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GIGIONE BATTE CAPOSSELA – VIDEO E FOTO

Una giornata che rimarrà nella storia della cultura irpina. L’evento dell’estate irpina 2016 e direi anche dell’ultimo decennio: Gigione, all’anagrafe Luigi Ciavarola, 70 anni (e non li dimostra), di Boscoreale (NA) si è esibito nella piazza centrale di Chiusano di San Domenico davanti a una follia di quasi 10mila persone. La bellezza del borgo di Chiusano di San Domenico con la sua musica con la sua musica non ha rivali. Il liscio romagnolo trapiantato a Calitri perde contro la melodia chiusanese. Netta sconfitta per tutta l’Alta Irpinia. La cultura regna nella Media Valle del Calore, la vera regina del turismo, e il suo cuore è Chiusano.

Arriviamo alle ore 17:00. Parcheggiamo poco distante dal centro del paese dietro una già lunga fila di macchine. Un bel paese pieno di bar, uno ogni tre metri. Ci accolgono bene al Bar New Generation, dove si parla di Irpinia Paranoica e bevono amaro, ne beviamo uno anche noi.

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In attesa del mega evento della sera ci avviciniamo al furgoncino di “o parente” che taglia “musso ri puorco” condito con abbondante sale e limone. Ne prendiamo una bella vaschetta in plastica e la mangiamo tra il marciapiede e l’asfalto, mentre mi portano una Peroni calda.

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L’emozione è troppa. La signorina del bar mi concede di collegarmi alla rete wi-fi dal mio cellulare morente e così posso finalmente pubblicare una foto del palco di Gigione su Facebook.

Fuochi d’artificio folgoranti. Veniamo a conoscenza del fatto che si esibiranno anche i figli di Gigione, Joe Donatello e la bella Menaìt e aumenta l’attesa. Sale sul palco Joe Donatello e con “Giovanna ‘a minigonna” esplode la piazza e Zi Nicola si scatena in una danza forsennata. Da vedere al link: https://www.facebook.com/gina.sessa.9/videos/1824527827778971/

Pura gioia. Le nostre menti iniziano a ripercorrere i successi di Gigione come “Padre Pio”. “O ballo r’o cavallo”, ma soprattutto “’A campagnola”, siamo tutti in attesa di ascoltarla e di vederla “cu chelle zizze a fore”. Comm’è bella ‘a campagnola! E siamo campagnoli podolici ruspanti pure noi. Pronti per “o ballo r’o cavallo” con una chiusanese.

Non avete idea di cosa vuol dire, soprattutto se siete tra quegli avellinesi radical chic che in massa vanno a mangiare le cannazze insipide a Calitri.  Gigione rappresenta il “paese reale”, rappresenta la VERA IRPINIA, le nostre vere radici, le nostre vere tradizioni popolari e la nostra vera indole.

E poi appare Gigione sul palco con il suo leggendario cappellino.

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È un tripudio di gioia.

Il primo pezzo è “Bella ciociara”, indimenticabile ballad dalle atmosfere esotiche.

Si prosegue con Zinico e poi a sorpresa arriva “a campagnola”. Mi tuffo nel pubblico, si poga. Ma non ho il tempo di respirare che arriva la celeberrima “Papa Francesco” seguita da “Cicirinella”. Mi manca il fiato. È un’ondata di giovani disadattati, ottantenni e famiglie con passeggini che danzano.

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Un’altra sorpresa subito dopo, il medley di “il ballo del pisello” e “o ballo r’o cavallo”. Una bella novità. E proprio mentre la stavamo aspettando arriva anche la meravigliosa cover di Alvaro Soler, “Sofia”, sembra un sogno. Ormai siamo tutti ubriachi e felici e ci sbrodoliamo il musso di puorco addosso dalla gioia. Siamo tutti unti e sudati. E mentre mangiamo avidamente il musso di puorco in vaschetta Gigione ci delizia con “a mulignana”. Cantiamo e mangiamo puorco. Dopo l’assaggio inizia di “o ballo r’o cavallo” il nostro Ciavarola ci suona anche “o ballo r’o cavallo intera” innescando un forsennato trenino con proprio lui, il genio di Boscoreale capofila.

“Abbiamo capito che la sua fonte di ispirazione è Mick Jagger” osserva acutamente un fan sulle note di “Lauretta”, seguita da “Gino il camionista”. Bella anche “l’uccellino della comare”, l’artista non sbaglia un colpo, non delude in nessun pezzo.

Prosegue la scaletta in ordine con À carcioffola, O surdato nnammurato, Trapanarella, Letizia. A dir poco fantastica a chiudere la performance de “la molisana” di cui abbiamo anche un video.

Il concerto dura soltanto due ore, trascorse letteralmente in un attimo e andiamo in cerca di autografi. Proviamo a dare la maglietta di Irpinia Paranoica a Gigione ma il nostro grande Ciavarola fugge via tra le fans in delirio. Tuttavia concede le foto a tutti i fans e non si risparmia assolutamente.

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Andremo a vederlo sicuramente alla prossima sagra o festa patronale, forse lo seguiremo in tour a Greci.

