“Salvino me pare Franga ‘Rmino” l’intervista esclusiva a zi Peppo

“Salvino me pare Franga ‘Rmino come face la politica” questa la dichiarazione shock del nostro intervistato, zi Peppo da Lioni. Il paesologo e il padanologo hanno in comune le secessioni, rispettivamente dell’Irpinia d’Oriente e della Padania, l’amore per i selfie, per i social e per l’essere idolatrati da fan devoti e sottomessi. Dal comizio con le pecore di Franga ‘Rmino al comizio con le vacche di Salvino il passo è breve. L’irpinissimo bisaccesissimo Franga ‘Rmino è sicuramente un precursore del successo sovranità della Lega. Anche stavolta, i geni ce li abbiamo tutti in Irpinia e tutto inizia, sempre, e muore anche, in Irpinia.

“Rifondare la Democrazia Cristiana per la 174esima volta”, il futuro parte da Avellino.

Stavolta potrebbe essere la volta buona. La lista dovrebbe chiamarsi “Crociati Restauratori Irpini” (sigla CRI, come la Croce Rossa). Tra i fiori all’occhiello del programma innovativo c’è Nusco capoluogo di provincia e una ristrutturazione della regione che vede Napoli e Salerno declassate finalmente a porti di Avellino capoluogo di regione e prossima Capitale d’Italia. I valori cattolici cristiani moderati al gendro. Solo famiglie tradizionali e lavori impiegatizi statali, così dovrà essere la nuova società.

Si attendono le liste dei candidati che parteciperanno alle prossime elezioni politiche, non appena cadrà il governo Conte grazie alla vittoria del Capitano in Emilia Romagna.

Fiaccolata per Salvini, l’Irpinia scende in campo per influenzare il voto in Emilia

3000 irpini in processione per omaggiare il Capitano, in digiuno e scalzi con le fiaccole per pregare per la vittoria della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania in Emilia Romagna. Il tafazzismo irpino, ovvero la moda di darsi le martellate sulle palle, si rinnova con questa nuova trovata e c’è anche chi grida il miracolo, chi giura di essere ringiovanito dopo aver baciato un selfie di Salvini su Facebook.

Storia dell’Italia da Nusco a Hammamet

Recensione apocalittica del film di Gianni Amelio.

Il film di Gianni Amelio, “Hammamet”, ripercorre gli ultimi di vita dell’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, fuggito in Tunisia dopo una condanna definitiva a 10 anni di carcere. Una storia che tutti conoscono, col suo acme davanti all’Hotel Raphael con il celeberrimo lancio delle monetine. L’effetto mediatico fu tale che il pm Di Pietro venne osannato come un vero e proprio Santo (non potevano sapere all’epoca che anche Di Pietro qualche anno dopo sarebbe condannato per aver sottratto dei milioni di euro al suo partito per scopi personali) e Craxi venne additato come Satana in persona. Senza mai nominare il pool di Mani Pulite, il film ne evidenzia le conteaddizioni: “Dicevano che non potevo non sapere” dice lo straordinario Favino/Craxi “e invece gli altri potevano?”.

Amelio mira a commuovere il pubblico quando Craxi appare umiliato sul palco del bagaglino da due comici, su una sedia a rotelle e moribondo. Ma anche nella scena in cui il nipote, su una spiaggia tunisina, ricostruisce con dei soldatini e un aeroplanino, la crisi di Sigonella in cui “gli americani si cacarano sotto”.

Non poteva mancare un riferimento caricaturale all’eterno rivale di Craxi e acerrimo nemico politico Ciriaco De Mita, quando Favino compie magistralmente una imitazione del democristiano di Nusco per bocca del Presidente socialista “anghe gon le nosdre differenze bolidiche, il parlamendo è strumendo…”.

