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“Allegri che tra poco si muore”, un libro paranoico e irpino indirizzato a chi se n’è andato

Oggi mi sono sentito bene per quasi due secondi di fila.

Un chioschetto notturno abitato da ombre, la difficoltà a distinguere l’allucinazione dalla realtà, la precarietà totale di un’esistenza alla deriva, flashback e sensazioni di un moribondo che elabora un lungo testamento. Allegri che tra poco si muore è un romanzo che parla di una generazione e a una generazione. Quella dei nativi digitali, dei precari, degli emotivamente instabili, degli eterni adolescenti divenuti trentenni appassiti. È un’opera che parla di profondo Nord e di profondo Sud, dell’Italia e del mondo, in una teoria di personaggi e scene di genere che si susseguono come irrisolte comparse oniriche. Sono pagine sciolte di prosa spontanea, lasse narrative che danzano intorno a un nucleo, quello dell’amore per una ragazza e – perché no – del senso della vita. La cornice è quella di mille e più bar, che come piccoli limbi di penitenza disegnano situazioni grottesche. Amaro, intensamente depressivo, sconsolato e sconsolante, questo è però anche – inevitabilmente – un libro divertente, di una desolazione catartica che trova nella comicità il suo destino inesorabile.
Dalle solitudini irpine alla vuota vastità degli hinterland padani, si leva una voce narrativa arguta e dolente, che scrive un nuovo capitolo in quel grande e incompiuto libro ideale che è la letteratura dei relitti, degli emarginati, degli sradicati. Di coloro che, per usare la tragica autoironia di Tondelli, si ritrovano periodicamente afflitti dai disturbi dubitativi della decadenza.

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CoppiBartali

Il Giro d’Irpinia e il treno dei desideri

11 maggio 2016. Torna a passare il Giro d’Italia, per la terra del mihannocostrettoapassarediqui. La terra del mai in cima alle classifiche e mai troppo in basso in modo da darsi una spinta dal fondo per risalire.  Eccoci qui. Attraversate l’Ofantina, ciclisti. Fate vedere i nostri paesaggi su Raitre. Magari asfalteranno qualche tratto nella notte apposta per il vostro passaggio. La terra dell’anonimato e della mediocrità che passa inosservata, delle ville degli svizzeri in campagna. La terra il cui unico primato è quello dei suicidi nel centro-sud. Non c’è niente di esaltante da dire e in effetti potrei chiudere qui questo articolo.

Però l’Irpinia forse qualche (quasi) primato ce l’ha. A parte i suicidi, siamo anche una delle poche zone non turistiche d’Italia. Nello stesso tempo siamo una delle zone che più cerca di pubblicizzarsi sui media mentendo con Photoshop e deludendo gli eventuali avventori malcapitati qui.  Qui si è sempre in attesa che passi qualcuno a ritrovarci e salvarci. La Valle del Sele. Una conca umida, una fossa paludosa, ricca d’acqua, povera di luce solare e di allegria. Ricca anche di cemento armato. Caposele si vanta addirittura di avere la prima casa in cemento armato d’Italia. Materdomini, la speranza di un turismo da pellegrinaggio che cerca di raggiungere i fasti di San Giovanni Rotondo, senza competizione. Un santuario che sembra un centro commerciale. Calabritto e la speranza che Quaglietta diventi Capri.

Lioni-Sant’Angelo, i luoghi della burocrazia e dei commercianti, che si stringono intorno alla speranza che Rosetta D’Amelio possa diventare la loro Musa. La loro eroina. La continuatrice dell’opera di colonizzazione feudale attuata da Ciriaco De Mita per mezzo secolo. Dalla DC al PD. Intanto De Mita sopravvive ed è il super sindaco del Progetto Pilota (cioè di quasi mezza provincia).

Calitri non è in Irpinia, non è in alta irpinia. Forse è in Calitricata, da qualche parte vicino Potenza. Proprio quello lì secondo gli esperti dovrebbe essere il volano per il turismo irpino, un posto che non è in Irpiniaq, che ha un discreto centro storico quasi del tutto disabitato dove puoi entrare nelle case e fare le foto ai cappotti appesi agli attaccapanni dal 1980. Le scritte ignoranti sui muri della nuova gioventù. Come l’Irpinia, è uno storico feudo di De Mita e della DC, ma anche la Basilicata.

