Storia dell’Italia da Nusco a Hammamet

Recensione apocalittica del film di Gianni Amelio.

Il film di Gianni Amelio, “Hammamet”, ripercorre gli ultimi di vita dell’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, fuggito in Tunisia dopo una condanna definitiva a 10 anni di carcere. Una storia che tutti conoscono, col suo acme davanti all’Hotel Raphael con il celeberrimo lancio delle monetine. L’effetto mediatico fu tale che il pm Di Pietro venne osannato come un vero e proprio Santo (non potevano sapere all’epoca che anche Di Pietro qualche anno dopo sarebbe condannato per aver sottratto dei milioni di euro al suo partito per scopi personali) e Craxi venne additato come Satana in persona. Senza mai nominare il pool di Mani Pulite, il film ne evidenzia le conteaddizioni: “Dicevano che non potevo non sapere” dice lo straordinario Favino/Craxi “e invece gli altri potevano?”.

Amelio mira a commuovere il pubblico quando Craxi appare umiliato sul palco del bagaglino da due comici, su una sedia a rotelle e moribondo. Ma anche nella scena in cui il nipote, su una spiaggia tunisina, ricostruisce con dei soldatini e un aeroplanino, la crisi di Sigonella in cui “gli americani si cacarano sotto”.

Non poteva mancare un riferimento caricaturale all’eterno rivale di Craxi e acerrimo nemico politico Ciriaco De Mita, quando Favino compie magistralmente una imitazione del democristiano di Nusco per bocca del Presidente socialista “anghe gon le nosdre differenze bolidiche, il parlamendo è strumendo…”.

E dunque, partendo da Roma, passando prima per Nusco e poi per Milano, tutto finisce per sempre ad Hammamet: la DC, il PCI, il PSI, l’Italia. Rombano i motori della seconda Repubblica che rinnova il panorama politico con una ventata di “freschezza” e “pulizia” portata da un altro milanese immacolato, Silvio Berlusconi. Vent’anni di berlusconismo e qualcuno è ancora convinto che Bettino Craxi sia stato il primo e l’ultimo ad essere il capo politico di un partito che ha ricevuto finanziamenti illegali da grandi aziende?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Il falò dei drogati

Irpinia, anni ’90. Morivamo letteralmente di freddo e resistevamo pur di portare avanti la tradizione secolare del Sand’Anduono nel nostro paese. Era una lotta contro i demoni che avevamo nei nostri cervelli adolescenti, già paranoici.

I preparativi iniziavano almeno una settimana prima, ci si dividevano le mansioni: l’incaricato per la spesa di piatti, bicchieri di plastica e posate, l’incaricato per le patate da cuocere sotto la cenere, l’incaricato di portare l’impianto per la musica, l’incaricato di portare una damigiana di vino, l’incaricato di fregare il furgone al padre. Tutti eravamo però incaricati di procurarci la legna: bussavamo alle porte di tutti a chiederne, qualche volta ci mandavano al diavolo, altre volte ci davano delle fascine, se ci andava bene, invece, un ceppo. Tutti gli anni la stessa organizzazione, il nostro era un controfalò: c’erano quelli ufficiali che si facevano in piazza, nei vicoli e davanti ai nuovi palazzi post terremoto (uno dei quali lo organizzava proprio mio padre) e poi c’era il falò degli adolescenti disagiati, relegato sotto i ruderi del castello, in una zona buia dove, a quel tempo, le coppiette erano solite andare ad appartarsi e i drogati del paese erano soliti andare a farsi.

Era tutto un rollare di cartine e un lampeggiare di accendini attorno al grande falò, le nostre labbra, già alle nove di sera erano viola a causa di quel vino acido che qualche volta era addirittura mosto. Si squagliavano plance di fumo, si bevevano litri di mosto al gelo, ci si ammalava e ci si impregnava di fumo, i nostri cappotti il giorno dopo erano da buttare a causa delle scintille (le shkattelle) e le nostre madri ci avrebbero rimproverato per giorni e giorni.