Tornando per le curve penso che vorrei trasferirmi a Chiusano. Complimenti a tutti e grazie per la serata. Per le curve di Montemarano supero il posto di blocco dei carabinieri con l’etilometro e finalmente posso dire che ce l’ho fatta. La storia è stata fatta. Posso morire felice. Ho visto Gigione. Ho mangiato lu musso ri puorco. Sono stato con persone fantastiche. Mi dispiace tornare indietro.

Sarebbe ora che la vera Irpinia pensi di dare la cittadinanza onoraria a Gigione in quest’altra parte dell’Irpinia, più genuina, più accogliente, più verde e più affascinante.

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La bellezza di non essere ascoltati

Scrivere è come evitare di parlare con gli idioti. Scrivi e poi magari ti legge chissà chi, magari nessuno. Una salvezza. La gente ha tempo solo per ascoltare le proprie stronzate. I giovani crescono sempre peggio, i vecchi muoiono in maniera più triste. Guai se queste merde pensassero di iniziare a capire qualcosa. Meglio che restino sordi. Vanno in vacanza su spiagge tropicali e si chiudono gli occhi. Oltre ad essere sordi sono anche ciechi.

Dimmi: cosa stai cercando in questa afosa città piena di smog e giovani artisti, tu vecchio e senza denaro?

Sto cercando casa e lavoro, cioè tutto. Tutto quello che non mi interesserebbe ma che è obbligatorio per poter accedere alla vita.  Sono qui alla ricerca della mia vita a trentadue anni. E sono già vecchio. Se fossi partito dieci anni fa sarebbe stato più semplice, non avrei avuto le ginocchia fottute, le emorroidi, lo stomaco a pezzi, il fiato corto. Adesso, dopo anni e anni di assopimento a Montemuschio, scendere a valle in città è come salire sull’Everest. E questo gli altri lo sanno, tu lo sai, la gente in strada lo sa, i tuoi coinquilini lo sanno e lo sanno anche i tuoi amici e la tua famiglia.

Dopo i trent’anni la gente inserita può fare solo due cose aspettare la pensione o prendersi la pensione. Tutti gli altri siamo noi. Sempre in balia di una merda nuova. Mai fermi.

A un certo punto non esistono gli affetti più intimi, figuriamoci se esiste la tua terra. Andare altrove, a dare tutta l’anima per un’altra terra, diventa qualcosa d’indifferente, a prescindere dal fatto che quella che hai scelto come nuovo approdo sia riconoscente o meno. Quando sei veramente nella merda ti dimentichi anche di quello che ti è più caro.

“Tu cammina dritto veloce e non guardare niente e se ti dicono di dove sei dì sono di qua”, questo me lo disse un tempo un mio ex amico. Non ci vedo bene perché sono miope e astigmatico ma preferisco così. Preferisco non vedere bene le cose che mi passano davanti nel mondo, farle dissolvere nella confusione. Tratti imprecisi. Non ne vale la pena di scoprire che tutto in fondo è una merda.

Breve parentesi. Vi racconto una storiella. La mia vita era una merda. Ci pensai sopra e poi niente. Dopo il quarto Campari-gin capii quanto fosse inutile essere lucido in quel paese di malati mentali. La continua ricerca dello stare fuori. Il giorno dopo presi il treno.

Non lavoro ma in realtà non è esatto dire che non sto facendo niente. Sto facendo molte cose. Sto adottando tutte le strategie possibili per non buttarmi da un ponte.

Si, vivere lì e soprattutto in quel modo era un incubo ma chi pensa di campare tanto? Per fortuna chi sta sopra di noi ha già progettato per tutti una bellissima cosa che si chiama fine. Come l’autore di un romanzo, l’inizio è doloroso, la parte centrale e noiosa, la fine è la parte migliore.

Adesso camminiamo insieme. Io e tre cani randagi. Loro come anime sepolte di un una vita passata, anni fa -come quando in certi flashback nella mia mente vedo i momenti pieni di persone amichevoli- io strascicandomi avanti a loro. Considero amici solo loro. Chissà dove mi portano. Sono loro la mia guida.

Un’altra breve parentesi. Lucifero, portatore di luce, letteralmente. L’ho sempre immaginato abbastanza vecchio e gobbo con una lampada ad olio a farsi luce nel buio per le scale di uno scantinato. Un luogo pieno di ragnatele, dove ci era finito dopo essere stato cacciato dai piani alti. Ecco perché ho sempre ritenuto che tra me e Lucifero ci siano dei parallelismi. Condannato a stare nello scantinato al buio e perciò costretto inalare i fumi malsani della lampada a petrolio, a spartirsi il seminterrato con ragni e topi e soprattutto a stare sempre guardingo, casomai arrivi qualcuno da sopra (dai piani alti), casomai si apra uno spiraglio per fuggire o per trascinarsi qualcuno dentro e condividere la prigionia. Qui se urli non ti sente nessuno. Sto esattamente in questo posto e finora nessuno è entrato e io non sono ancora riuscito a fuggire.

