GigioneMercogliano

Essere Gigione : della grazia, del tedio e della morte (soprattutto) del vivere in provincia

Movieplex di Mercogliano, proiezione di Essere Gigione, sala abbastanza piena, molti fans del Bruce Springsteen di Boscoreale.
Il documentario è incentrato sulla figura e sulla vita incredibile di Gigione ma a ben vedere l’occhio del regista sannita Valerio Vestoso si gira intorno e cerca di capire soprattutto altro. E cioè, come mai questo anziano signore dell’ hinterland napoletano colleziona centinaia di serate all’ anno e ha ipnotizzato ampie fette di pubblico delle terre podoliche, Irpinia in testa, con testi e melodie semplici semplici? Perché Gigione, nonostante non abbia una cultura eccelsa è un uomo scaltro, ha capito moltissimo dell’ uomo podolico. All’ uomo semplice ha proposto cose semplici, un po’ di religiosità terra terra (che è la religiosità popolare, il culto dei santi, la figura della Madonna, l’ adorazione per un Papa pop come Bergoglio), un mare di allusioni sessuali e il gioco è fatto.

La prima parte è incentrata sul ritratto dello chansonnier vesuviano, che emerge anche dalle parole estasiate della sua crew di musicisti. Per i suoi collaboratori Gigione è un Dio in terra e ha rivoluzionato la musica italiana. Il fenomeno Gigione viene sviscerato in tutte le sue sfaccettature, nel rapporto con il pubblico, nelle TV private, persino a tavola con la famiglia. Non c’ é mai spazio per attimi privati, anche con la sua famiglia non esiste Luigi Ciaravola, esiste solo Gigione, la pianificazione di serate, prove, una vita intensissima. Nella seconda parte il lavoro di Vestoso spicca il volo e indugia su tutto ciò che gira intorno a Gigione e al suo popolo. Spicca la provincia delle contrade, dei piccoli borghi centromeridionali nei dì di festa, il piccolo indotto economico degli stand gastronomici, il tripudio di caciocavalli impiccati, di salsicce arrostite, di zucchero filato.

Ovviamente, passato Gigione, passata la festa, la comunità si dissolve e i paesi tornano alla quotidianità noiosa e ai loro spazi vuoti. In questo momento del documentario emerge l’ uomo podolico, con la sua faccia di creta, con le sue rughe, i sorrisi sdentati e la donna podolica, con il suo trucco pesante, l’ abbigliamento esagerato e i suoi tacchi vorticosi. Un popolo, quello della terra dell’ osso, dimenticato, silenzioso, abbandonato dalle istituzioni e che probabilmente sarà determinante per stabilire il vincitore delle prossime elezioni. Un popolo conservatore, democristiano, che non ha molto, sogna Lu Postu e spende il suo tempo libero esaltandosi con le melodie di Luigi Ciaravola di Boscoreale, in arte Gigione.

 

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Il grande silenzio del piccolo paese

Non siamo a Dogville, siamo in altirpinia. Nessuno pensava che potesse succedere, nessuno. Lo sapevano tutti. Ma quando accadde fu come se tutti cadessero dalle nuvole. Spuntarono a uno a uno e si dileguarono presto. Restai io a vegliare sulla panoramica triste, buia e senza senso costruita coi soldi pubblici da dare a chissà quale architetto, appena inaugurata e già maledetta, dove si era consumato l’ennesimo suicidio. Se fossimo stati a Dogville prima o poi sarebbe arrivato il giustiziere e avrebbe fatto fuori tutti. In altirpinia invece non c’erano giustizieri. Spuntò fuori la notizia che il Grande G voleva ricandidarsi alla Camera dei Deputati all’età di 90 anni e dopo quasi altrettanti passati in politica.         Era appena iniziata la scuola, erano appena svaniti i fumi alcolici estivi misti a salsedine unta di fogna, sabbia del colore delle cicche di sigarette e ombrelloni dei gelati messi a cazzo davanti alle auto col radiatore in fiamme per i 200 km di autostrada fatti in coda sotto il sole.

Nel piccolo paese erano ancora in festa. C’era qualche cerimonia assurda ancora da celebrare. Forse c’era una serata con Gigione in qualche paese dal nome altrettanto assurdo. I cosiddetti giovani stavano andando ad affollare le città del nord per cercare di diventare ricchi facendo finta di studiare in un’università prestigiosa coi risparmi dei genitori e i trentenni invece andavano nelle stesse città cercando di insegnare nelle scuole, unico collocamento possibile in una desolazione lavorativa come la nostra. Perché la gente continuava ad ammazzarsi? Era questa la domanda che si facevano increduli gli abitanti del villaggio. Come se non fosse ovvio, come se non sapessero la risposta, come se non sapessero di essere dei morti ambulanti. “Spero che la morte mi trovi vivo”, disse un tale. Ebbene con questi qua la morte non avrebbe dovuto fare una gran fatica, avrebbe solo dovuto deporre le loro ceneri in una bara.

Io coi miei problemi di sfratto in una fottuta città del nord, io con mio padre all’ospedale giù al sud, io coi miei amici morti di pena, io coi miei pensieri in testa, in cancrena. Cercavo di lottare. Col mio posto di lavoro super precario. Non c’era una sola cosa destinata a durare. Sapevo che non sarebbe finita bene per uno come me -ma nemmeno per il cazzo – però continuavo a lottare. Questa era la differenza tra me e tutti gli altri. Avevo bisogno di chiamare quel mio amico. Ma non c’era più. Dovevo disabituarmi a pensare che in ogni momento avrei potuto chiamarlo perché non c’era più. Mi ero almeno abituato all’idea che non avrei mai potuto farcela nella vita e ciò mi andava bene lo stesso. Ogni giorno, in ogni caso, mi trovavo di fronte a una scelta. La mia libertà consisteva nel fatto che in entrambi i casi mi sarei trovato bene. Nella merda, nell’inferno, nel paradiso o tra le stelle. Mi sarei trovato bene lo stesso. Questo è quello che accade quando non hai più sogni. Muori. E tiri avanti. Ma alcuni preferiscono farla finita del tutto, anche fisicamente, per essere coerenti.  Noi non siamo coerenti, viviamo nel paradosso della nostra esistenza. La vita è solo una botta di culo nel caos, per chi ce l’ha. La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte. Come diceva Celine.