L’ultimo anno che facemmo il falò, Marcantonio -il capobanda- aveva litigato con Matuccio la Uardia (il vigile) perché il nostro fuoco non era autorizzato, la festa si stava infatti trasformando in un evento per richiamare i turisti e i falò dovevano rispettare certi standard decisi dal Comune e dovevano essere piazzati soltanto dove diceva il Comune. Non riuscivamo minimamente a comprendere cosa fosse un evento turistico, così facemmo ugualmente il falò con tanto di musica e canne e il resto.

Lo accendemmo con cura, buttando anche i pacchetti di sigarette per fare in modo da ravvivare meglio la fiamma. Avevamo portato tutti una gran quantità di cibo e c’era anche chi stava cuocendo i “cicalucculi” dentro un pentolone, chi il cotechino e chi le salsicce alla brace. Offrivamo un piatto a chiunque passasse di lì, soprattutto ai pazzi del paese, che venivano sistematicamente scacciati dai falò signorili.

Alle dieci e mezza, Carmine correndo ci dà la soffiata: si stava dirigendo verso di noi una pattuglia dei carabinieri. Nel panico generale i più buttavano tutto -canne e residui di eroina- nel fosso, alcuni scappavano con tutta la roba addosso, altri aspettavano lo sguardo decisivo di Marcantonio che aveva chiuso gli occhi. Attendevamo la decisione. Quando Marcantonio riaprì gli occhi, prese la vanga e la infilò nella sabbia sistemata sotto al falò acceso – Io resto qua, chi vuole andarsene se ne vada, questo è il mio fuoco, questo è il mio quartiere, questo è il mio paese-.

“Restiamo anche noi”.

Aspettammo i carabinieri e, quando arrivarono, Marcantonio sorrise e disse: “Marescià, la responsabilità è la mia, il falò l’ho voluto fare io, se volete un bicchiere di vino e brindare con noi riscaldandovi davanti al fuoco, va bene; altrimenti se volete rovinare il sandanduono a voi e pure a noi portateci direttamente in caserma”.

“Marcantò, tranquillo, eravamo passati solo a vedere il falò. Restiamo qua pure noi. Vi dà fastidio? Quando avete finito ce ne andiamo pure noi, altrimenti venite in caserma”.

“Bevete, marescià.” “No, grazie, stiamo qua davanti al fuoco”.

Marcantonio iniziò a cuocere le patate sotto la cenere, con gli occhi lucidi, consapevole che sarebbe stato il suo ultimo falò. La fine di un sogno.

In quanto a noi, le nostre madri ci avrebbero preso con gli zoccoli quando saremmo tornati a casa l’indomani mattina ubriachi sfatti, devastati e fermati dai carabinieri. Si usava dire, all’epoca, quannu mamma m’adda vatti tarantella fine a gghiuornu. E rimanemmo fino all’alba, appena se ne andò il maresciallo ci accendemmo un’altra canna e restammo a guardare la fine dell’ultimo falò della storia che diventava lentamente cenere.

