Michela Murgia: “De Mita non mi è particolarmente simpatico”. Ed è bufera sui social.

La frase incriminata sarebbe stata pronunciata dalla nota scrittrice durante una vecchia intervista alla festa del libro di Sant’Andrea di Conza…

Speriamo tutti, ovviamente, che non sia vero. Chi può mettere in dubbio la grandezza del Presidente? Di certo non una grande scrittrice come la Murgia a cui va tutta la nostra devozione.

De Luca: “In casa fino all’1 maggio? In Campania aboliamo anche le feste di Natale”.

Vicienzo De Luca torna a colpire. Stavolta, per superare il governo sull’asprezza delle restrizioni, decide di abolire il Natale “fino a nuova ordinanza”. Le misure restrittive di Re Vicienzo stanno facendo parlare tutto il mondo e ormai appare chiaro che l’ex sindaco di Salerno stia aspirando alla poltrona di Primo Ministro.

Irpinia Paranoica vince l'”Aranzulla Award” come miglior sito di satira.

E’ andato ad Irpinia Paranoica il prestigioso premio ideato dal celebre Salvatore Aranzulla e giunto alla sua decima edizione. Il noto tecnico web ha anteposto il suo voto a quello della giuria popolare che vedeva avanti “Socialisti Gaudenti”. Così ha motivato la scelta: “Irpinia Paranoica, seppure contraria, nasce nella terra di Ciriaco De Mita, il grande presidente e segretario della Democrazia Cristiana, di cui il mio prozio era grande estimatore”. Per la cronaca, il premio è stato ritirato dal più importante inviato della pagina satirica, il cittadino originario di Villanova del B., Pippo Franco.

De Mita a De Luca: “Ricordati del nostro patto, ricordati di chi comanda”.

Era molto attesa a Nusco la prima dichiarazione del Grande G riguardo alle decisioni prese dalla Regione Campania. “Vincenzo, ricordati del nostro patto, comando io in Italia e in Campania”. De Luca ha evitato di rispondere e il sindaco di Nusco ha continuato: “A Nusco e in tutta l’Alta Irpinia ci sono io e comando io: non c’è nessun problema. Ad Avellino se la vede Festa e Vicienzo è il padrone di Salerno, non ho nient’altro da dire”. Così ha concluso lu Presidende, sferzante e sibillino, che anche stavolta ci salverà dalle forze avverse.

Vicienzo De Luca si autoproclama Maresciallo d’Italia: “È l’ora delle decisioni irrevocabili”

L’annuncio dell’ex governatore della Campania in diretta streaming. La notizia sta facendo il giro del globo, dalla CNN ad Al Jazeera.
“Prenderò io in mano la situazione” ha dichiarato il Maresciallo, “da oggi in poi è completamente finita per cafoni ed imbecilli”. Più di un comune campano sta festeggiando, in primo piano Cassano Irpino che ha proposto a De Luca di allearsi con la Lega.

“Le novelle della quarantena”, ecco i link di tutti i 14 racconti. Votate il vostro preferito.

Breve considerazione dopo aver pubblicato 14 racconti brevi, uno al giorno, nelle scorse due settimane.
“Il romanzesco è la verità dentro la bugia”. Non esistono modi più efficaci del racconto romanzato per descrivere la realtà, particolarmente efficace in questo periodo storico in cui si scrivono montagne di articoli che parlano di altri articoli che polemizzano su altri articoli per analizzare le critiche su altri articoli. Non ne usciremo mai, così. Invece il racconto, nella menzogna fuori dalla realtà, descrive la verità.

Detto ciò, ecco di seguito i link ai 14 racconti. Votate il vostro preferito condividendo o commentando sulla pagina Facebook.