Fine.

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Incredibile. Scienziati provano l’esistenza di San Mango sul Calore.

La notizia arriva direttamente dal CERN di Ginevra, dove sotto sollecitazione di G.F., irpino emigrato in svizzera negli anni ’80, era partita nel ’94 la ricerca per  l’individuazione di forme di vita a San Mango.

Il Cern ha infatti elaborato un sofisticatissimo rilevatore di particelle che attraverso una lunga serie di prove oggi è arrivato ad individuare ben quattro abitanti a San Mango, compreso il sindaco.

Le indagini continuano e la NASA è talmente incuriosita che sta pensando di mandare una sonda a San Mango, rinominato GrandeGRK4XALFA02,  sfruttando l’attrazione gravitazionale di Chiusano.

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GIGIONE BATTE ANCHE I COLDPLAY (VIDEO E FOTO)

Nella serata di ieri il noto artista di Boscoreale (NA), detto anche “il Bob Dylan dell’entroterra irpino”, si è esibito in concerto con i Coldplay ad Avellino, nella splendida cornice del cantiere bloccato sui ruderi di Piazza Castello.

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Non c’è stata storia: il gruppo pop britannico per ragazzini smidollati non ha retto all’onda travolgente di brani come Giovanna minigonna, ‘A campagnola, Te piace ‘o gelatino, l’inossidabile Trapanarella e l’irresistibile ‘O ballo r’o cavallo. La folla in delirio avrebbe snobbato la band inglese mettendosi in coda invece per avere un autografo di Luigi Ciaravola, 69 anni portati alla grande. Coldplay battuti e umiliati. Se ne tornino in Inghilterra. Trionfo per Gigione che vede un SOLD OUT anche stasera a San Michele di Serino, da non perdere. Lo aspettiamo stasera da solo (e chi se ne frega dei Coldplay) a San Michele di Serino per un’altra serata storica.

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Il 12 marzo 2017 sarà di nuovo sul palco insieme ai Coldplay a Casalnuovo di Napoli per dare l’ennesima lezione di musica ai bimbiminkia senza carisma che ascoltano pop moscio inglese. “Coldplay are for boys, Gigione is for men” come si leggeva sopra ad uno striscione ad Avellino.

Il mito di Gigione, con il quale siamo cresciuti oltre ad averci regalato ricordi indimenticabili, alla fine della serata ci ha anche concesso un meraviglioso video per salutare i fan di Irpinia Paranoica, che vi proponiamo qui sotto. Per fortuna esistono ancora artisti del genere. Stasera è d’obbligo andare a San Michele di Serino, saremo tempestivi sugli aggiornamenti.

 

 

 

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L’allucinazione dei caciocavalli galleggianti – VIDEO

L’Irpinia è una terra di provoloni e psicofarmaci. Di visioni oniriche e incubi. Di anime galleggianti, sospese a mezz’aria tra il bosco e i cavi dell’elettrodotto. Una terra troppo piena di eternit e ciarpame, troppo spoglia di occasioni, di speranze e di creatività. Nel video che vi proponiamo, “Irpinia I dream of you” di Alex Dragulescu (2007), l’Irpinia viene finalmente ripulita da trentasei anni di orrenda edilizia post terremoto e viene ridotto a un’essenza metafisica. Selva e caciocavalli. Caciocavalli che non sembrano provenire dalle mucche ma dall’aria. La visione onirica di Dragulescu si spinge anche oltre, proponendo un’Irpinia ancestrale, quella dell’inizio dei tempi. Niente disboscamenti a favore di campi di grano e pale eoliche ma selve incontaminate, boschi, verde pastello che riempie tutto. Niente mitizzazioni stile Vinicio Capossela, niente campi di grano e treni. Niente presuntuose velleità turistiche. Niente impiccati. Niente paesi morti, i paesi sono totalmente assenti.  Potremmo scavare anche oltre e riconoscere in quelle teste di caciocavalli le teste degli irpini assopiti, sonnecchianti, sempre in ferie, sedati e trasognanti. Potremmo riconoscere in quelle pance di caciocavallo la pancia dell’irpino con lo stipendio, con un lavoro blando, una vita quasi nulla, la testa nel pallone. Il provolone che viaggia nello spazio. L’abisso siderale dei formaggi e dei pecoroni, dei vitelloni immersi in un assordante silenzio pre industriale.

Dragulescu, insomma, prima di rappresentare l’Irpinia ha cancellato tutto, e così siamo rimasti soltanto noi. Quelli che emigrano, quelli che dormono, quelli che non ci sono più. Godetevi questo video e rilassatevi. Relax and watch.

Audio by Populous
http://www.cablecorp.it/
Visuals by Alex Dragulescu

 

CoppiBartali

Il Giro d’Irpinia e il treno dei desideri

11 maggio 2016. Torna a passare il Giro d’Italia, per la terra del mihannocostrettoapassarediqui. La terra del mai in cima alle classifiche e mai troppo in basso in modo da darsi una spinta dal fondo per risalire.  Eccoci qui. Attraversate l’Ofantina, ciclisti. Fate vedere i nostri paesaggi su Raitre. Magari asfalteranno qualche tratto nella notte apposta per il vostro passaggio. La terra dell’anonimato e della mediocrità che passa inosservata, delle ville degli svizzeri in campagna. La terra il cui unico primato è quello dei suicidi nel centro-sud. Non c’è niente di esaltante da dire e in effetti potrei chiudere qui questo articolo.