La crisi artistica di Vinicio Capossela

Vinicio Capossela, nato in Germania ma figlio di irpini (padre calitrano e madre andrettese) è cresciuto nella pianura padana reggiana, a Scandiano, tra fabbriche e allevamenti di maiali. Vinicio ebbe un inizio folgorante: il suo primo album “All’una e trentacinque circa” era degno di un nuovo Paolo Conte o di un Tom Waits all’italiana, aveva i presupposti per essere il miglior cantautore italiano di fine secolo. Successivamente continuò ad esprimere il suo talento con le affascinanti atmosfere di “Modì” con tanto di omaggio a Modigliani. Poi “Camera a sud” e “Il ballo di san vito”, il periodo della riscoperta delle proprie origini Kuta Kuta. L’ultimo suo grande album fu “Canzoni a manovella” di ormai vent’anni fa, tra atmosfere TomWaitsiane e circensi sorprendeva ancora il pubblico. Con “Ovunque Proteggi” l’inizio dell’oblio: intellettualismi eccessivi, testi vuoti e carichi di enfasi retorica, musiche sempre più assenti, voce scarica. Deve avergli fatto male il ritorno a Calitri, in alta irpinia, dove forse più che prendere qualcosa per i suoi dischi, si è fatto togliere qualcosa in termini di ispirazione artistica. Voce sussurrante, musica inesistente, monocorde, ripetitiva, assonnante. Probabilmente, il riavvicinamento alle terre dei trerrote e delle vacche podoliche lo ha contagiato con la vera peste: il liscio calitrano, la quadriglia, la valorizzazione dei vecchi del paese, i valloni e le cannazze, li maccaruni cu la carne, frangeschina la calitrana, Sando Canio, la fiera del paese, la sagra della porchetta. Tutto ciò -come se non bastasse- si è ormai coniugato col la trap della bassa Padania targata Young Sigonorino, fenomeno trash del momento su YouTube, visto forse come volano per il successo tra i teenagers rincoglioniti. Nel video di “La peste”, infatti, si associa la totale assenza di musica a un testo scialbo che sarebbe voluto essere una critica verso il mondo social, con un Vinicio -come sempre- senza voce che si abbina a un Signorino che crede davvero di essere un cantante ma non lo è.

Vinicio, torna in Padania, è un appello. Forse la nebbia della bassa padana con i suoi profumi di prosciutti e scarichi industriali era più consona alla tua verve artistica. Il profumo di formaggio e di valorizzazione del territorio altirpino, invece, ti ha portato al declino.

Nasce Podlika, la vodka irpina

La nuova vodka irpina che rispetta la tradizione podolica dei casari coniugandola con la tradizione russa. Quattro tipi di vodka che valorizzano il territorio, rigorosamente BIO, SENZA GLUTINE, SENZA OLIO DI PALMA, SENZA LATTOSIO E VEGAN.

Sarà in vendita sul nostro sito www.irpiniaparanoica.it dal 21 giugno 2020 per inaugurare l’inizio dell’estate.

La storia infinita, film ambientato a Nusco

Il celebre film fantastico del 1984 tratto dal romanzo di Michael Ende ha tutti i connotati per essere stato girato a Nusco, a parte il finale.

Da bambini tutti abbiamo sorriso pensando al drago volante che ci avrebbe salvato, peccato che a Nusco invece il film si sia fermato alla scena della “palude della tristezza”, quando il cavallo Artax muore inghiottito dalle sabbie mobili e Atreju (il nome è stato rubato da Fratelli d’Italia ma in questo contesto non c’entra un cazzo) piange dalla disperazione. Si era recato a trovare Morla, la tartaruga millenaria, in cerca di un posto di lavoro. Morla, che stava lì da tremila anni, non poteva offrirgli più niente e invita il giovane a rinunciare, a rassegnarsi al suo triste destino. Il Nulla infatti, rappresentato dal Capitano, incombe su tutte le terre, anche nelle terre di mezzo e non c’è più scampo.

È in questo esatto momento che si interrompe il parallelismo con Nusco. Il film irpino finisce con la faccia da cazzo di Atreju che guarda le profonde rughe di Morla calmo e beffardo.

La Apple apre a Sant’Angelo dei Lombardi: 80 posti. Pronto il nuovo logo.

E’ successo. La Apple ha deciso di scommettere sul genio santangiolese e così ha aperto una società-satellite proprio in Irpinia, dove dal primo giugno 2019 saranno messi in palio 80 posti a chi si sarà comportato bene durante le elezioni amministrative ed europee del 2019.

Lo fa sapere Tim Cook: “mangio caciocavallo impiccati sin da piccolo e ora che comando solo io sto pensando seriamente di sostituire la mela con un bel provolone di Vallata”.

Irpinia in festa.

