“Le novelle della quarantena”. Giorno 13. “L’appartamento del padre” – AUDIORACCONTO + VIDEO

Il giorno 13 è dedicato a coloro la cui morte non sarebbe un grave danno per l’opinione pubblica, ai “vecchi”, nella società in cui solo il nuovo ha valore.

Testo di Luigi Capone. Voci di Francesco Prudente, Angelo Rizzo, Bruno Ricci, Angelo Campolo. Percussioni: Mario Puorro Video: Antonio Melchionno. Immagine di copertina: Luca Tuveri

Audioracconto

L’appartamento del padre

Continuava a radersi la barba ogni mattina per conservare la propria identità, per rispetto di sé, per non dimenticarsi di essere vivo. Si stirava scrupolosamente la camicia e indossava un bel cappello, si lucidava le scarpe, come se tutto fosse normale. Mario continuava a preservare la propria dignità di essere umano nonostante la scomparsa di sua moglie quindici anni prima, nonostante sua figlia non volesse più parlargli. 

“Tesoro, sono io” e lei attaccava. “Tesoro, ti prego, questa volta non attaccare” e lei metteva giù. Era una di quelle che si era costruita una propria vita indipendente a molti chilometri di distanza, in una città del nord Europa, e quasi si vergognava delle proprie origini, ma soprattutto si vergognava del fatto che il padre non avesse fatto abbastanza per tenere in vita sua moglie. Allora Mario si affidò alla segreteria telefonica: “Francesca, sono vecchio. Non ti contatto per irrompere nella tua vita, vorrei soltanto sapere se state bene. Anche se mi odiate, sei sempre mia figlia. Se non posso veder crescere i miei nipoti, almeno dammi qualche notizia di loro. Scusa per il disturbo. Ciao. Papà”. La donna in carriera che era diventata la sua bambina, non gli avrebbe mai risposto.

Anche a pranzo Mario continuava a conservare la propria dignità, non si limitava a sfamarsi, apparecchiava per bene, cucinava con cura e accendeva la tv.

“Sale la conta dei morti in Italia, l’unica buona notizia è che sono quasi tutti vecchi, quindi non c’è nulla da temere”, così apriva il telegiornale. Era una società in cui esistevano solo i giovani, anche se erano la netta minoranza del Paese: una nazione vecchia, debole, stanca e sterile che pensava di essere giovane e forte. 

La quotidianità di Mario era ammirevole. Non avendo più il giornale da leggere, dopo la chiusura di tutte le attività commerciali non essenziali alla sopravvivenza, aveva imparato ad usare il cellulare molto meglio dei ragazzini nativi digitali. Ogni mattina usciva di casa dopo aver letto le notizie e dopo aver fatto colazione con caffellatte, sigaretta e un bicchiere di grappa. Passeggiava, incurante dell’ordinanza di rimanere in casa. Camminava stando attento a non avvicinarsi a nessuno dei tanti giovani che trovava per strada, arroganti e sicuri di sé. A testa alta e con un sorriso fiducioso guardava avanti come se fosse sempre la domenica mattina di un tempo, quando tutti sfoggiavano il vestito più bello prima di andare a messa.

Come faceva a temere la morte lui, che era stato abbandonato anche dai propri figli, che aveva quasi ottant’anni ormai e che sapeva già come sarebbe andata a finire quella storia? Sapeva che sarebbe finita male. Era ormai rimasto il solo a girare senza mascherina e nemmeno ne aveva mai cercata una, consapevole della lotta per la sopravvivenza in corso: si era arrivati al punto che i corrieri le mascherine le prelevavano dai pacchi e le tenevano per sé e per la propria famiglia, consegnandoti la biancheria sporca ben incartata. Non c’era pietà, tantomeno per i vecchi. Se eri vecchio eri già morto, non eri nemmeno nella conta dei morti, eri morto da prima, già da quel momento in cui eri diventato vecchio. 

Mentre Mario camminava tranquillo e ben vestito per le strade della città, si imbatté in un gruppo di giovani seduti su una panchina. Lui non li avrebbe mai giudicati per il solo fatto che stavano lì ma uno di loro lo fermò: “Oh, vecchio, cazzo ci fai per strada? Poi se vi ammalate intasate pure gli ospedali, state creando una bella rottura di coglioni”

“Fra ma che glielo dici a fare? Non lo vedi che è un vecchio rincoglionito? Lascialo stare, anzi allontanati, secondo me è malato!”.

“Si, vai via vecchio, vattene a casa! Cosa c’è? Non sai restare nel tuo appartamento?”

“Noi che siamo cresciuti nell’entroterra dell’Appennino meridionale nel dopoguerra sappiamo bene cos’è la quarantena: è praticamente tutta la nostra infanzia e tutta la nostra giovinezza. Io so cos’è stata la peste del 1630 e l’influenza spagnola del 1919 perché ho letto. Ho mangiato la pasta nera nel dopo guerra e ho imbracciato le armi per difendermi” rispose Mario, ricordandosi che un tempo era anche stato un militare. “A me dispiace per voi” disse accendendosi una sigaretta.  “Non riuscirete a sopportare quello che sta per arrivare. Privilegiati e nati nel disordine non avete voluto mettervi in riga e ora vi toccherà farlo in un modo o nell’altro…io invece me ne andrò felice sapendo che il mondo è ormai abitato da una massa informe di imbecilli”.

“Oh, hai sentito il vecchio?”. Il giovane e grasso rapper con il cappellino e i pantaloni bracaloni, totalmente osceno, gli diede uno spintone. Mario non si mosse di un centimetro. “Eh, no. Non mi sposto. Andate via che sta per piovere, compratevi un ombrello. Non lo sapete che gli ombrelli costano di più quando piove? Compratene uno prima che arrivi il vero maltempo”.

Ricevette un pugno sul naso e il sangue che usciva copiosamente era poco per il vecchio, sorrise guardandoli negli occhi e andò via. Tornò nel suo appartamento per continuare a studiare un libro di grammatica cinese. Chi sarebbe morto prima nella guerra della sopravvivenza?

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