Però l’Irpinia forse qualche (quasi) primato ce l’ha. A parte i suicidi, siamo anche una delle poche zone non turistiche d’Italia. Nello stesso tempo siamo una delle zone che più cerca di pubblicizzarsi sui media mentendo con Photoshop e deludendo gli eventuali avventori malcapitati qui.  Qui si è sempre in attesa che passi qualcuno a ritrovarci e salvarci. La Valle del Sele. Una conca umida, una fossa paludosa, ricca d’acqua, povera di luce solare e di allegria. Ricca anche di cemento armato. Caposele si vanta addirittura di avere la prima casa in cemento armato d’Italia. Materdomini, la speranza di un turismo da pellegrinaggio che cerca di raggiungere i fasti di San Giovanni Rotondo, senza competizione. Un santuario che sembra un centro commerciale. Calabritto e la speranza che Quaglietta diventi Capri.

Lioni-Sant’Angelo, i luoghi della burocrazia e dei commercianti, che si stringono intorno alla speranza che Rosetta D’Amelio possa diventare la loro Musa. La loro eroina. La continuatrice dell’opera di colonizzazione feudale attuata da Ciriaco De Mita per mezzo secolo. Dalla DC al PD. Intanto De Mita sopravvive ed è il super sindaco del Progetto Pilota (cioè di quasi mezza provincia).

Calitri non è in Irpinia, non è in alta irpinia. Forse è in Calitricata, da qualche parte vicino Potenza. Proprio quello lì secondo gli esperti dovrebbe essere il volano per il turismo irpino, un posto che non è in Irpiniaq, che ha un discreto centro storico quasi del tutto disabitato dove puoi entrare nelle case e fare le foto ai cappotti appesi agli attaccapanni dal 1980. Le scritte ignoranti sui muri della nuova gioventù. Come l’Irpinia, è uno storico feudo di De Mita e della DC, ma anche la Basilicata.

L’altro luogo generalmente individuato come potenzialmente turistico, Laceno, completamente abbandonato e in sgretolamento. L’hotel diroccato sul lago morente, le mucche smarrite, la neve (poca), una seggiovia da film horror. Atmosfere da Shining di Kubrick.

Cairano, invece, ha un grande uomo di spettacolo dalla sua parte, Franco Dragone, peccato che nessuno se ne sia accorto, nemmeno i cairanesi, tant’è che a parte i giardini fioriti l’estate turistica del paese della rupe è pressoché inesistente. Resistiamo noi che andiamo al bar di ‘Ngiulino. Quello si.

Chissà se oggi i novantotto operai dell’area industriale di Nusco, prossimi al licenziamento, saluteranno i ciclisti mentre passeranno per la statale. Qualcuno ha stimato il valore delle loro biciclette e dei loro vestiti in milioni di euro.

A parte le biciclette è tutto fermo, immobile e inesistente. Eppure si muovono. Continuano ad invitarmi alla presentazione di nuovi libri. Gli scrittori irpini crescono senza sosta alla stessa velocità con cui diminuiscono i lettori. Insieme alle pagine di inutili libri autocelebrativi e artistici come un selfie, incessantemente e senza tregua spuntano nuove ville con nani di gesso e cancelli circondati da muri in tufo, facili alla decomposizione. Nuove palazzine senza parcheggio.

Trivelle petrolifere e pale eoliche. In un terreno così improduttivo e sterile i magnati delle multinazionali hanno pensato di poter produrre soltanto quello. E le discariche. Che non sono delle multinazionali ma degli abitanti della zona. Trivelliamo sotto le pale eoliche e non se ne parla più, oppure sotto le villette con piscina.

Decine di milioni di euro per lastricare i paesi di pietra bianca, per creare edifici che dovrebbero essere bar ma nessuno è così folle da prenderseli in gestione. Decine e decine di milioni di euro ma nemmeno un centesimo se stai crepando, se cerchi lavoro, se sei un disperato. È la politica dell’Unione Europea, per la quale siamo un territorio che esiste una settimana all’anno, intorno a ferragosto, la settimana degli svizzeri che tra l’altro non sono nemmeno in Europa.

Lu treno è passato e qualcuno se n’è andato al nord. La ferrovia Avellino-Rocchetta è bloccata da anni. Ci si chiede da tempo cosa farne ma nessuno si chiede mai perché dovremmo farci qualcosa. Il treno, in fondo, anche nella sua epoca d’oro, non è mai servito a un cazzo se non a trasportare carbone. È un’altra di quelle cose inutili di cui parla Vinicio Capossela nel Paese dei coppoloni. Ma le cose inutili costano per mantenerle. Sono fermamente contrario alla riapertura della ferrovia. Lasciamola così: un monumento ai caduti, alle occasioni perse, alla decadenza di questa terra in putrefazione. Un monumento alla storia che non è mai passata per l’Irpinia. Ricordiamocelo.

Fa freddo anche stasera, corro a prendermi una bella birra, seduto in cima a un paracarro di una strada polverosa, aspettando Bartali. Da quella curva spunterà quel naso triste come una salita, tra gli svizzeri che si incazzano e i giornali che svolazzano. E tu mi fai: “Dobbiamo andare al cine” “E vai al cine, vacci tu!”.

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Che cos’è l’Alta Irpinia?

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Questo da dove scrivo è il paese più povero d’Italia, peggio non sta nessuno. Siamo a pari merito solo con altri paesi irpini e forse con qualche paese dell’entroterra calabrese. Anni fa una psicoterapeuta mi disse: questi paesi sono perfetti per l’insorgere di una depressione. Il fatto è che non sono orribili ma nemmeno belli, sono solo estremamente mediocri.