(Immagine di copertina: Marc Chagall, Sopra la città, 1918, Olio su tela di 56 x 45 cm. Galleria Tretyakov)

GIORNO 1: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/10/le-novelle-della-quarantena/

GIORNO 2: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/11/le-novelle-della-quarantena-allosteria/

GIORNO 3: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/12/le-novelle-della-quarantena-lauto-clandestina-giorno-3/

GIORNO 4: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/13/le-novelle-della-quarantena-il-complotto/

GIORNO 5:https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/14/le-novelle-della-quarantena-un-racconto-al-giorno-giorno-5-lu-lupu/

GIORNO 6: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/15/le-novelle-della-quarantena-hikikomori-giorno-6/

GIORNO 7: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/16/le-novelle-della-quarantena-pomodori/

GIORNO 8: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/17/novelle-della-quarantena-la-ballata-di-mina-rizzo/

GIORNO 9: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/18/le-novelle-della-quarantena-giorno-9/

GIORNO 10: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/19/le-novelle-della-quarantena-giorno-10/

GIORNO 11: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/20/giorno-11-il-gatto/

GIORNO 12: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/21/giorno-12-larte-di-essere-aurelio/

GIORNO 13: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/22/giorno-13-lappartamento-del-padre/

GIORNO 14: https://www.irpiniaparanoica.it/2020/03/23/giono-14-il-musicista-del-titanic/

“Le novelle della quarantena”. Giorno 14. “Il musicista del Titanic”- VIDEORACCONTO

L’ultimo giorno di quarantena è dedicato a coloro i quali, credendosi inizialmente liberi, scoprono che la libertà è irraggiungibile sulla terra.

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Giacomo Buonafede, Matteo Castellino. Musica di Piergiorgio Maria Savarese. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Grazie a tutti coloro i quali hanno partecipato.

Audioracconto

Il musicista del Titanic

Messaggio vocale di Whatsapp: “Immagino che oltre questi tetti ci sia un mare calmo e delle barche ferme nel porticciolo, un ristorante proprio accanto che serve il pesce fresco a tavola. Sento l’odore della pioggia sole dell’imbrunire, da questa finestra primaverile e secca, dove l’aria è ferma, immobile, impolverata. Nemmeno una goccia è caduta negli ultimi mesi. Suono su questo balconcino all’ultimo piano perché so che la mia chitarra potrebbe rendere meno pesante la quarantena ai vecchi che abitano sotto di me e dall’altro lato della strada. La suono anche per te che sei così lontano”.

“I vantaggi della tecnologia” gli rispose Andreas. 

“Ma a chi voglio prendere in giro” pensò tra sé “Io suono solo per, su questa barca che sta affondando, le note ci ricongiungono alle stelle”. 

Javier aveva perso l’attaccamento alla terra da quando non aveva più la preoccupazione della ricerca della felicità. Con la pandemia che stava per mettere fine alla civiltà, l’unica paura era quella del dolore e della catastrofe, una paura molto più sopportabile, molto più distensiva e accomodante. 

Il trauma della massima delusione ricevuta in un momento di massima felicità era il vero trauma, per essere precisi.  Javier era un cherofobico, ogni suo gesto votato al miglioramento di sé o al raggiungimento di una dimensione serena gli recava una irrefrenabile ansia. Era sparita anche quella vergogna per la sua palese omosessualità. Grazie alla fine del mondo poteva essere finalmente se stesso. 

“Ascolta, Andreas, cosa ho scritto per te”.

“Javier, grazie. Spero di rivederti presto”.

Javier Carlos Del Sol era rimasto intrappolato a Salamanca, dove studiava al conservatorio, senza poter far ritorno a Granada. Si era innamorato intanto di Andreas e non poteva vederlo. 

“Andreas, dato che stavolta è la fine davvero della nostra società, io ti chiedo di vederci subito. Vada come vada, tanto da domani non sarà più lo stesso, anche se sono guarito dal Corona Virus e potrò uscire”. 

“Javier non so che dirti, sto qua con Josè…non se n’è ancora andato”.
“Io parto stanotte, sarò lì domani mattina”.

