natale2015

La festa di X (riproduzione seriale di Natali)

X diceva sempre lo farò nella prossima vita. Ma X era cattolico e io no. X era felice di invecchiare a casa dei propri genitori e di trascorrere la festa a cucinare i piatti tipici con loro. Io odiavo i prodotti tipici e l’infinito reiterarsi dei Natali uguali.

24 o 25 dicembre? Che giorno era la festività natalizia? Io so che il circo inizia già dai primi di dicembre. Il buon vecchio Piero Ciampi si ritrovava il 24 con Francescangelo drogato che non lo riconosceva più. Un Natale passato davanti ai bar, al freddo, tra alcolici scadenti e spaccio di eroina.

Serve qualcosa che non ha nome. La domanda più difficile alla quale rispondere, specie in questo periodo, è “come stai?”.

Come sto. A me le luci di Natale mi fanno compagnia. Tanto sto solo al tavolino mentre mi passano avanti le coppiette maledettamente felici. Aumenta l’angoscia con i suonatori di novena alle porte.

A Natale sono tutti più stronzi e più repressi. Non lo so perché. Che cosa succede.

Ma so che è anche possibile vivere in una condizione di infelicità e inquietudine. Non dobbiamo essere costretti a vivere felici e contenti (e questo loro non lo sanno).

Io so che se qualcuna mi contatta a telefono per Natale è perché sta nei guai o perché gli servono soldi; se invece mi fanno gli auguri su internet è perché in fondo non gliene frega un cazzo (ma così si fa). Per un attimo, girando per i bar nel tardo pomeriggio, avevo creduto di essere anch’io un pensionato. Poi ho capito che in realtà quella è la massima aspirazione: giocare a carte e parlare di che tempo fa con una Peroni fissa sul tavolino, la raucedine e qualche bestemmia, così, tanto per rompere la monotonia.

I bar non ti insegnano niente. Dovevamo morire giovani e invece siamo solo morti dentro, probabilmente invecchieremo male ma invecchieremo in mezzo ai bar.

Ogni volta io penso agli eroinomani. Celebrazione che sta scomparendo da 70 anni ma ancora non muore, dall’inizio del mondo globalizzato (o società dei consumi) è un altro simbolo di decadenza che fa in modo che io, pur non essendo cattolico, rimpianga quelle vecchie ingenuità familiari e quei vecchi rituali di una volta, quando tutti i miei parenti erano vivi.

[…]

i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!)

il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti, 

i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro, 

un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve

[…]

(Guido Gozzano)

Le offerte delle compagnie telefoniche, le bottiglie di coca cola, i prosecchi, i regali e le luci colorate, alberi di Natale ormai vuoti, fatti d’aria. Un palo al centro circondato da lampadine al led, un triste ologramma, un albero metafisico. La proiezione del Natale/rinascita che non c’è. Ogni paese ha il suo albero industriale prodotto in serie, identico a quello di ciascun altro paese, ma c’è sempre chi deve dimostrare di avercelo più lungo (come se si trattasse di una gara di cazzi tra adolescenti) e così vanno orgogliosi di avere un albero di sedici metri. Bravi. Adesso vanno di moda anche i cuoricini blu illuminati al led. Gli stessi in ogni cazzo di paese, una produzione seriale di natali.

Questa specie di perbenismo luminoso, questa messa in scena, si rivela per quello che è quando li senti parlare dei delitti e delle pene. Montano l’apparata ma vogliono dar fuoco agli zingari e si accaniscono con perverso godimento sulle punizioni da infliggere a chi si è macchiato di qualche colpa, godrebbero come matti a torturare un ladro, uno stupratore o un assassino. Però vanno in chiesa e pretendono di essere i portavoce della tradizione del messaggio di Pace del Natale. Probabilmente addirittura programmano una rissa davanti al bar del paese, dopo la messa. Rompono i coglioni.

Solo pezzi di merda, decadenti. Non ci sarà nemmeno quella malinconia per un Natale mal riuscito in una famiglia spaccata. Non ci sarà proprio niente. Dopo i presepi strumentalizzati per fini elettorali le palle dell’albero di Natale appariranno in forma di ipocrisia verbale. Le altre palle ci vorranno per affrontare nuovamente questo periodo dell’anno che vede sempre una escalation di suicidi e delitti paragonabile ad agosto. C’è chi si butta dal balcone mentre un barcone di disperati sprofonda nel mar Egeo. Tutte le festività con il loro imperativo “compra e divertiti” categorico, in compenso, fanno grossi regali alle case farmaceutiche. E nessuno fa un regalo a noi, nessuno fa un regalo a me, io non faccio nessun regalo agli altri, forse a una persona soltanto che spero nel frattempo non mi avrà già dimenticato.