E dunque, partendo da Roma, passando prima per Nusco e poi per Milano, tutto finisce per sempre ad Hammamet: la DC, il PCI, il PSI, l’Italia. Rombano i motori della seconda Repubblica che rinnova il panorama politico con una ventata di “freschezza” e “pulizia” portata da un altro milanese immacolato, Silvio Berlusconi. Vent’anni di berlusconismo e qualcuno è ancora convinto che Bettino Craxi sia stato il primo e l’ultimo ad essere il capo politico di un partito che ha ricevuto finanziamenti illegali da grandi aziende?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Il falò dei drogati

Irpinia, anni ’90. Morivamo letteralmente di freddo e resistevamo pur di portare avanti la tradizione secolare del Sand’Anduono nel nostro paese. Era una lotta contro i demoni che avevamo nei nostri cervelli adolescenti, già paranoici.

I preparativi iniziavano almeno una settimana prima, ci si dividevano le mansioni: l’incaricato per la spesa di piatti, bicchieri di plastica e posate, l’incaricato per le patate da cuocere sotto la cenere, l’incaricato di portare l’impianto per la musica, l’incaricato di portare una damigiana di vino, l’incaricato di fregare il furgone al padre. Tutti eravamo però incaricati di procurarci la legna: bussavamo alle porte di tutti a chiederne, qualche volta ci mandavano al diavolo, altre volte ci davano delle fascine, se ci andava bene, invece, un ceppo. Tutti gli anni la stessa organizzazione, il nostro era un controfalò: c’erano quelli ufficiali che si facevano in piazza, nei vicoli e davanti ai nuovi palazzi post terremoto (uno dei quali lo organizzava proprio mio padre) e poi c’era il falò degli adolescenti disagiati, relegato sotto i ruderi del castello, in una zona buia dove, a quel tempo, le coppiette erano solite andare ad appartarsi e i drogati del paese erano soliti andare a farsi.

Era tutto un rollare di cartine e un lampeggiare di accendini attorno al grande falò, le nostre labbra, già alle nove di sera erano viola a causa di quel vino acido che qualche volta era addirittura mosto. Si squagliavano plance di fumo, si bevevano litri di mosto al gelo, ci si ammalava e ci si impregnava di fumo, i nostri cappotti il giorno dopo erano da buttare a causa delle scintille (le shkattelle) e le nostre madri ci avrebbero rimproverato per giorni e giorni.

L’ultimo anno che facemmo il falò, Marcantonio -il capobanda- aveva litigato con Matuccio la Uardia (il vigile) perché il nostro fuoco non era autorizzato, la festa si stava infatti trasformando in un evento per richiamare i turisti e i falò dovevano rispettare certi standard decisi dal Comune e dovevano essere piazzati soltanto dove diceva il Comune. Non riuscivamo minimamente a comprendere cosa fosse un evento turistico, così facemmo ugualmente il falò con tanto di musica e canne e il resto.

Lo accendemmo con cura, buttando anche i pacchetti di sigarette per fare in modo da ravvivare meglio la fiamma. Avevamo portato tutti una gran quantità di cibo e c’era anche chi stava cuocendo i “cicalucculi” dentro un pentolone, chi il cotechino e chi le salsicce alla brace. Offrivamo un piatto a chiunque passasse di lì, soprattutto ai pazzi del paese, che venivano sistematicamente scacciati dai falò signorili.

Alle dieci e mezza, Carmine correndo ci dà la soffiata: si stava dirigendo verso di noi una pattuglia dei carabinieri. Nel panico generale i più buttavano tutto -canne e residui di eroina- nel fosso, alcuni scappavano con tutta la roba addosso, altri aspettavano lo sguardo decisivo di Marcantonio che aveva chiuso gli occhi. Attendevamo la decisione. Quando Marcantonio riaprì gli occhi, prese la vanga e la infilò nella sabbia sistemata sotto al falò acceso – Io resto qua, chi vuole andarsene se ne vada, questo è il mio fuoco, questo è il mio quartiere, questo è il mio paese-.

“Restiamo anche noi”.

Aspettammo i carabinieri e, quando arrivarono, Marcantonio sorrise e disse: “Marescià, la responsabilità è la mia, il falò l’ho voluto fare io, se volete un bicchiere di vino e brindare con noi riscaldandovi davanti al fuoco, va bene; altrimenti se volete rovinare il sandanduono a voi e pure a noi portateci direttamente in caserma”.