“Va bene, mi inventerò una scusa…ti aspetto…”.

In autostrada, con la chitarra a bordo e delle scorte di alcool e cibo, correva diretto in Andalusia. La radio non faceva altro che aggiornare la conta dei morti, su tutte le frequenze, eccetto una: “Radio Caos”, una nuova radio indipendente. Per cinque ore guidò ipnotizzato dai gruppi di Radio Caos: Joy Division, Pixies, Nick Cave and the Bad Seeds, solo per citarne alcuni.

Arrivato a Granada, parcheggiò in mezzo alla strada -tanto non circolava nessuno-, imbracciò lo strumento e salì al terzo piano del condominio, aveva appena albeggiato. Nel letto consumarono un rapporto e poi Andreas disse: “Dobbiamo raggiungere le colonne d’Ercole”. “Intendi la rocca di Gibilterra? Ma come?”. “Hai abbastanza gas in macchina?”. “Si ma sono le dieci del mattino e io non ho ancora dormito”. “Non preoccuparti, se non ce la fai guido io”. Javier provò ad inventarsi delle scuse ma non riuscì ad aver la meglio sulla sfrenata voglia di fuga di Andreas. 

“Partiamo”.

Lungo la strada Andreas beveva grandissime sorsate da una bottiglia di Jim Beam alternata a birra. Al km 120, quando Javier era giunto allo stremo e voleva fare il cambio al volante, Andreas dormiva come svenuto con la faccia spiaccicata sul finestrino. “Ti prego, svegliati Andreas!”. Gli diede uno schiaffo ma Andreas non si svegliava. In preda al panico Javier pensò che si sarebbe svegliato soltanto quando avesse visto la rocca di Gibilterra. 

“Eccola, Andreas, siamo arrivati”. Il compagno aprì gli occhi e, incantato dalla vista del promontorio aggiunse: “Facciamo questo tratto a piedi e saliamo lassù in cima”.

Con l’energia ritrovata Andreas riuscì anche a sfiancare il proprio corpo nuovamente mangiando un funghetto che aveva in tasca e tirando una striscia di cocaina distesa su una roccia liscia”.

Infine giunsero in cima.

“Qualcuno diceva che eravamo sul promontorio estremo dei secoli, eccolo, Javier”.

“Lo vedo. Lo conoscevo. Ma non l’avevo mai visto”.

“Adesso che cosa immagini che ci sia, oltre il mare?”

“Immagino che ci siano gli stessi errori di sempre. Un’altra terra infelice, perché consapevole di aver paura felicità”.

“In pratica, oltre tutto ciò, ci sei tu. Da oggi in poi torneremo a fantasticare su quello che c’è oltre”.

“Il mondo non ha più confini”

“Si. Ora l’hanno capito tutti. È imperscrutabile quello che c’è oltre il tuo tetto, proprio come questo oceano che si distende ai nostri piedi. Non c’è differenza tra la tua finestra e quest’ampia visione”.

“Affonderemo insieme”.

“Le novelle della quarantena”. Giorno 13. “L’appartamento del padre” – AUDIORACCONTO + VIDEO

Il giorno 13 è dedicato a coloro la cui morte non sarebbe un grave danno per l’opinione pubblica, ai “vecchi”, nella società in cui solo il nuovo ha valore.

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci, Angelo Campolo. Percussioni: Mario Puorro Video: Antonio Melchionno. Immagine di copertina: Luca Tuveri

Audioracconto

L’appartamento del padre

Continuava a radersi la barba ogni mattina per conservare la propria identità, per rispetto di sé, per non dimenticarsi di essere vivo. Si stirava scrupolosamente la camicia e indossava un bel cappello, si lucidava le scarpe, come se tutto fosse normale. Mario continuava a preservare la propria dignità di essere umano nonostante la scomparsa di sua moglie quindici anni prima, nonostante sua figlia non volesse più parlargli. 