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Divani, cessi e altri cacatoi infetti

Mi pulisco le emorroidi sanguinanti con la pergamena di laurea magistrale e cerco un lavoro tra i peggiori per sopravvivere. Lo stato italiano dovrebbe istituire ufficialmente un minuto di silenzio per i laureati in Lettere.

Voi quattro rimasti in paese scordatevi di me. E smettetela di mandare avanti il solito vecchio carrozzone estivo. Le solite tristi feste patetiche, le solite tristezze e le solite malinconiche bande. Smettetela. Lasciate santi e madonne. Lasciate morire questo posto definitivamente, con dignità.

Questa è una bellissima epoca in cui vivere, ti dà infinite possibilità e libertà, soprattutto se sei ricco e tutti gli altri intorno a te sono dei pezzenti.

Bella in questi casi la vita. La vita che poi diventa politica. Ma come cazzo è possibile che nessuno si accorge che la politica non è una proprietà intellettuale della classe dirigente ma ha la sua base in questa semplice domanda: se hai un euro in tasca cosa ci fai? Te lo conservi per risparmiare in modo da comprare oggetti costosi, per pagare l’affitto, oppure prendi una birra da spartirti con gli amici. E se non hai un euro in tasca, non puoi nemmeno fare questa politica spicciola. Puoi solo affidarti alla pietà della gente, che pietà non ne ha, a meno che non si trovi nella tua stessa situazione.

Non credo in qualcosa da quando scoprii che Babbo Natale era morto, si era suicidato o peggio ancora non era mai esistito.

Al colloquio di lavoro.

La domanda più bella è “e tu che cosa fai?”. “Aspetto sempre che qualcuno mi faccia questa domanda.”

“Come ti procuri i soldi?” “Senza rubare è quanto basta”. “Non rubi per dignità, sei povero?” “No, cioè si sono povero, ma non rubo perché sono un idiota”. Ottime credenziali. Le faremo sapere. Sorriso stronzo e beffardo.

Vado al numero 9 di Via San Rocco per rimediare un alloggio temporaneo, mi apre la porta un brufoloso figlio di puttana sui vent’anni, con la faccia appena uscita dai libri, occhialoni, t-shirt non lavata da un mese, pantaloncino e infradito e mi parla subito di soldi. “Se non hai un lavoro dovremo vedere per una fideiussione”. La casa è incastrata tra quattro condomini grigi e al primo piano, calcolo che dovrebbero entrarci circa cinque minuti di luci al giorno. La brandina Ikea in stanza è a mio carico, devo pagarla a parte nel caso… “nel caso io passassi il casting”.

“Comunque questa casa è un cesso, stammi bene milord”.

E me la squaglio. Inizio già a pensare su quale divano dovrò poggiare le mie emorroidi sanguinanti, che non vanno via da un anno e si fanno sempre più gonfie e doloranti. Da un divano all’altro come un animale domestico. Ospitate da amici fino ad esaurimento scorta. Osservo panorami diversi, quasi sempre di altri condomini, ma da una finestra, da una soltanto, deve esserci la visuale giusta, quella che avevo sognato forse sul treno.

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L’allucinazione dei caciocavalli galleggianti – VIDEO

L’Irpinia è una terra di provoloni e psicofarmaci. Di visioni oniriche e incubi. Di anime galleggianti, sospese a mezz’aria tra il bosco e i cavi dell’elettrodotto. Una terra troppo piena di eternit e ciarpame, troppo spoglia di occasioni, di speranze e di creatività. Nel video che vi proponiamo, “Irpinia I dream of you” di Alex Dragulescu (2007), l’Irpinia viene finalmente ripulita da trentasei anni di orrenda edilizia post terremoto e viene ridotto a un’essenza metafisica. Selva e caciocavalli. Caciocavalli che non sembrano provenire dalle mucche ma dall’aria. La visione onirica di Dragulescu si spinge anche oltre, proponendo un’Irpinia ancestrale, quella dell’inizio dei tempi. Niente disboscamenti a favore di campi di grano e pale eoliche ma selve incontaminate, boschi, verde pastello che riempie tutto. Niente mitizzazioni stile Vinicio Capossela, niente campi di grano e treni. Niente presuntuose velleità turistiche. Niente impiccati. Niente paesi morti, i paesi sono totalmente assenti.  Potremmo scavare anche oltre e riconoscere in quelle teste di caciocavalli le teste degli irpini assopiti, sonnecchianti, sempre in ferie, sedati e trasognanti. Potremmo riconoscere in quelle pance di caciocavallo la pancia dell’irpino con lo stipendio, con un lavoro blando, una vita quasi nulla, la testa nel pallone. Il provolone che viaggia nello spazio. L’abisso siderale dei formaggi e dei pecoroni, dei vitelloni immersi in un assordante silenzio pre industriale.

Dragulescu, insomma, prima di rappresentare l’Irpinia ha cancellato tutto, e così siamo rimasti soltanto noi. Quelli che emigrano, quelli che dormono, quelli che non ci sono più. Godetevi questo video e rilassatevi. Relax and watch.

Audio by Populous
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Visuals by Alex Dragulescu