L’altro luogo generalmente individuato come potenzialmente turistico, Laceno, completamente abbandonato e in sgretolamento. L’hotel diroccato sul lago morente, le mucche smarrite, la neve (poca), una seggiovia da film horror. Atmosfere da Shining di Kubrick.

Cairano, invece, ha un grande uomo di spettacolo dalla sua parte, Franco Dragone, peccato che nessuno se ne sia accorto, nemmeno i cairanesi, tant’è che a parte i giardini fioriti l’estate turistica del paese della rupe è pressoché inesistente. Resistiamo noi che andiamo al bar di ‘Ngiulino. Quello si.

Chissà se oggi i novantotto operai dell’area industriale di Nusco, prossimi al licenziamento, saluteranno i ciclisti mentre passeranno per la statale. Qualcuno ha stimato il valore delle loro biciclette e dei loro vestiti in milioni di euro.

A parte le biciclette è tutto fermo, immobile e inesistente. Eppure si muovono. Continuano ad invitarmi alla presentazione di nuovi libri. Gli scrittori irpini crescono senza sosta alla stessa velocità con cui diminuiscono i lettori. Insieme alle pagine di inutili libri autocelebrativi e artistici come un selfie, incessantemente e senza tregua spuntano nuove ville con nani di gesso e cancelli circondati da muri in tufo, facili alla decomposizione. Nuove palazzine senza parcheggio.

Trivelle petrolifere e pale eoliche. In un terreno così improduttivo e sterile i magnati delle multinazionali hanno pensato di poter produrre soltanto quello. E le discariche. Che non sono delle multinazionali ma degli abitanti della zona. Trivelliamo sotto le pale eoliche e non se ne parla più, oppure sotto le villette con piscina.

Decine di milioni di euro per lastricare i paesi di pietra bianca, per creare edifici che dovrebbero essere bar ma nessuno è così folle da prenderseli in gestione. Decine e decine di milioni di euro ma nemmeno un centesimo se stai crepando, se cerchi lavoro, se sei un disperato. È la politica dell’Unione Europea, per la quale siamo un territorio che esiste una settimana all’anno, intorno a ferragosto, la settimana degli svizzeri che tra l’altro non sono nemmeno in Europa.

Lu treno è passato e qualcuno se n’è andato al nord. La ferrovia Avellino-Rocchetta è bloccata da anni. Ci si chiede da tempo cosa farne ma nessuno si chiede mai perché dovremmo farci qualcosa. Il treno, in fondo, anche nella sua epoca d’oro, non è mai servito a un cazzo se non a trasportare carbone. È un’altra di quelle cose inutili di cui parla Vinicio Capossela nel Paese dei coppoloni. Ma le cose inutili costano per mantenerle. Sono fermamente contrario alla riapertura della ferrovia. Lasciamola così: un monumento ai caduti, alle occasioni perse, alla decadenza di questa terra in putrefazione. Un monumento alla storia che non è mai passata per l’Irpinia. Ricordiamocelo.

Fa freddo anche stasera, corro a prendermi una bella birra, seduto in cima a un paracarro di una strada polverosa, aspettando Bartali. Da quella curva spunterà quel naso triste come una salita, tra gli svizzeri che si incazzano e i giornali che svolazzano. E tu mi fai: “Dobbiamo andare al cine” “E vai al cine, vacci tu!”.

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Irpinia mon amour, il film dove interpretiamo noi stessi

Regia: Federico Di Cicilia
Durata: 75’
Origine: Italia, 2015
Soggetto: Federico Di Cicilia
Sceneggiatura: Federico Di Cicilia, Pierpaolo Di Marino
Interpreti: Franco Pinelli, Bruno Ricci, Angelo Rizzo, Francesco Prudente, Luigi Capone, Sonia Di Domenico, Roberto Cipriano, Daniele Cipriano, Tina Di Marino
Musica: Notturno Concertante, Molotov, Jambassa, Mou, Black Era
Fotografia: Pierpaolo Di Marino
Montaggio: Federico Di Cicilia
Produzione: Jamfilm