“Tesoro, sono io” e lei attaccava. “Tesoro, ti prego, questa volta non attaccare” e lei metteva giù. Era una di quelle che si era costruita una propria vita indipendente a molti chilometri di distanza, in una città del nord Europa, e quasi si vergognava delle proprie origini, ma soprattutto si vergognava del fatto che il padre non avesse fatto abbastanza per tenere in vita sua moglie. Allora Mario si affidò alla segreteria telefonica: “Francesca, sono vecchio. Non ti contatto per irrompere nella tua vita, vorrei soltanto sapere se state bene. Anche se mi odiate, sei sempre mia figlia. Se non posso veder crescere i miei nipoti, almeno dammi qualche notizia di loro. Scusa per il disturbo. Ciao. Papà”. La donna in carriera che era diventata la sua bambina, non gli avrebbe mai risposto.

Anche a pranzo Mario continuava a conservare la propria dignità, non si limitava a sfamarsi, apparecchiava per bene, cucinava con cura e accendeva la tv.

“Sale la conta dei morti in Italia, l’unica buona notizia è che sono quasi tutti vecchi, quindi non c’è nulla da temere”, così apriva il telegiornale. Era una società in cui esistevano solo i giovani, anche se erano la netta minoranza del Paese: una nazione vecchia, debole, stanca e sterile che pensava di essere giovane e forte. 

La quotidianità di Mario era ammirevole. Non avendo più il giornale da leggere, dopo la chiusura di tutte le attività commerciali non essenziali alla sopravvivenza, aveva imparato ad usare il cellulare molto meglio dei ragazzini nativi digitali. Ogni mattina usciva di casa dopo aver letto le notizie e dopo aver fatto colazione con caffellatte, sigaretta e un bicchiere di grappa. Passeggiava, incurante dell’ordinanza di rimanere in casa. Camminava stando attento a non avvicinarsi a nessuno dei tanti giovani che trovava per strada, arroganti e sicuri di sé. A testa alta e con un sorriso fiducioso guardava avanti come se fosse sempre la domenica mattina di un tempo, quando tutti sfoggiavano il vestito più bello prima di andare a messa.

Come faceva a temere la morte lui, che era stato abbandonato anche dai propri figli, che aveva quasi ottant’anni ormai e che sapeva già come sarebbe andata a finire quella storia? Sapeva che sarebbe finita male. Era ormai rimasto il solo a girare senza mascherina e nemmeno ne aveva mai cercata una, consapevole della lotta per la sopravvivenza in corso: si era arrivati al punto che i corrieri le mascherine le prelevavano dai pacchi e le tenevano per sé e per la propria famiglia, consegnandoti la biancheria sporca ben incartata. Non c’era pietà, tantomeno per i vecchi. Se eri vecchio eri già morto, non eri nemmeno nella conta dei morti, eri morto da prima, già da quel momento in cui eri diventato vecchio. 

Mentre Mario camminava tranquillo e ben vestito per le strade della città, si imbatté in un gruppo di giovani seduti su una panchina. Lui non li avrebbe mai giudicati per il solo fatto che stavano lì ma uno di loro lo fermò: “Oh, vecchio, cazzo ci fai per strada? Poi se vi ammalate intasate pure gli ospedali, state creando una bella rottura di coglioni”

“Fra ma che glielo dici a fare? Non lo vedi che è un vecchio rincoglionito? Lascialo stare, anzi allontanati, secondo me è malato!”.

“Si, vai via vecchio, vattene a casa! Cosa c’è? Non sai restare nel tuo appartamento?”

“Noi che siamo cresciuti nell’entroterra dell’Appennino meridionale nel dopoguerra sappiamo bene cos’è la quarantena: è praticamente tutta la nostra infanzia e tutta la nostra giovinezza. Io so cos’è stata la peste del 1630 e l’influenza spagnola del 1919 perché ho letto. Ho mangiato la pasta nera nel dopo guerra e ho imbracciato le armi per difendermi” rispose Mario, ricordandosi che un tempo era anche stato un militare. “A me dispiace per voi” disse accendendosi una sigaretta.  “Non riuscirete a sopportare quello che sta per arrivare. Privilegiati e nati nel disordine non avete voluto mettervi in riga e ora vi toccherà farlo in un modo o nell’altro…io invece me ne andrò felice sapendo che il mondo è ormai abitato da una massa informe di imbecilli”.