Non ho intenzione di partecipare anche quest’anno a una cena con persone che parlano del mio futuro lavorativo, della mia futura carriera e del mio futuro che non c’è. Da quanto sono laureato, che lavoro sto cercando, cosa faccio. Quando mi sposo? Non lo so. Ma il problema non si pone, sono andati a fare compere da qualche parte o sono andati definitivamente.

Mangerò qualcosa di fritto per strada se mi sarà rimasta qualcosa in quel portafogli che le casse dei bar non avranno svuotato anche dell’ultimo cent. Farò parecchi chilometri in macchina per trovare una rosticceria aperta in qualche altro paese, visto che nel luogo dove abito non è possibile nemmeno mangiare (già è tanto che quelle bettole mi facciano ubriacare fino a mezzanotte).

Già i sabati prenatalizi, infetti, puzzano di vomito di prosecco e liti davanti al bar, ma quest’anno non mi fregano, me ne vado. L’anno scorso finì in rissa. Quest’anno loro scendono dal nord per le feste e io me ne vado.

Io sto con la birra. Mentre la gente si saluta, non parla di niente e perde ore a salutarsi. Io sto con la birra.

24 dicembre, ore 22:45.

Non so nemmeno dove poter andare a bere qualcosa: un whisky o un gin o una vodka, qualcosa di forte, oltre la birra. Ogni posto è infestato di stronzi e ho anche fame. Nei bar di questo paese nessuno fa anche da mangiare.

Dopo quarantacinque chilometri ed aver attraversato sei paesi diversi mi accorgo sconfitto che anche l’ultima rosticceria è chiusa. C’è la nebbia anche stasera. Accendo i tergicristalli e i doppi fari, resto con la macchina ferma col motore acceso, spengo la radio. Fumo del tabacco che mi raschia la gola indolenzita. Fumo anche sui dolori gengivali post operatori. Non scopo da tanto. Quando non sanno che dirti per offenderti ti dicono “scopa di più”. Ma anche San Giuseppe con ogni probabilità ebbe un clamoroso due di picche e andò a secco. Più in là c’è la stazione abbandonata con l’illuminazione ancora funzionante. Ognuno sta con la sua famiglia. Accendo un’altra sigaretta come se fosse una candelina, faccio una sorsata dalla rimanenza della bottiglia di vodka nascosta sotto al sedile (per ogni evenienza), apro il cruscotto e ci trovo una piccola busta di patatine fritte industriali. Abbasso il sedile e mi godo il fumo, la nebbia, l’ultimo sorso di vodka e il mio pasto.

Altrove si drogano, altrove si fanno, altrove fottono, altrove consumano di colpo tutta la merce acquistata con le tredicesime e coi risparmi nei centri commerciali. Fumo un tabacco che si chiama “Fortuna”, gioco un gratta e vinci che si chiama “una montagna d’oro”. X ha preso la sua dose di rinforzo di metadone al SERT e resta nel presepe. Altrove.

Io mi avvio al bar, a fare a pugni con qualcuno.

melito

L’oltretomba dei gratta e vinci

Non riuscivo a stare fermo, con un gesto nevrotico ossessivo avevo iniziato a grattarmi così forte sulle braccia che mi ero procurato delle lesioni, le più vistose vicino alle vene del polso. Bruciavano. Dovevo spostarmi verso qualsiasi posto, purché fosse ancora più spopolato e buio di questo; il serbatoio della mia auto era quasi pieno ed era un’ottima occasione da sfruttare. Così mi svegliai, mi misi in macchina e iniziai a percorrere una delle strade più tortuose e buie delle vallate intorno, semiricoperta di brina che rischiavi di ammazzarti ad ogni curva. Dopo molti tornanti mi fermai a un bar per bere con calma un caffè e chiesi anche un gratta e vinci; la faccia stupita del gestore si bloccò un attimo e poi proferì due parole: “non più”. Certo era strano, in un paese in cui ci sono più slot machine che abitanti, dove si vive di gioco d’azzardo, di scommesse e di bollette SNAI, non trovare un gratta e vinci.  Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra. Mi rimisi in cammino e tra una canzone dei Pixies e l’altra, tra un tornante e l’altro, dopo mille elettrodotti giunsi al bivio di Melito: a sinistra il passato, a destra il futuro. Da una parte il centro storico dall’altra la zona nuova, presumibilmente a parecchi chilometri di distanza. Raggiunsi per primo il centro storico, completamente abbandonato. La prima cosa che notai non fu l’architettura decadente (o meglio ciò che ne rimaneva) ma dei cumuli di cartacce che con ogni probabilità erano profilattici: quale miglior posto per le coppiette senza dimora per appartarsi. Ma avvicinandomi mi accorsi che si trattava di gratta e vinci, ammucchiati ai lati del lastricato della via principale.  Ne osservai almeno una ventina, erano tutti perdenti. Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra.

