invernoirpinia

L’inverno è già nelle ossa

Erminia, una donna avanti con gli anni, sfiorita, vestita di nero dalla morte del marito avvenuta nel 1992, spazza via le foglie secche di fine agosto con una pesante scopa davanti al municipio. L’inverno è già nelle ossa. Ogni volta che finisce l’estate, con l’odore della pioggia, mi sale una macabra euforia. La donna sfiorita presta il servizio civile come tanti suoi compaesani per tirare avanti con poche centinaia di euro al mese. Non ha problemi con l’alcol ma porta sempre con sé nella borsa una Bibbia e una tremenda paura di allontanarsi dal paese. Non ha mai voluto sposarsi perché si credeva meglio dei suoi compaesani e ora sta lì a spazzare da sola e forse gli sta venendo anche un cancro. Un giorno la troveranno impiccata. Anche se è l’unica persona presente nella villa comunale appena sventrata e rinnovata è molto difficile avere un qualsiasi dialogo con lei. Lei non ti rivolge nemmeno il saluto, tu passi indifferente. Per questo mi barrico dietro un foglio di carta e una penna. Scrivere è come evitare di parlare con gli idioti. Scrivi e poi magari ti legge chissà chi, magari nessuno. Una salvezza. La gente ha tempo solo per ascoltare le proprie stronzate. I vecchi muoiono in maniera sempre più triste e i pochi giovani crescono sempre peggio. Per fortuna ne sono totalmente ignari e guai se queste merde pensassero di iniziare a capire qualcosa. Meglio che restino sordi.  I compaesani di Erminia vanno in vacanza su spiagge tropicali e chiudono gli occhi. Togliete all’italiano medio la vacanza al mare e Sky Calcio e scatenerà la terza guerra mondiale (dopo aver provocato la seconda). Quando vanno al mare ci vanno soli, quando devono andare in qualche posto di merda ti invitano. Oltre ad essere sordi e ciechi pensano di essere anche furbi. Perciò non vado al mare da quattro anni. Organizzano le feste per quelli che tornano dal nord ma dopo due settimane se ne tornano a fanculo e finisce tutto. Sono attaccati a una flebo di Pd e di jazz. Erano meglio da giovani quando si drogavano. In quei quindici giorni sono capaci di fondare associazioni e comitati in difesa della propria terra e proclamano l’appartenenza e sostengono che sia sbagliato emigrare. Poi tornano a Milano perché, visto che gli toccava fare un lavoro di merda, hanno preferito farlo almeno in un posto lontano dal paese. Partecipano alla festa di un santo, nessuno sa bene quale. Intanto “vai col lissio”. Balere romagnole trapiantate in Irpinia. Bancarelle, camioncini della pizza, camioncini di musso di puorco, puzza di benzina, noccioline americane, torroni, terroni, panini con le melanzane. Intanto la buona borghesia democristiana del villaggio si chiede perché mai la gente cada in depressione, si alcolizzi, si droghi e infine si suicidi. Chiedano a me, cazzo, io lo so. Ma non me lo chiedono, cercano in tutti i modi da non essere infastiditi da quelli come me, quello scontenti, a cui non è stato regalato niente nella vita. Per noi che restiamo davanti ai bar anche in estate non resta altro che una morte lenta. Ma non sono il fumo o il bere che ti ammazzano. Quelle sono solo le conseguenze del decesso. Quello che ti uccide è il rimanere fermo, immobile ad aspettare in paese in mezzo a quarantenni passeggianti che non ce l’hanno fatta, pensionati con la mani incrociate dietro la schiena a rievocare i propri ricordi beatamente come dentro a un ospizio e ragazzini idioti che non ce la faranno. Alcuni di loro però andranno a studiare a Milano con i soldi dei loro papà. Noi altri abbiamo studiato nelle università di provincia. I soldi conferiscono anche il talento. Anche l’amministrazione comunale è ferma da settant’anni. La prima volta che dicemmo “ormai il Grande G è finito” era il 1989. Intanto si annunciava anche “l’ultimo tour” dei Rolling Stones. Ho smesso di voler continuamente combattere con questa gente perché non ci sarà mai un punto di incontro, c’è un abisso che ci separa. Lucifero, portatore di luce, letteralmente. L’ho sempre immaginato abbastanza vecchio e gobbo con una lampada ad olio a farsi luce nel buio per le scale di uno scantinato. Un luogo pieno di ragnatele, dove ci era finito dopo essere stato cacciato