Irpinia, pronta la prima Sagra dell’Analfabeta Funzionale

Con un record di un commento ogni 3 secondi senza leggere l’articolo e senza aver capito un cazzo, l’Irpinia si aggiudica il primato della Sagra, la prima al mondo. L’analfabeta funzionale irpino è un prodotto DOCG e si rifà direttamente al fasciogrillismo leghista che va tanto di moda tra gli analfabeti funzionali di tutta Italia. Il fasciopodolico grillista-leghista irpino, ignaro della storia e laureatosi all’università della vita con master all’università della strada, commenta a cazzo e infastidisce ogni discussione costruttiva online inquinando internet e rendendolo di fatto, dannoso.

L’analfabeta funzionale irpino risponde: “e allora De Mita?” perché non ha nessun’altra argomentazione per difendere le coglionate che fanno i fascioleghisti stellati al governo.

Da Ciriaco a Salvini: evoluzione dell’irpino medio.

Anno Domini 2019. L’Apocalisse sembra ormai in dirittura d’arrivo. E invece no, il mondo continua ad evolversi, l’umanità continua a fare cazzate e persino l’Irpinia una volta al secolo cambia di pochi millimetri le proprie posizioni politiche. Mai come ora il termine “politico” si è avvicinato tanto al termine “podolico”: eloquenza da social network, selfie con pane e mortazza e scrivere “bacioni” sui social sono il segreto del successo politico oggi. Il linguaggio è dunque cambiato tanto – siamo passati dal filosofo della magna Grecia (Gianni Agnelli dixit) all’uomo-ruspa della Padania – ma la sostanza rimane la stessa, in quanto permane l’atavico bisogn0 irpino del deus ex machina in grado di compiere il miracolo. Lu Postu, nella gloriosa epoca-epica democratico cristiana, era non solo il miraggio a cui ambivano tutti, ma soprattutto la risoluzione a tutti i problemi della propria vita. Il Grande G (Ciriaco) lo sapeva bene e parlava allo stomaco triviale e semianalfabeta del popolo così come fa ora Salvini. L’immigrato è la causa di tutti i mali nella filosofia salviniana, pertanto la sua eliminazione (fisica o con allontanamento coatto) è la risoluzione facile a tutti i problemi della nostra vita.

L’irpino non ha mai troppo tempo per pensare, è sempre troppo occupato tra una pennichella, un patrone e sotta e una passeggiata dalla villa comunale alla statua del santo patrono; preferisce così mettersi letteralmente nelle mani dell’uomo forte. Che sia Pippo Baudo, Beppe Grillo, Ciriaco De Mita o Matteo Salvini, poco importa. Quel che conta è avvertire quel senso di sicurezza e di tranquillità e di fiducia nel futuro che solo dopo essere stato preso per il culo puoi avvertire. L’irpino medio, come l’italiano medio, ha memoria corta e non ricorda di essere stato considerato “merda mediterranea (Borghezio dixit)” fino a soli tre anni fa. Non ricorda lo slogan “prima il nord”. Non è pienamente consapevole del fatto che i propri figli lavorano o lavoreranno al nord in massa, e che fanno lavori di merda che la gente del nord non vuol fare. Si scaglia con ogni forza contro l’immigrato, con un forte senso di liberazione. Sembrava quasi di non poterlo dire al bar, fino a pochi giorni fa. Ora invece l’uomo podolico può sfogarsi: può dichiarare con orgoglio quello che ha sempre pensato, può scatenare la “belva umana” (Paolo Villaggio dixit) e può finalmente urlare davanti a tutti con convinzione che odia la gente di colore, gli omosessuali, i poveri, gli zingari e i diseredati. Può anche finalmente dire che gli sta sul cazzo sua moglie e che odia le donne, può dire di voler andare a puttane e che vuole ruttare nei bordelli liberi. Finalmente l’uomo podolico ha realizzato l’intimo sogno sotteso di 50 anni di Democrazia Cristiana. Il sogno sottaciuto, il sogno svelato, il sogno trattenuto dal parroco di una volta, ora si scatena nella bestialità podalica leghista, avversa persino alla chiesa. Rimangono, di questa, i riti e le celebrazioni. I matrimoni, i battesimi, le cresime, i cresimoni, i vari manicomi e l’ipocrisia. Rimangono le solite vacche al pascolo, in balia di qualsiasi vento, di qualsiasi padrone, ignare, come sempre, di andare al macello.