 

 

Complessivamente la città era formata da soli due edifici: i ruderi di un castello e di una chiesa col tetto scoperto e col campanile svuotato della campana che si ergevano pochi metri sopra a un fiume morto. Sembrava un’arteria che aveva smesso di pulsare, quel liquido pareva sangue raggrumato dal colore blu scuro.

melito 3

Salii sul ponte tremolante e scricchiolante, mi sporsi per guardarlo meglio. Non sfiorai seriamente il pensiero di buttarmi di sotto ma in quel momento nessuno sapeva che ero lì e nessuno mi avrebbe trovato: bastava soltanto nascondere per bene la macchina o darle fuoco. Nessuno avrebbe notato nemmeno il fumo perché a qualche chilometro di distanza dei contadini bruciavano massicciamente sterpaglie producendo un fitto miasma. Decisi di proseguire lungo il lastricato che mi portava fino alla chiesa, sulla mia destra i ruderi del castello cambiavano forma a ogni mio passo. Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra. Era l’ultimo sole, di lì a poco non sarebbe rimasto nulla e ogni cosa sarebbe stata avvolta nel buio di una notte senza luna. La chiesa, completamente svuotata e sventrata, era avvolta dalla vegetazione che se la stava riprendendo. Appena misi il primo piede dentro ruppi la quiete di uno stormo di piccioni, accovacciati in mezzo alle travi marce del soffitto. Tutto iniziò a scricchiolare, avanzai ancora di qualche passo, oltrepassando la cantoria a balcone quasi crollata e rimasi per qualche minuto fermo in mezzo ai calcinacci a sentire l’odore che c’era lì dentro e a fissare dei fasci di luce che attraversavano la polvere.

Ben presto iniziò a mancarmi il respiro, mi accasciai per un attimo a terra, mi bruciavano ancora le ferite sulle vene fatte accidentalmente.

Uscii fuori che l’ombra aveva ormai investito quasi a pieno tutta la struttura e andai in cerca di un bar nella zona nuova e abitata del paese. Qualcuno pareva essersi accorto che ero lì come per uno strano movimento dell’aria, arrivò un furgone bianco, mi passò davanti due volte e rimasi fermo sulla strada in attesa che si fermasse. Non si fermò. La sentinella locale aveva intuito la presenza ingombrante di qualcuno ma gli bastava avermi visto per annotarselo.

Passai in mezzo ad inspiegabili cantieri e alle glaciali forme geometriche dell’abitato passando per una chiesa cubica fino a raggiungere un bar accogliente e moderno, che poco sembrava avere a che fare con tutto il contesto.

melito7

Il sole era freddo e creava un’atmosfera bluastra. Il bar non vendeva gratta e vinci. Bevvi un liquore. Anche lì dentro la luce passava attraverso le finestre allo stesso modo e mi gustai l’amaro in mezzo a quei fasci luminosi.

Tornai con la mente per un attimo al bivio e poi al primo bar in cui ero stato durante la giornata. Erano tutti perdenti quei biglietti, erano quelli giocati da me fino a quel momento. Stavano lì come cadaveri davanti ai miei occhi e non riuscivo a togliermeli davanti, così uscii fuori e scattai qualche “foto-ricordo”. Il villaggio nuovo era in fermento, c’era scalpitio di cantieri in ogni dove, c’era un’attività perdurante che era quella delle costruzioni, si continuava a costruire, si tentavano anche forme nuove e più graffianti. Le abitazioni erano fatte apposta per scappare fuori immediatamente.

melito8

Me ne andai coi gratta e vinci perdenti ancora in testa. Non era un posto dove restare per molto e persino le case la dicevano lunga al riguardo. Mi accompagnarono verso l’uscita mentre il buio si prendeva tutto.

labattagliaestivafoto

La battaglia estiva

(racconto premiato al concorso letterario per racconti brevi “un paese di parole”)

Entro al bar, il barista già sa cosa prendo, poi dice rivolgendosi a tutti: “stiamo aspettando di morire!”.