“Oh, hai sentito il vecchio?”. Il giovane e grasso rapper con il cappellino e i pantaloni bracaloni, totalmente osceno, gli diede uno spintone. Mario non si mosse di un centimetro. “Eh, no. Non mi sposto. Andate via che sta per piovere, compratevi un ombrello. Non lo sapete che gli ombrelli costano di più quando piove? Compratene uno prima che arrivi il vero maltempo”.

Ricevette un pugno sul naso e il sangue che usciva copiosamente era poco per il vecchio, sorrise guardandoli negli occhi e andò via. Tornò nel suo appartamento per continuare a studiare un libro di grammatica cinese. Chi sarebbe morto prima nella guerra della sopravvivenza?

“Le novelle della quarantena”. Giorno 12. “L’arte di essere Aurelio” – AUDIORACCONTO

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente e Enoch Marrella. Musica di Carmine Ioanna. Immagine di copertina: Luca Tuveri.

Audioracconto

L’arte di essere Aurelio

Mentre i miliardari scappavano all’estero, Aurelio era sempre lì, sotto i portici, con un barattolo di latta in mano, seduto su una cassa piena di effetti personali, come un mutilato appena tornato da una guerra (che era lo stile di vita occidentale): un coltellino svizzero arrugginito, un carillon lasciatogli dalla madre, un biglietto del treno usato, una garza, una vecchia foto sbiadita, un panino comprato con gli spiccioli racimolati, un maglione di lana, un paio di scarpe invernali, un anello, un pacco di tabacco, un accendino. 

Era stato un professore di Filosofia. Aveva insegnato per molti anni in un istituto superiore del suo paese d’origine, nell’Asia centrale. Era arrivato in Italia dopo essere stato licenziato a causa di enormi tagli all’istruzione pubblica, con la promessa, da parte di un suo conoscente, che in Europa sarebbe diventato ricco semplicemente vendendo accendini e sigarette di contrabbando. Non era mai stato così ingenuo da crederci ma cos’altro avrebbe potuto fare? Era dell’opinione che il fato avrebbe premiato i coraggiosi. Il suo vero nome non era Aurelio ma gli alcolizzati di Via Santa Caterina lo chiamavano così, forse per una leggera somiglianza con qualcuno.

La gente si affacciava ai balconi per cantare e per esorcizzare la paura di ammalarsi. Aurelio era ancora lì, seduto sulla cassa. Chiedeva due soldi davanti al supermercato. Le scorte di cibo stavano finendo e lui sorrideva. “Signora, buongiorno, complimenti per il vestito”. “Oh, Dottore, buona giornata, tutto bene? Le auguro il meglio!” ed agitava il barattolo che conteneva ancora soli due euro. “Avvocato! Come la vedo in forma stamattina, prego, prego! Eh, lo so la fila è lunga ma non si scoraggi! Arriverà anche il suo turno!”.

Entravano con le facce tristi, preoccupate, con guanti e mascherine. Uscivano coi carrelli pieni di roba da mangiare per un mese ed Aurelio diceva loro: “Buon appetito signori! Che la sorte sia con voi!”. 