Siamo in Alta Irpinia, sub-regione montuosa e collinare del sud interno dalla bassa densità demografica e dall’alto tasso di suicidi (detiene il primato nel sud insieme alla provincia di Potenza).  Su questa Alta Irpinia si scrive tanto e anche troppo. Il maestro Vinicio Capossela, nato in Germania e stabilitosi nel nord Italia ma di origini andrettesi-calitrane, ha avuto il merito di averla fatta conoscere in giro per l’Italia ma ha tuttavia contribuito a disorientare il pubblico avvolgendo questo territorio intorno a un’aura mitologica e onirica, senza coordinate ben precise.

Ma dunque che cos’è l’Alta Irpinia? È più o meno quella striscia di terra che va da Volturara a Monteverde. L’aggettivo “alta” tende a confondere i cittadini campani, infatti “alta” non si riferisce alla latitudine ma alla longitudine, dunque l’Alta Irpinia non si trova più a nord rispetto ad Avellino e a Napoli ma più a est.

Il capoluogo di provincia da qui è molto lontano (non solo per questioni chilometriche ma anche per ragioni culturali). Tutti quelli che nel capoluogo ci abitano ritengono che Avellino sia un paesone piccolo borghese dove l’unica cosa buona che c’è è il pullman per andare a Napoli. Insomma un quartiere periferico di un’altra città, non un punto di riferimento per la provincia.

Con il Progetto Pilota, recentemente, si è delineato un progetto di sviluppo per quest’area marginale ma non sappiamo assolutamente se funzionerà vista la bassa qualità dei nostri amministratori che si somma ai sempre presenti campanilismi, agli antichi rancori e alle ataviche divisioni. C’è chi è rimasto dentro e chi è rimasto fuori. C’è chi dice X non è Alta Irpinia, c’è chi dice “noi siamo Alta Irpinia e voi noi”. Tutti adesso vogliono entrare in questo Progetto Pilota che promette una pioggia di milioni di euro.

I territori non hanno confini che non siano di origine socio-politica e storica.

L’immagine successiva delinea l’esatto confine tra gli antichi principati (ultra e citra) che corrisponde pressappoco a quello dell’Arcidiocesi attuale di Nusco – Sant’Angelo dei Lombardi – Conza della Campania – Bisaccia, fatta eccezione per le diocesi di Villamaina, Gesualdo e Frigento e di Volturara, Montemarano e Castelfranci che vi sono entrate successivamente.

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Quella a est della linea è dunque storicamente l’Alta Irpinia. Un territorio marginale in cui si parlano dialetti campani ma dalle forti influenze lucane e pugliesi.

Queste zone hanno reali possibilità di diventare un attrattore turistico? Probabilmente no. La speranza è che si collabori per migliorare i servizi fondamentali quali la sanità, le scuole, le vie di comunicazione, i trasporti e per evitare cataclismi ambientali come quello delle trivellazioni petrolifere.  Visto che finora si sono spese cifre gigantesche per lavori di ristrutturazione secondari che fanno sembrare i paesi ancora più vuoti e spopolati siamo pessimisti ma la linea da seguire è quella: accorpamento dei comuni fino ad aggregare almeno cinquantamila abitanti, abolizione delle regioni e delle province per favorire l’autonomia del nuovo territorio, che qualcuno già in tempi non sospetti chiamava “Nuovo Municipio”; la comparsa di un nuovo soggetto che non abbia intermediari tra sé e lo stato italiano, destinato a diventare in futuro regione dello stato europeo…

VIDEO

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Pasolini. Perché siamo tutti (ancora) in pericolo (e in paranoia).

“Proprio perché è festa. E per protesta voglio morire

di umiliazione. Voglio che mi trovino morto

col sesso fuori, coi calzoni macchiati di seme bianco,

tra le saggine laccate di liquido color sangue.

Mi sono convinto che anche gli atti estremi di cui

io solo, attore, sono testimone, in un fiume

che nessuno raggiunge — avranno avuto

alla fine un loro senso”

 

(P.P.P., Bestia da stile)

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Ostia, 2 novembre 1975

 

“Pasolini era veramente un uomo adorabile e indifeso” furono le parole di Eduardo De Filippo pochi giorni dopo l’omicidio. Alberto Moravia all’orazione funebre disse che avevamo appena perduto uno dei pochissimi poeti del ventesimo secolo che i posteri ricorderanno.

Oggi si rischia di mistificare qualsiasi memoria, qualsiasi autore. Dunque, cercando di evitare masturbazioni cerebrali sul quarantennale della morte di Pasolini ecco subito una domanda che ricorre frequentemente: “Che cosa direbbe oggi Pasolini se fosse vivo?” e una risposta che mi è stata suggerita: “Cazzate! Direbbe cazzate! Ma che cazzo dovrebbe dire?”.

Spesso, e soprattutto a quarant’anni dalla morte, si parla di Pasolini senza aver mai letto una riga di quello che ha scritto, ci si chiede inoltre cosa avrebbe pensato del modo di comunicare moderno, di internet e dei social network, mezzi tra l’altro sempre più usati dai politici per far proselitismo e dove il rapporto tra chi parla e chi ascolta dovrebbe essere alla pari; ma la risposta a questo quesito la si trova già in un’intervista di Enzo Biagi in RAI del 1971:

“Non posso dire tutto quello che voglio perché sarei accusato di vilipendio dal codice fascista italiano […] e a parte questo, oggettivamente, di fronte all’ingenuità o alla sprovvedutezza di certi ascoltatori io stesso non vorrei dire certe cose, quindi mi autocensuro […] E’ proprio il medium di massa in sé, nel momento in cui qualcuno mi ascolta nel video, ha verso di me un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico […] Le parole che cadono dal video cadono sempre dall’alto, anche le più democratiche, anche le più vere, anche le più sincere”.

Essere liberi di scrivere quello che ci pare e di partecipare al contenuto delle informazioni globali, oggi, non può che essere un’altra illusione. Non si è mai liberi di dire ciò che si vuole da un lato a causa le leggi e dall’altro per la sprovvedutezza di chi legge o guarda o ascolta.