“Marcantò, tranquillo, eravamo passati solo a vedere il falò. Restiamo qua pure noi. Vi dà fastidio? Quando avete finito ce ne andiamo pure noi, altrimenti venite in caserma”.

“Bevete, marescià.” “No, grazie, stiamo qua davanti al fuoco”.

Marcantonio iniziò a cuocere le patate sotto la cenere, con gli occhi lucidi, consapevole che sarebbe stato il suo ultimo falò. La fine di un sogno.

In quanto a noi, le nostre madri ci avrebbero preso con gli zoccoli quando saremmo tornati a casa l’indomani mattina ubriachi sfatti, devastati e fermati dai carabinieri. Si usava dire, all’epoca, quannu mamma m’adda vatti tarantella fine a gghiuornu. E rimanemmo fino all’alba, appena se ne andò il maresciallo ci accendemmo un’altra canna e restammo a guardare la fine dell’ultimo falò della storia che diventava lentamente cenere.

La crisi artistica di Vinicio Capossela

Vinicio Capossela, nato in Germania ma figlio di irpini (padre calitrano e madre andrettese) è cresciuto nella pianura padana reggiana, a Scandiano, tra fabbriche e allevamenti di maiali. Vinicio ebbe un inizio folgorante: il suo primo album “All’una e trentacinque circa” era degno di un nuovo Paolo Conte o di un Tom Waits all’italiana, aveva i presupposti per essere il miglior cantautore italiano di fine secolo. Successivamente continuò ad esprimere il suo talento con le affascinanti atmosfere di “Modì” con tanto di omaggio a Modigliani. Poi “Camera a sud” e “Il ballo di san vito”, il periodo della riscoperta delle proprie origini Kuta Kuta. L’ultimo suo grande album fu “Canzoni a manovella” di ormai vent’anni fa, tra atmosfere TomWaitsiane e circensi sorprendeva ancora il pubblico. Con “Ovunque Proteggi” l’inizio dell’oblio: intellettualismi eccessivi, testi vuoti e carichi di enfasi retorica, musiche sempre più assenti, voce scarica. Deve avergli fatto male il ritorno a Calitri, in alta irpinia, dove forse più che prendere qualcosa per i suoi dischi, si è fatto togliere qualcosa in termini di ispirazione artistica. Voce sussurrante, musica inesistente, monocorde, ripetitiva, assonnante. Probabilmente, il riavvicinamento alle terre dei trerrote e delle vacche podoliche lo ha contagiato con la vera peste: il liscio calitrano, la quadriglia, la valorizzazione dei vecchi del paese, i valloni e le cannazze, li maccaruni cu la carne, frangeschina la calitrana, Sando Canio, la fiera del paese, la sagra della porchetta. Tutto ciò -come se non bastasse- si è ormai coniugato col la trap della bassa Padania targata Young Sigonorino, fenomeno trash del momento su YouTube, visto forse come volano per il successo tra i teenagers rincoglioniti. Nel video di “La peste”, infatti, si associa la totale assenza di musica a un testo scialbo che sarebbe voluto essere una critica verso il mondo social, con un Vinicio -come sempre- senza voce che si abbina a un Signorino che crede davvero di essere un cantante ma non lo è.

Vinicio, torna in Padania, è un appello. Forse la nebbia della bassa padana con i suoi profumi di prosciutti e scarichi industriali era più consona alla tua verve artistica. Il profumo di formaggio e di valorizzazione del territorio altirpino, invece, ti ha portato al declino.

Nasce Podlika, la vodka irpina

La nuova vodka irpina che rispetta la tradizione podolica dei casari coniugandola con la tradizione russa. Quattro tipi di vodka che valorizzano il territorio, rigorosamente BIO, SENZA GLUTINE, SENZA OLIO DI PALMA, SENZA LATTOSIO E VEGAN.

Sarà in vendita sul nostro sito www.irpiniaparanoica.it dal 21 giugno 2020 per inaugurare l’inizio dell’estate.