dai piani alti. Ecco perché ho sempre ritenuto che tra me e Lucifero ci siano dei parallelismi. Condannato a stare nello scantinato al buio e perciò costretto inalare i fumi malsani della lampada a petrolio, a spartirsi il seminterrato con ragni e topi e soprattutto a stare sempre guardingo, casomai arrivi qualcuno da sopra (dai piani alti), casomai si apra uno spiraglio per fuggire o per trascinarsi qualcuno dentro e condividere la prigionia. Qui se urli non ti sente nessuno. Sto esattamente in questo posto e finora nessuno è entrato e io non sono ancora riuscito a fuggire. Quest’anno però sono evaso dalla casa circondariale.  La mia vita era una merda. Cacavo sangue. Ci pensai sopra e poi niente. Dopo il quarto Campari-gin capii quanto fosse inutile essere lucido in quel paese di malati mentali.  Il giorno dopo presi il treno. Arrivai alla stazione di Napoli e da lì raggiunsi anch’io la città del nord. Si va via per puro disagio sociale, non per motivi legati al denaro. “Dimmi: cosa stai cercando in questa afosa città piena di smog e giovani artisti, tu vecchio e senza denaro?”. “Sto cercando casa e lavoro, cioè tutto. Tutto quello che non mi interesserebbe ma che è obbligatorio per poter accedere alla vita.  Sono qui alla ricerca della mia vita a trentadue anni. E sono già vecchio. Se fossi partito dieci anni fa sarebbe stato molto più semplice, non avrei avuto le ginocchia fottute, le emorroidi, il mal di schiena, lo stomaco a pezzi, il fiato corto. Adesso, dopo anni e anni di assopimento a Montemuschio, scendere a valle in città è come salire sull’Everest. E questo gli altri lo sanno, tu lo sai, la gente in strada lo sa, i tuoi coinquilini lo sanno e lo sanno anche i tuoi amici e la tua famiglia”. Dopo i trent’anni la gente inserita può fare solo due cose: aspettare la pensione o prendersi la pensione. Tutti gli altri siamo noi. Sempre in balia di una merda nuova. Mai fermi. Mai stati giovani, mai avuto garanzie. Dopo i trent’anni sei vecchio. Devi farcela da solo sempre. Se sei agonizzante su un marciapiede devi farcela da solo. Nessuno deve aiutarti. Devi salire le scale del successo da solo e non farti aiutare, produrre, capitalizzare, investire, rischiare. Laurearti e poi finire a cuocere patate fritte in un fast food col sorriso e l’ottimismo del perdente. Devi crearti dei falsi obiettivi per cercare di resistere e non dargliela vinta. Ogni cosa ha il suo prezzo. Anche la tua ragazza sta con te perché ti costa caro altrimenti non vorrebbe. A un certo punto, quando lo sradicamento diventa totale, non esistono gli affetti più intimi, figuriamoci se esiste la tua terra. Andare altrove, a dare tutta l’anima per un’altra terra, diventa qualcosa d’indifferente, a prescindere dal fatto che quella che hai scelto come nuovo approdo ti sia riconoscente o meno. Quando sei veramente nella merda ti dimentichi anche di quello che ti è più caro. “Tu cammina dritto veloce e non guardare niente e se ti dicono di dove sei dì sono di qua”, questo me lo disse un tempo un mio ex amico. Ora ho capito che era davvero un valido consiglio per sopravvivere nella giungla urbana e me lo porto ancora appresso. Non ci vedo bene perché sono miope e astigmatico ma è una fortuna. Preferisco non vedere bene le cose che mi passano davanti nel mondo, farle dissolvere nella confusione. Tratti imprecisi. Non ne vale la pena di scoprire che in fondo la vita è tutta qui, puoi solo scegliere come e dove romperti le palle. Non lavoro ma in realtà non è esatto dire che non sto facendo niente. Sto facendo molte cose. Sto adottando tutte le strategie possibili per non buttarmi da un ponte. Si, vivere lì, in paese, e soprattutto in quel modo, era un incubo ma chi pensa di campare tanto? Per fortuna chi sta sopra di noi ha già progettato per tutti una bellissima cosa che si chiama fine. Come l’autore di un romanzo, l’inizio è doloroso, la parte centrale e noiosa, la fine è la parte migliore. Adesso camminiamo insieme. Io e tre cani randagi. Loro come anime sepolte di un una vita passata, anni fa -come quando in certi flashback nella mia mente vedo i momenti pieni di persone amichevoli- io strascicandomi avanti a loro. Considero amici solo loro. Sono loro la mia guida.