Anziché ricordare Pasolini con eventi inutili e insopportabilmente radical chic, come quelli di Franceschini, di Veltroni e del Partito Democratico, dovremmo cercare di rendere più alto il suo messaggio, dovremmo uscire dalle discussioni da “salotti di sinistra” ed avere il coraggio di metterne in luce anche gli aspetti contraddittori spingendoci fino a criticarlo e smettere di chiederci cos’avrebbe pensato oggi circoscrivendolo alle ragioni di un partito piuttosto che di un altro. Dovremmo chiederci allora che fine ha fatto oggi il coraggio di Pasolini. E’ meritevole comunque l’iniziativa della città di Bologna, città che gli diede i natali, che ha creato un calendario fitto di eventi da ottobre 2015 a marzo 2016 dal nome Più moderno di ogni moderno. Tra tutti gli omaggi cito quello di Davide Toffolo, friulano anche lui, nello spettacolo teatrale “Pasolini. Un incontro.” che ho visto al Teatro Antoniano di Bologna l’1 ottobre.  Lo spettacolo è una suggestiva commistione tra la performance fumettistica dal vivo di Toffolo e la musica della band Tre Allegri Ragazzi Morti che richiama varie colonne sonore pasoliniane tra cui Che cosa sono le nuvole, un bellissimo brano scritto da Pasolini e Domenico Modugno.

TOFFOLO

Lodevole è anche il restauro del film testamento, ovvero Salò o le 120 giornate di Sodoma, per mano della Cineteca di Bologna. A ricordarlo è anche il comune di Casarsa, paese friulano di cui era originario, dove esiste un Centro Studi dedicato al poeta sito nella casa materna.

Quarant’anni fa perdemmo uno dei pochi motivi per essere orgogliosi di questa nazione. Una morte scientemente pianificata, secondo Zigaina, che ne parla nel suo libro Hostia e in Pasolini e la morte: un giallo puramente intellettuale. Tanti sono gli “indizi” e tantissime sono le produzioni artistiche intrise di morte che sembrano profetizzare il proprio martirio. Un esempio su tutti è la sceneggiatura del film San Paolo, uscita postuma per Einaudi nel 1977, in cui si fa un palese accostamento tra la figura del santo controcorrente e martire e l’autore. Il film seguendo doveva essere riambientato nelle moderne capitali del mondo seguendo la falsariga del Vangelo. Roma, la nuova Atene (capitale culturale) e New York la nuova Roma (capitale del potere economico). San Paolo durante la sua predicazione viene prima pestato ad Ostia, poi ucciso a New York, sparato su un balcone come Martin Luther King.

Ed è proprio ad Ostia che la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 Pasolini fu preso e pestato a sangue mentre era in macchina con un diciassettenne, un ragazzo di vita, Pino Pelosi, l’unico condannato per omicidio. Sappiamo perfettamente che quel ragazzino efebico non avrebbe mai potuto ridurre il corpo atletico di Pasolini nello stato in cui fu trovato e gli viene difatti attribuito soltanto l’atto finale, l’esser passato con l’Alfa GT sul suo corpo già straziato a terra, provocandone lo schiacciamento del cuore.  E’ stata accertata la presenza di almeno tre o quattro persone quella notte, la cui identità probabilmente non sarà mai conosciuta ma soprattutto non saranno mai conosciuti i mandatari di quell’omicidio. Allo stato attuale le indagini sono archiviate.

Odiato dalla destra dell’MSI, espulso dal Partito Comunista per indegnità morale e disprezzato dalla Democrazia Cristiana per la sua omosessualità e per le sue contestazioni, Pasolini morì radicale, sappiamo infatti dei suoi contatti con Pannella e delle sue partecipazioni ai congressi radicali prima di morire.

Moravia così concluse l’orazione funebre: “Ho quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso. E’ un’immagine emblematica di questo Paese che deve spingerci a migliorare questo Paese come Pasolini avrebbe voluto”.

Non è facile parlare di un artista così eterogeneo che fu un poeta, un romanziere, un saggista, un regista, un musicista e tanto altro, “un artista rinascimentale”. Io immagino Pasolini pensieroso su una di quelle macchine da scrivere Olivetti degli anni ’70, spaventato dal trionfo della nuova borghesia clerico-fascista (quella che si professava antifascista, quella del compromesso storico) e dalla continua escalation di violenza in Italia e Roma nel periodo dello stragismo. “E’ probabilmente l’anticipazione dell’Apocalisse” ci avvertiva lo scrittore nelle Lettere Luterane. L’Apocalisse che stiamo vivendo oggi. Dopo quarant’anni scoppia il caso Mafia Capitale, nel film Suburra (uscito in Italia ad ottobre 2015) se ne parla proprio come dell’inizio dell’Apocalisse.

Ma l’inizio della fine per Pasolini corrispondeva con la scomparsa delle lucciole, chiamata così negli Scritti Corsari, con l’avanzare della società dei consumi che avrebbe portato al genocidio di massa attraverso la distruzione della civiltà contadina, quella civiltà “che il regime fascista non era riuscito nemmeno a scalfire lontanamente”.

Proverò quindi a ricordare Pasolini per immagini, senza voler dire nulla di più di quello che ci ha lasciato.

Su quella macchina da scrivere dove io mi immagino Pasolini preoccupato, si stavano battendo le lettere di Petrolio (581 pagine ma sarebbe dovute essere circa duemila), romanzo incompiuto, diviso in Appunti, poiché sarebbe dovuto apparire “sotto forma di edizione critica di un testo inedito”, come voleva Pasolini: finzione filologica che la morte ha trasformato in atto filologico reale, l’edizione postuma.