L’Irpinia non è poi così tanto lontana da Hiroshima o da Chernobyl. L’evento catastrofico del 23 novembre 1980 si riverbera ancora sulle nostre vite quotidiane. Ci sentiamo quasi dei superstiti. Abbiamo ricordi d’infanzia fatti di suoni e immagini: ruspe e lamiere. Quando ci risvegliamo da quest’incubo ci rendiamo conto che viviamo in paesi che sono periferie di città che non esistono. La disoccupazione è al massimo storico. Si aprono musei dell’emigrazione ma la fuga da queste zone non è mai stata così massiccia. Molti partono per la guerra. Un posto di lavoro come un altro (?). Ci sono atti di ribellione disperati e quasi sempre destinati al fallimento o a un finale tragico. Non è un film dell’orrore ma è la realtà di un entroterra meridionale qualsiasi. Le scene sono state girate in Alta Irpinia tra Nusco, Villamaina, Frigento, Gesualdo, Bisaccia e Lioni ma riassumono le vicissitudini di un paese solo, quello della mancanza di speranza e dello spopolamento, delle fabbriche chiuse, dei miliardi spariti nel nulla, dei suicidi. Il “Re” del feudo, cioè il carnefice, si confonde con le vittime, cioè i sudditi. La ragnatela – dai connotati sempre democristiani – finisce per inglobare tutto. Si passa di colpo da questo paese alla “visione” dall’alto dell’Afghanistan. Un solo claustrofobico mondo.

Federico Di Cicilia, da attento conoscitore della sua terra, e con la preziosa collaborazione nella sceneggiatura di Pier Paolo Di Marino, ha colto questi ed altri aspetti; durante la produzione diIrpinia mon amour la sua intenzione era quella di dipingere un quadro definitivo dell’Irpinia, di parlarne in maniera esaustiva per chiudere un capitolo della sua produzione cinematografica. Questo quadro contiene a sua volta altri quadri, assistiamo così alla rappresentazione di varie “Irpinie”. Una di queste è “Irpinia Paranoica”, un episodio del film che ci vede protagonisti con le nostre tribolazioni e con le nostre tematiche. E’ un film nel film che ripercorre “I cento non-luoghi irpini dove andare a suicidarsi”. Le intenzioni dei protagonisti dell’episodio sono tragicomiche e in fondo furbesche e passando per scene da bar di paese, psicofarmaci e birre Peroni culminano in una “visione allucinatoria” finale che consegna un senso a tutte le loro (nostre) azioni. E’ l’eterna battaglia dell’uomo contro l’invisibile “Cosa”. C’è Ulisse che si schianta contro la montagna del Purgatorio, c’è il fatto che la concezione di bene è assolutamente relativa e non assoluta.

Il montaggio mescola spesso il grottesco con il tragico a voler decretare che la vita in questo territorio non è una cartolina ma un quadro complicato se non inintelligibile. Non si nega la provocazione, l’humor nero, non si nega il tragico e non si nega nemmeno il grottesco. In questo film vediamo materializzarsi in un tutt’uno la merda e i fiori mentre scorrono in sottofondo preziosissime citazioni, tra le quali una di Pasolini.

Quasi tutti gli attori sono dei bravi professionisti ma ognuno, in fondo, esce fuori dal suo “mestiere” e recita solamente la parte di se stesso. L’abilità di Di Cicilia è quella di far venir fuori le anime di ciascuno degli attori costruendogli una maschera che si rivela più vera del vero. A me fu chiesto semplicemente di seguire il copione recitando la parte di me stesso ed è quello che si chiede allo spettatore; si chiede l’oneroso compito di riconoscersi in quei personaggi e di interpretare il proprio comportamento in un determinato contesto, in un determinato spazio e in un determinato tempo. Se il problema fino a poco fa “erano gli altri”, all’improvviso ci rendiamo conto che noi siamo parte del problema. Durante le riprese bevemmo realmente almeno mille birre ma l’atmosfera ilare era sempre velata da una forte malinconia. L’esperienza del tragico, la consapevolezza del reale disagio sconfina semplicemente nel bisogno di una visione onirica, di un piano surreale, poiché non vi è altra via di fuga. Vincono i cattivi e diciamo che sono buoni solo perché hanno vinto, e grazie a noi, inconsapevoli come le mucche in transumanza, appollaiati davanti ai bar o sugli scalini della piazza. I vari antagonisti soccomberanno ognuno a proprio modo, chi nel delirio narcisistico della propria immagine, chi nella rinata consapevolezza dell’inutilità di ogni propria azione. E’ in questo modo che il vero protagonista risulta essere l’occhio dello spettatore perché è lui che in qualche modo crea le scene, è lui che le ha vissute, che le vive e che ha contribuito a produrle.