 

L.C.

“Allegri che tra poco si muore”, un romanzo dal titolo ottimista per una provincia già morta

di Luigi Capone

Trattasi proprio di un romanzo vivo per una provincia già morta, fuori moda, fuori contesto. Un libro per chi non ha il tempo di leggere dovendo pensare agli stress quotidiani, un libro per sradicati, illusi trasferitisi all’estero o peggio ancora nel nord Italia; un libro per chi, avendo ormai coscienza e conoscenza di sé, varcata la soglia dei 33 anni, non ha paura a mettersi a nudo e a fagocitare mostri che riempiono queste pagine e finalmente era il caso di rendere oggetto di una discussione.

Un’intera estate di presentazioni-spettacolo in Alta Irpinia: tutto ha inizio fuori dall’Irpinia, nell’incantevole cornice di Montecorice nel Cilento, nella terrazza del ristorante di Nigel Lembo tra note blues sotto la luna con Antonio Maiuri e tuffi nel buio. Il tour irpino inizia nella glaciale e piovosa Frigento in luglio, poi Teora tra polemiche e foto nella sala consiliare, Ariano Irpino nella quasi indifferenza dei clienti del bar Irpinia, il gran casino di Villamaina con tanto di jam session e gozzoviglia fino alle cinque del mattino, Trevico con i suoi abitanti paranoici, con la casa della paesologia piena di gente improbabile – ma anche con la casa di Gianni Panzetta e della sua saggezza-, la festa del libro di Sant’Andrea di Conza – paese della birra e della sanità mentale – previa visita alla scala verso il nulla al confine con la Basilicata, lo Sponz Fest di Calitri con il suo vortice di personaggi ed eventi che ci ha risucchiati per giorni interi facendomi finalmente sbucare, quasi sorpreso, di nuovo al nord: in Emilia.

E’ in Emilia Romagna, infatti, che questo romanzo sta spiccando il volo. La prima data, quella del 2 novembre all’Osteria dello Scorpione di Bologna, è stata una performance musicale e recitativa appassionata, quasi irripetibile, un simposio notturno tra note famose e originali, cibo lucano ed emiliano, vino a piacimento.

La data a Modena alla libreria Ubik, dove i piccoli scrittori locali sono accorsi incuriositi e io parlavo non tanto di Irpinia, quanto di solitudine ed isolamento, le cifre del nostro tempo.

Aspettando ancora a Bologna la data del 10 agosto alla Confraternita dell’Uva (titolo evocativo preso da un libro di John Fante), il romanzo andrà a passare le vacanze di Natale al sud, vicino all’Irpinia, un pò più giù, ad Eboli, laddove Cristo non si è fermato e noi si, il 27 DICEMBRE AL BAR RIFRULLO, ORE 20.30. Sarà uno spettacolo sulla falsariga di quello allo Sponz Fest ma arricchito di nuovi spunti natalizi e non solo. La formazione al completo sarà: Luigi Capone e Francesco Prudente – voci narranti; Giulio Lardieri – basso elettrico melodioso; Enzo Perna – chitarra elettrica disturbata.

E’ un libro emigrante, che torna a casa a Natale e poi anche ad agosto. Quale miglior modo per ritrovarsi ubriachi sotto la neve e respirare l’aria del sud, quell’aria tante volte maledetta ma di cui bisogna nutrirsi di tanto in tanto, come un veleno, a piccole dosi ma intensamente.

 

Recensione di Giovanni Iozzoli: 

Il romanzo è in vendita al seguente link: 

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