Carlo è il borghese marcio che vive una profonda crisi d’identità, è infatti sdoppiato nel romanzo e compare come Carlo di Tetis e Carlo di Polis, uno perverso e diabolico, l’altro perfettamente inserito nella società come dirigente dell’Eni. In mezzo c’è la storia di Eugenio Cefis (Aldo Troya nel romanzo), fondatore della loggia massonica P2, colui che fu designato come il mandatario dell’omicidio di Enrico Mattei (Ernesto Bonocore nel romanzo).

Un lungo appunto, il 51, denominato Il pratone della Casilina, descrive scene di sesso orale e di umiliazioni di Carlo di Tetis con venti adolescenti.  L’atteggiamento iniziale di Carlo è descritto come “una certa imitazione della prestazione della puttana. Se manifestasse un certo piacere, non potrebbe più chiedere soldi” ma rimane tremendamente inebriato dalla visione del fallo che gli viene da dire “Amore” prima di ogni volta in una sorta di commistione tra sacro e profano.

Il petrolio è il nuovo “vello d’oro” per Carlo di Polis e mancano le pagine che avrebbero dovuto narrare questo viaggio alla ricerca dell’oro nero sulla falsariga delle Argonautiche di Apollonio Rodio. In questo libro è presente tanta della visione profetica di Pasolini che arriva fino alle vicende più attuali: nell’Appunto 61 Carlo è in un ristorante dove ormai politici mafiosi, democristiani, comunisti e fascisti si amalgamano.

Nell’Appunto 82 di Petrolio, il Terzo momento basilare del poema, Carlo guardandosi allo specchio riscopre di avere il membro virile e scioccato dalla cosa decide di telefonare a una clinica poco lontana da casa sua per farsi ricoverare. “La libertà vale bene un paio di palle”. Carlo decide infatti di farsi castrare per liberarsi definitivamente. Il breve appunto si conclude con dei versi di Guido Gozzano: “La mia vita è soave, oggi, senza perché; levata s’è da me non so qual cosa grave…”.

Nell’articolo del 1968 Perché siamo tutti borghesi dice di sé stesso: “Non sono per caso esagerato? Si, certamente, lo sono” e anche “La borghesia da ragazzo, nel momento più delicato della mia vita, mi ha escluso: mi ha elencato nella lista dei reietti, dei diversi: ed io non posso dimenticarlo”. L’aver vissuto l’omosessualità con un terribile senso di colpa è un dato che ha profondamente influenzato le sue opere ed è certamente imputabile, a mio avviso, a questo stato brutto, meschino e bigotto chiamato Italia, ma che non esiste più.

Il pubblico, da sempre abituato ad essere spiazzato da Pasolini, continua ancora a comprendere a fatica alcuni dei suoi messaggi.

Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film, che in questi giorni viene riproposto spesso senza una vera analisi dei contenuti, ci mette davanti a un quadro sistematico delle perversioni, sul modello del marchese De Sade e utilizzando la visione del trittico Il Giardino delle delizie (1480-1490) di Hienymous Bosch in chiave bestiale e infernale.

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Ridurre l’ultimo lavoro di Pasolini ad una semplice esibizione di sesso e violenza il cui unico obiettivo è quello di turbare l’opinione pubblica sarebbe un grave errore. Il sesso, anzi, è del tutto assente nel film, è la morte del sesso e la morte della voglia. Se anche il sesso è politica, è anche il fallimento dell’ideologia libertaria del ’68.

Un passo della Genesi in particolare, ci svela in parte l’enigma di Salò: E l’Eterno disse: “Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo, perché nel suo traviamento egli non è che carne; i suoi giorni saranno quindi centovent’anni”. Gen 6, 3.  Quei 120 anni in cui l’uomo avrebbe vissuto allo stato bestiale corrispondono perfettamente alle 120 giornate di Sodoma e al trittico di Bosch.

Salò è molto più di un film. E’ un’analisi sulla natura del potere nella società capitalistica. La cornice storica del fascismo è una metafora attraverso la quale il regista mette in luce la natura perversa della modernità nella quale la sessualità è vissuta come sopraffazione ed in cui i corpi vengono degradati ad oggetti. Pasolini, riprendendo alcune delle tesi di Foucault, giunge alla conclusione che il potere nella società contemporanea, lungi dall’imporsi in maniera verticistica, si configura come “anarchico” e attraverso quei luoghi “eterotopici” che costellano la modernità quali le carceri, le cliniche, le scuole e le fabbriche, modella i corpi e le menti al proprio volere. Lo scenario di Salò è, infatti, un’istituzione totale. Attraverso ciò esso diventa più potente in quanto più invasivo ed esigente, aggravando in tal modo il peso dei vincoli imposti ai subalterni.

Anche la scatofagia è una rappresentazione del rapporto fra classi dominanti e quelle subalterne in cui attraverso il consumismo i primi fanno “mangiare la merda” ai secondi. Mediante la televisione e la pubblicità il cittadino viene trasformato in consumatore che comprando i prodotti venduti dalle aziende fa in modo che il sistema capitalistico funzioni.

Il sesso non è più visto come arma di seduzione ma diventa uno strumento tramite il quale il potere controlla il popolo e lo distrugge nella sua essenza più intima.

“In altre parole è la rappresentazione (magari onirica) di quella che Marx chiama la mercificazione dell’uomo: la riduzione del corpo a cosa (attraverso lo sfruttamento). Dunque il sesso è chiamato a svolgere nel mio film un ruolo metaforico orribile”.

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In questo gioco perverso le vittime sono anche i carnefici. Quando la società consumistica si è abbattuta su millenni di tradizione ha creato in realtà dei mostri, le vittime di Salò infatti non esitano a tradirsi a vicenda (si veda nel film la parte della delazione di Ezio in cui alla fine muore trivellato da una raffica di proiettili) e infine, i sopravvissuti accettano serenamente la nuova mostruosa realtà. Quando Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti/proletari e contro gli studenti/borghesi negli scontri di Valle Giulia del 1968 attirando su di sé feroci critiche da parte di grandi intellettuali del Gruppo ’63 ci stava in fondo già parlando di questo.

