostamento dell’aria lo avvertiamo per primi. Non ti sei nemmeno accorto delle piccole scosse di terremoto di stamattina. Ecco Carlo, se avessi la voce ti avvertirei di quello che sta per succedere ma se stai un poco più attento potrai capirlo con la prossemica. Noi gatti siamo anche colti perché conosciamo soltanto ciò che ci serve, non perdiamo tempo in inutili cazzate. Siamo saggi. Non abbiamo nessuna paura della morte. Per me morire non è né più né meno che un semplice gesto, come quello di andare a pisciare”.

Carlo pensò di aver udito tutto ciò e si accorse che intanto aveva quasi allagato l’orto. Ragionò molto su di sé quella notte e decise così di prolungare la quarantena spontaneamente. Si propose anche di scendere in città non appena avesse albeggiato per assistere al ritorno alla normalità, al ripartire del movimento incessante, alla riapertura dei negozi e subito dopo aver visto, sarebbe tornato in campagna. Ma quando arrivò all’alba e si mise in cammino si accorse che la strada provinciale era deserta, continuò a camminare e dopo due giunse in città: non vi trovò nessuno. Se n’erano andati tutti, i supermercati erano stati saccheggiati insieme a tutti gli altri negozi, alle banche. Le scuole erano state utilizzate come lazzaretti e poi erano state bruciate insieme all’ospedale. L’erba iniziava a crescere dentro alle spaccature dell’asfalto.

Non si scoraggiò soltanto perché aveva la sua collina, la sua campagna e Floki. Tornò a casa e sistemò gli attrezzi da lavoro, preparò da mangiare al gatto. Imparò davvero tutto da lui: anche ad andarsene in silenzio, dopo molti anni, senza scomodare nessuno. Dicono che un giorno, da vecchio, anni dopo la morte del suo gatto, si accasciò in mezzo al bosco serenamente e si addormentò per sempre. Quella fu l’ultima lezione di Floki.

“Le novelle della quarantena”. Giorno 10. “Una vita normale” – AUDIORACCONTO

Il decimo giorno parla di chi ha subito e continua a subire violenza domestica e di chi la pratica rincorrendo disperatamente una vita normale.

Testo di Luigi Capone. Voci di: Francesco Prudente, Annalisa Amodio, Angelo Rizzo., Carolina Tonini, Francesca Mazzarello, Jessica Conti. Musica di Luigi Bellino. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Audioracconto

Una vita normale

La televisione continuava a ripetere le stesse cose all’infinito: “aumento dei contagi”, “mancanza di personale medico”, “aumento dei morti” e un inspiegabile “andrà tutto bene”; i giornali invece titolavano “È una guerra”, ma anche loro sbagliavano perché si riferivano soltanto all’avanzata dell’epidemia.

La vera guerra era tra le mura domestiche. Il vero nemico era ogni notte sotto le tue lenzuola.

Enrico e Giovanna erano sposati da dieci anni ed in comune avevano: un mutuo, le rate della macchina, un intero appartamento di mobili Ikea e un bambino, nient’altro. Fino al giorno in cui Enrico era stato messo in quarantena perché trovato positivo al nuovo coronavirus, la loro vita era andata avanti normalmente: non si amavano più da anni ma avevano conservato un minimo di stima reciproca. Tutto il loro amore era confluito nel bambino. Da quando era nato Federico avevano tolto di mezzo tutti i problemi di coppia: per primo quello del sesso rituale almeno una volta alla settimana. Una sera, però, la tv annunciò le misure più restrittive della storia nei confronti delle libertà individuali e della privacy, dissero che per almeno un mese bisognava restare chiusi in casa a causa di un elevatissimo pericolo legato alla contaminazione dell’aria.  Enrico sentì cucirsi addosso una camicia di forza, Giovanna pensò che fosse una buona occasione per stare 24 ore su 24 con suo figlio. I due si erano sposati per una forte attrazione fisica ma la felicità del giorno del loro matrimonio sembrava ormai lontana anni-luce, Giovanna aveva spesso l’impressione che non fosse mai successo mentre Enrico non ci pensava affatto essendo molto più interessato a veder giocare l’Inter, a sentire le conferenze stampa dell’allenatore dell’Inter, a leggere i giornali per il calciomercato dell’Inter, a giocare le schedine sull’Inter. I primi giorni di quarantena andarono avanti normalmente, i due semplicemente si ignoravano. Soltanto Federico, a due anni e mezzo, sillabava qualche parola nei momenti di maggiore silenzio. Le voci che si sentivano di più in casa Squillace erano quelle provenienti dalla tv.