Alle diciotto iniziava il coprifuoco e tutti i negozi dovevano chiudere, Aurelio come sempre andava a sistemarsi sotto i portici di Via Santa Caterina per passare la notte in mezzo ai rifiuti, visto che anche il servizio di nettezza urbana era stato sospeso. Era una fortuna per Aurelio: poteva rovistare in mezzo a tutto quel pattume e ogni volta ci trovava delle cose interessanti: interi piatti di pasta precotta, panini quasi integri, fette di pane fresco, pezzi di formaggio ma anche abbigliamento, oggetti, un pettine, delle bottiglie di plastica vuote utilissime, pezzi di carne, persino del tabacco. Poco importava, anzi nulla, se per i passanti era un alieno, senza cuffie wireless e senza cellulare. Era come se non esistesse per quelli che gli passavano davanti e non poteva avere nessun argomento in comune, e nonostante ciò gli sorrideva sperando in un euro. 

La sua dimora fatta di cartone era adiacente alla Caritas, in modo che potesse andare a rifornirsi di cibo prontamente all’occorrenza: mangiava poco ma era in carne, come tutti i poveri. Quella sera si alzò con i suoi stracci sudici e dignitosi, abituati ai pavimenti, all’asfalto e si avvicinò alla mensa della Caritas: le porte erano sbarrate e fuori un cartello recava la scritta: “Siamo chiusi fino a nuove disposizioni, buona fortuna”. Se l’erano data a gambe anche i volontari cristiani per paura di infettarsi.  Probabilmente la società andava così – pensò Aurelio – “sono dei malthusiani, stanno cercando di ridurre la popolazione mondiale e farla ritornare alla fine del 1700, quando eravamo solo un miliardo. I pezzenti moriranno e i ricchi vivranno nella loro nuova dimora lontana dai centri abitati, saranno i primi ad avere il vaccino ed ogni sorta di assistenza medica. Lo stanno facendo per toglierci di mezzo. Vogliono farci fuori perché facciamo schifo. Non è niente di nuovo, in fondo, stanno semplicemente riscoprendo i prodigi dell’eugenetica nazista. Che crepino i deboli, insomma!”. Con queste riflessioni in corso, tornò nel suo giaciglio e provò a dormire, gonfio di birra calda, comprata con quei quattro soldi che aveva elemosinato. 

“Il corona virus è l’unica cosa normale che è successa nel mondo negli ultimi anni. Normale nel senso che segue la norma del mondo. Li ha costretti all’umiltà: loro che pensavamo di essere la società invincibile, loro che pensavano di essere progrediti, moderni, aperti, solidali, loro i capitalisti che pensavano di vivere in un mondo giusto, sviluppato, globale, stellare, tecnologico. Non sono in grado di cambiare le norme del mondo. Magari sarà un’umiliazione utile, per loro.”

Il freddo, il desiderio di impiccarsi, la puzza, i dolori lancinanti nelle ossa, la tosse, lo stomaco perforato non gli impedirono di addormentarsi come un bambino. Ma un uomo sui trent’anni che passò di lì, cercò di agguantare la birra mentre Aurelio se la teneva in grembo come un bambino. Un calcio nello stomaco ed ebbe ragione l’uomo alto e robusto che gli passò attraverso. Ma quando quella sagoma scura si rese conto che la mensa della Caritas era chiusa anche per lui, iniziò a dare dei forti calci contro le sbarre che chiudevano il passaggio.

“Non ti affaticare” disse Aurelio “pensa a conservare le energie. Cos’hai mangiato oggi? Un panino? Conservati quelle calorie stando fermo, immobile, non muoverti, fai come me. Consumare di meno, lavorare di meno, vivere meglio!”.

L’uomo alto e robusto gli si avvicinò, gli sputò in faccia e se ne andò. “Ah, mondo cane, quando impareranno. Moriranno come le mosche, moriranno” e si addormentò placidamente tra i rifiuti.

Al suo risveglio notò un vuoto ancora più nero: nessuno più camminava per le strade. Forse sopravvivevano soltanto quelli che volevano andarsene da questo mondo, quelli che avevano qualcosa per cui restare sparivano all’improvviso.

“Se il mondo gira, deve passare da qua!” scrisse su un pezzo di cartone, e continuò a vivere.

Un canto sacro firmato Matteo Salvatore.