Quella mutazione antropologica che era irrimediabilmente in atto, probabilmente è giunta al suo compimento. “Adesso ci guardiamo intorno e ci accorgiamo che non c’è più niente da fare” diceva Pasolini disperato sulla spiaggia di Sabaudia.

La regione che io abito, l’Irpinia –regione italiana montuosa del sud interno, del terzo mondo e quindi del sottoproletariato-  fu visitata dallo scrittore insieme all’attrice Laura Betti per la fondazione del Laceno d’Oro, festival del cinema neorealista voluto da Camillo Marino, a Bagnoli Irpino nel 1959. Di questa presenza ci restano poche foto, la maggior parte nemmeno scattate bene, ce n’è persino una che ritrae Pasolini con gli occhi chiusi.

 

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 Pasolini a Bagnoli Irpino

A sorpresa in quei giorni a Laceno era presenta anche un giovane Ciriaco De Mita, prima ancora che fosse nominato per la prima volta deputato della Democrazia Cristiana nel 1963, intento a farsi autografare Una vita violenta, l’ultimo romanzo dello scrittore.

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  Ciriaco De Mita e Pier Paolo Pasolini

 

In Irpinia crearono anche due curiose caricature, poi pubblicate sul giornale satirico avellinese «Il Tartarino» nel 1960. Le foto    ci sono state gentilmente fornite da Giovanni Marino e le pubblichiamo qui: la prima è dell’artista di Pratola Serra Antonello Leone, la seconda è firmata Omobono.

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In ogni modo dell’Irpinia Pasolini prenderà soltanto alcune musiche tradizionali registrate da Alan Lomax a Montemarano negli anni ’50 e che inserirà nel film Decameron del 1970: la Tarantella Montemaranese e la Pampanella, quest’ultima un canto di ingiuria improvvisato. La scoperta si deve a Luigi D’Agnese, operaio e ricercatore di Montemarano, che sta realizzando un documentario su Pasolini insieme a Michele Schiavino e a Michele Fumagallo. A questo link c’è la loro intervista alla donna che cantava nella registrazione e quindi nel Decameron: https://www.youtube.com/watch?v=9rvGchpwxfY. Sappiamo che Pasolini prese queste musiche senza avvertire l’etnoantropologo americano e addirittura scrivendo nei titoli del film “musiche a cura di Pier Paolo Pasolini”. Lomax vide il Decameron a New York e pare che si infuriò per non essere stato citato.

La mutazione antropologica aveva naturalmente coinvolto anche l’Irpinia ancor prima del sisma del 1980 ma quella data, il 23 novembre 1980, segnerà comunque un netto spartiacque per la definitiva scomparsa delle lucciole nella mia regione. Circa tremila morti in poche ore e passerelle di tutti i politici italiani. La conseguenza fu l’arrivo prepotente del finto progresso con la cementificazione, la distruzione delle chiese e del patrimonio culturale, l’instaurazione di un’architettura obbrobriosa mai vista prima, ed arrivarono con una forza così brutale che scomodarono persino l’artista Andy Warhol. Non sapremo mai cosa avrebbe detto Pasolini al riguardo ma conta poco: nelle sue opere aveva già previsto tutto. Il grande Processo che lo scrittore friulano auspicava nei suoi articoli giornalistici (contenuti in Scritti Corsari e Lettere Luterane) è avvenuto 17 anni dopo la sua morte, con l’apertura del periodo di Tangentopoli. Scriveva nell’articolo Bisognerebbe processare i gerarchi DC “Psi e il Pci dovrebbero per prima cosa giungere a un processo degli esponenti democristiani che hanno governato in quasi trent’anni […] l’Italia […] Andreotti, Fanfani, Rumor e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche Presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati come Nixon sul banco degli imputati […]”. Il Processo quindi c’è stato, ma io credo sia stato un processo finto. I veri responsabili del declino dell’Italia sono rimasti impuniti trascinando Craxi nel baratro come unico grande capro espiatorio. L’unica cosa certa è che Pasolini sapeva troppe cose e non avrebbe smesso di dircele. Per questo fu ammazzato dal popolo italiano, ecco il vero assassino. Lo urlò anche Carmelo Bene in una puntata del Maurizio Costanzo Show, quando nel mezzo di uno straordinario dialogo con Franco Citti disse riferendosi al pubblico in sala e idealmente a tutta la massa: “Loro sono gli accattoni e non lo sanno!” con una chiara allusione al film di cui Citti era il protagonista e poi in relazione all’omicidio di Pasolini: “Loro sono degli assassini dilettanti!”.

Fra le quattro e le sei del pomeriggio dell’1 novembre 1975, a poche ore dalla morte dello scrittore, il giornalista del «Corriere della Sera» Furio Colombo intervistò Pier Paolo Pasolini per l’ultima volta. Il titolo dell’intervista fu indicato dal poeta che concluse con queste parole: “Ecco il seme, il senso di tutto. Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: Perché siamo tutti in pericolo”.

Nel corso dell’intervista disse: “Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. […] Soprattutto il complotto ci fa delirare. […] Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori”.

“Io scendo all’inferno e so molte cose che per ora non disturbano la pace degli altri, ma state attenti: l’inferno sta salendo da voi”.

Era nota la pericolosa vita notturna che lo scrittore conduceva e fu messo in guardia da più persone, tra le quali Oriana Fallaci, ma senza quella frequentazione delle rischiose borgate romane, senza quella discesa negli inferi non avremmo avuto accesso a questa nuova conoscenza, non avremmo nemmeno conosciuto Pasolini.