Dopo tre settimane la situazione precipitò.  La meme con la scritta #iorestoacasa sui social l’avevano già postata, i cruciverba li avevano già fatti, i libri li avevano già letti, le serie tv le avevano già esaurite. Giovanna ormai dormiva nella stanza insieme al bambino ed Enrico nel letto matrimoniale. “Quando cazzo scopiamo, Giovanna?” le chiese un giorno il marito; la parola scopare non si sentiva in quella casa da quasi tre anni. Giovanna urlò: “Non dire queste cose davanti al bambino!”, “Almeno vieni a dormire con me la notte, porca puttana! Sono solo in questa cazzo di casa!”, “Ti avevo detto di non dire parolacce di fronte al bambino, sei un idiota!”. La parola idiota non era mai stata pronunciata in quella casa. “Cosa cazzo stai dicendo, brutta stronza!? Mi stai dando dell’idiota?!”. La parola stronza non era mai stata pronunciata in quella casa.

Ciononostante, Giovanna si diresse verso il balcone, con atteggiamento di sfida e andò a farsi guardare dai vicini, cosa che Enrico aveva sempre detestato. Era incredibilmente bella. “Torna dentro, Giovanna e copriti, non facciamoci sentire dai vicini”.  “Giovanna, ti ho detto di tornare dentro, non farmi incazzare!”

“Oh Enrico, almeno mi faccio vedere da loro visto che tu non mi guardi mai! A te non ti si alza nemmeno!”

Enrico aspirò nei polmoni tutto l’ossigeno che c’era in cucina, andò sul balcone e la colpì in volto con un forte schiaffo che la scaraventò a terra. “Cosa fai, ora, piangi, eh? Puttana! Entra dentro!”

Giovanna corse nella stanza del bambino piangendo.

“Esci, Giovanna”

“Sei un maniaco, un pazzo, se ti azzardi ad entrare in questa stanza chiamo la polizia”

“Esci da quella stanza di merda, Giovanna o ti ammazzo, te lo giuro! Ammazzo prima il bambino e poi te!”

Giovanna non trovò la forza di chiamare la polizia e aprì la porta dopo l’ennesima richiesta. “Federico vai a giocare in salotto” gli disse il papà, entrando nella stanza e chiudendo la porta a chiave dietro di sé. “Giovanna, da oggi in poi ci dormi solo tu qua dentro” e si tolse la cintura. “Che stai facendo Enrico?”. “Taci che spaventi il bambino” “Aiutooo” “Shhhhh, devi stare buona”. Visto che non riusciva a smettere di urlare la colpì con un potente pugno in un occhio e quando fu distesa per terra iniziò a colpirla con la cinghia sulle spalle. Giovanna piangeva e si tappava la bocca per non urlare, piangeva e pregava, piangeva, pregava e malediceva la propria nascita.

Da quel giorno e per il resto della quarantena la stanza del bambino diventò la stanza della tortura di Giovanna: ogni giorno una dose di umiliazioni e percosse. “La tua medicina” la chiamava Enrico.

Nella povera donna, il pensiero del suicidio crebbe come un cancro nel proprio cranio. Quei pensieri non la lasciavano mai e avevano ormai preso il posto del sonno. “Andate via”, “andate via da me”, continuava a ripetere sottovoce, e pregava tutti gli dei, qualsiasi cosa purché potesse mettersi in salvo.

Dopo interminabili mesi, quando cessò l’emergenza del virus ed Enrico fu guarito da entrambe le malattie, la coppia tornò ad essere come un tempo, indifferente e ligia al dovere, normale. Ripresero pure ad andare in chiesa, tornarono alla vecchia vita senza violenza, fatta di vuoti. Normale.