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Da Ciriaco a Salvini: evoluzione dell’irpino medio.

Anno Domini 2019. L’Apocalisse sembra ormai in dirittura d’arrivo. E invece no, il mondo continua ad evolversi, l’umanità continua a fare cazzate e persino l’Irpinia una volta al secolo cambia di pochi millimetri le proprie posizioni politiche. Mai come ora il termine “politico” si è avvicinato tanto al termine “podolico”: eloquenza da social network, selfie con pane e mortazza e scrivere “bacioni” sui social sono il segreto del successo politico oggi. Il linguaggio è dunque cambiato tanto – siamo passati dal filosofo della magna Grecia (Gianni Agnelli dixit) all’uomo-ruspa della Padania – ma la sostanza rimane la stessa, in quanto permane l’atavico bisogn0 irpino del deus ex machina in grado di compiere il miracolo. Lu Postu, nella gloriosa epoca-epica democratico cristiana, era non solo il miraggio a cui ambivano tutti, ma soprattutto la risoluzione a tutti i problemi della propria vita. Il Grande G (Ciriaco) lo sapeva bene e parlava allo stomaco triviale e semianalfabeta del popolo così come fa ora Salvini. L’immigrato è la causa di tutti i mali nella filosofia salviniana, pertanto la sua eliminazione (fisica o con allontanamento coatto) è la risoluzione facile a tutti i problemi della nostra vita.

L’irpino non ha mai troppo tempo per pensare, è sempre troppo occupato tra una pennichella, un patrone e sotta e una passeggiata dalla villa comunale alla statua del santo patrono; preferisce così mettersi letteralmente nelle mani dell’uomo forte. Che sia Pippo Baudo, Beppe Grillo, Ciriaco De Mita o Matteo Salvini, poco importa. Quel che conta è avvertire quel senso di sicurezza e di tranquillità e di fiducia nel futuro che solo dopo essere stato preso per il culo puoi avvertire. L’irpino medio, come l’italiano medio, ha memoria corta e non ricorda di essere stato considerato “merda mediterranea (Borghezio dixit)” fino a soli tre anni fa. Non ricorda lo slogan “prima il nord”. Non è pienamente consapevole del fatto che i propri figli lavorano o lavoreranno al nord in massa, e che fanno lavori di merda che la gente del nord non vuol fare. Si scaglia con ogni forza contro l’immigrato, con un forte senso di liberazione. Sembrava quasi di non poterlo dire al bar, fino a pochi giorni fa. Ora invece l’uomo podolico può sfogarsi: può dichiarare con orgoglio quello che ha sempre pensato, può scatenare la “belva umana” (Paolo Villaggio dixit) e può finalmente urlare davanti a tutti con convinzione che odia la gente di colore, gli omosessuali, i poveri, gli zingari e i diseredati. Può anche finalmente dire che gli sta sul cazzo sua moglie e che odia le donne, può dire di voler andare a puttane e che vuole ruttare nei bordelli liberi. Finalmente l’uomo podolico ha realizzato l’intimo sogno sotteso di 50 anni di Democrazia Cristiana. Il sogno sottaciuto, il sogno svelato, il sogno trattenuto dal parroco di una volta, ora si scatena nella bestialità podalica leghista, avversa persino alla chiesa. Rimangono, di questa, i riti e le celebrazioni. I matrimoni, i battesimi, le cresime, i cresimoni, i vari manicomi e l’ipocrisia. Rimangono le solite vacche al pascolo, in balia di qualsiasi vento, di qualsiasi padrone, ignare, come sempre, di andare al macello.

 

L.C.

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