La visione profetica-apocalittica ci riguarda pienamente, sperimentiamo livelli di violenza inauditi in questa società del finto benessere. Nessuna strada è sicura, nemmeno quella di un vicolo di un paese isolato in Irpinia. Se i paesi sono morti e le strade sono vuote, quei pochi che rimangono sono soggetti pericolosi. Squilibrati. Nessuno è al riparo. Non li puoi evitare. Naturalmente quando il venerdì o il sabato sera si vedono in branco davanti ai bar diventano ancora più pericolosi e violenti. Puoi evitare di andare lì. Ma non puoi evitarli per sempre perché sono ovunque, oramai sono tutti.

Disse ancora in quell’ultima intervista: “Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale”.

Le due grandi Comete illusorie della vita terrestre, la fede e l’ideologia, sono ormai morte da tempo. Così ce ne parlava Pasolini nella sceneggiatura di Porno-Teo-Kolossal, un film che non ebbe il tempo di realizzare.

Epifanio: “Come tutte le Comete, anche la cometa che ho seguito io è stata una stronzata. Ma senza questa stronzata, Terra, non ti avrei conosciuto”.

Nunzio: “Embè, sor Epifà. […] Nun esiste la fine. Aspettamo. Quarche cosa succederà”.

Pasolini rimarrà famoso anche per le infamie e le calunnie ricevute, il poeta friulano dal ’60 in poi fu infatti oggetto di 33 processi, una vita intera passata nei tribunali, ma fu sempre prosciolto. Con disprezzo fu giudicato anche dal borioso critico letterario Asor Rosa che lo accusò di populismo e falso moralismo: “moralismo antiborghese di impianto borghese, questa petizione umanitaria di natura tanto tradizionale, questo concetto così accomodante e così comodo di popolo”; disse di lui Pasolini “Asor, l’uomo che più mi ha fatto male nella vita”. Spietato fu anche il giudizio di Eugenio Montale (il cui pensiero fu caratterizzato da un’omofobia virulenta) che in una lettera alla Speziani, sua biografa, definisce Pasolini come “povero e pederasta”. Accusato anche da Sanguineti di essere un reazionario, fu mal visto anche da Italo Calvino che disse: “Non condivido il rimpianto di Pasolini per la sua Italietta contadina […]. Questa critica del presente che si volta indietro non porta a niente […]”. Lucio Coletti su «L’Espresso» scrisse “È nato un bimbo: c’è un fascista in più”, imputando a Pasolini persino una certa solidarietà con gli attentatori di Piazzale della Loggia. Nel 1961 un benzinaio del circeo accusò addirittura Pasolini di tentata rapina e di averlo minacciato con una pistola carica di un proiettile d’oro. Sui giornali apparve una foto di Pasolini con un mitra in mano. E’ il destino dei grandi scrittori in questo paese essere disprezzati e denunciati dalle autorità e a mio giudizio queste accuse fungono da medaglie al valore.

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Intorno alla metà di maggio del 2015 comparve improvvisamente sui muri di Roma un’opera dell’artista francese Pignon, (Pasolini, pietà) che ritraeva Pier Paolo Pasolini (forse è uno dei più alti e significativi omaggi mai dedicatigli). L’opera ritraeva Pasolini recante in braccio il suo stesso cadavere martoriato: già dopo pochi giorni dalla creazione del ritratto fu stata vandalizzata e, replicata da Ernest Pignon-Ernest anche per le strade di Napoli, nel giugno del 2015 ha subito la stessa sorte, a ulteriore dimostrazione che Pier Paolo Pasolini, nell’Italia di oggi, è un personaggio ancora troppo scomodo e che la sua immagine, il suo messaggio sono ad altissimo rischio di mistificazione.

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Pasolini, pietà. Prima e dopo un atto vandalico a Roma

Nella mia regione, ad Avellino, proprio recentemente un giovane si è scomodato a vandalizzare un murale dell’artista Carlos Atoche raffigurante una Madonna con in braccio una piccola scimmia. Siamo tutti in pericolo davvero.

Concludo questo omaggio con una bellissima opera di Bach, tanto amato da Pasolini. A conferma del suo grande amore per la musica riporto le sue stesse dichiarazioni tratte da Vita di Pasolini di Enzo Siciliano. Se davvero “la vita si esprime anche solo con se stessa”, esiste un’arte che vive di azioni, un’arte “che non esprime nulla se non se stessa”. E’ la musica. “Io vorrei essere scrittore di musica, vivere con gli strumenti dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare”.

Quindi, per ricordarlo, ascolterei soltanto questa musica di J.S. Bach, Passione di San Matteo, II interrogazione di Caifa e Pilato (BWV  244) che compare nel film girato a Matera, forse il più forte ed emblematico di Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo, interpretato senza quella speranza che è un alibi e girato con Enrique Irazoqui come protagonista (curiosamente figlio di una donna nata a Salò). Questa musica ha voluto inserirla recentemente il regista Abel Ferrara in Pasolini, film premiato anche al Laceno d’Oro 2015, sull’ultimo giorno di vita di quell’ écrivain che “qualsiasi società sarebbe stata onorata di avere tra le sue fila”, fuorché l’Italia.

Oggi è Domenica, domani si muore (Pier Paolo Pasolini, Poesie a Casarsa, 1942)

 

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Le nostre mappe

Momento favolistico. Inauguriamo la rubrica de “LE MILLE E UNA IRPINIA”, con altrettante comunità montane ed enti inutili.
Iniziamo ad elencarle:
1.Alta Irpinia 2.Altra Irpinia 3.Bassa Irpinia 4.Alta valle dell’Ofanto 5.Alta valle del Calore 6. Media Valle del Calore 7. Baronia 8. Ufita 9. Partenio 10. Irno-Solofrana 11.Baianese 12.Alta Valle del Sele 13.Irpinia d’Oriente, 14.Irpinia d’Occidente 15. Valle del Sabato 16.Avellino.17 Irpinia centrale 18. Irpina di Gendro 19. Calaggio 20. Irpinia Caudina 21. Valle d’Ansanto 22. Irpinia-Daunia 23.Terminio-Cervialto, 24….247…878…949…1000.

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Le mille e una Irpiniam