Ho l’impressione che questi bar siano stati creati apposta per rinchiudervi gli scarti della società. Se entrate in un bar qualsiasi ad agosto scoprirete che c’è anche gente che non va al mare a prendere il sole ma rimane al buio tra il biliardino, le sedie di plastica, le mosche e la birra. Ma poi chi se ne fotte e penso. Quant’è bello bere: pare di stare in compagnia anche quando stai solo e pare di stare solo pure quando stai in compagnia. Perciò ci tocca rinchiuderci in piccoli paradisi infermi, dentro questi locali che somigliano a corsie di un ambulatorio, a una casa di riposo.

Alla paranoia si è ormai aggiunta una stanchezza cronica. Ci si sveglia con la voglia di andare a letto e di chiudere la tapparella. E non si dorme mai. Penso al giro dei continenti che un tempo mi ero promesso di fare. E intanto giro in macchina: Ponteromito, Torella, Guardia, Conza.

Vacanza per me vuol dire letto, tapparelle abbassate e silenzio. Bottiglia sul comodino. Continuare la battaglia sulla brandina. In una società in cui tutti vogliono apparire assomiglia a una grave malattia mentale il desiderio di scomparire.

Uno dei problemi principali è che non lavoro, o meglio, ricevo varie proposte di lavoro ma sempre in forma del tutto gratuita. Non ti consentono di guadagnare niente, vogliono tutto il denaro per sé anche se sarebbe più proficuo per tutti espandere il commercio. Non ti permettono nemmeno di lavorare in proprio perché potresti nuocere ai loro interessi. Ti chiedono sempre di dargli una mano ma gratis. E invece per me gratis è ormai morto. Due-tre euro all’ora anche. Non voglio morire per colpa di un piccolo imprenditore avido.

Devo dire grazie soltanto a tre o quattro libri di poesia di cui non ricordo nemmeno una parola. É grazie a loro se sono sopravvissuto a questa montagna di pomeriggi inutili. Non devo niente a nessun altro, nessuno mi ha mai fatto un favore, gli abitanti del posto hanno sempre reso la mia vita più difficile. Qui tutto diventa come scalare una montagna e il vento non ti porta da nessuna parte. Non puoi fare niente a parte stare davanti al bar in mezzo alle mosche a bestemmiare i morti dei tuoi compaesani. L’alternativa è rimanere a letto.

Qui avere trent’anni vuol dire avere settant’anni, in un posto normale. I ragazzini, cresciuti nella più becera ignoranza e con la spavalderia figlia dell’arroganza dei loro miserabili genitori, sono degli insetti che infastidiscono, che cercano di prendersi gioco di me, che si divertono a vedere un ubriaco che ha dieci anni più di loro. Non è vero che ognuno sceglie di essere chi vuole, finché rimani in paese sei quello che dicono gli idioti del paese.

Esco altrimenti mi suicido, non perché fuori ci sia qualcosa. E quando esco mi viene voglia di assassinare qualcuno. Ogni sera potrebbe essere l’ultima e ciononostante continuo a fare programmi. Ho notato così che ormai sono l’unico ad andare in giro come un pezzente; qui tutti hanno i vestiti firmati e le auto di lusso. Anche i ragazzini di diciotto anni qui hanno il Mercedes. Io non so nemmeno come cazzo si chiamano ma loro mi conoscono. I più vecchi tuttavia non sono meglio, si ricordano pure i peli del culo che avevi quindici anni fa. Io non mi ricordo nemmeno di loro. Ti mettono un nomignolo, si divertono.

L’irpino vero in estate valorizza il territorio e si piglia a mazzate con qualcuno perché fa caldo.  Per invidia e per esaurimento nervoso minacciano di querela per i motivi più insignificanti. Anch’io avrei il desiderio di veder morte almeno una decina di persone. Ad esempio il vecchio professore che legge poesie moderate e neodemocristiane, il nulla e il vuoto più assoluto e l’arroganza piccolo borghese provinciale (quello che Pasolini avrebbe chiamato “il vero fascismo”). Quel vecchio professore che ora forse si accorge che gli ex allievi sempre emarginati e disprezzati sono letti molto di più di lui. I valorizzatori del territorio, che sono quasi tutti dei pezzi di merda. Gli irascibili, a cui darei una pena da girone dantesco.

Per motivi ignoti capitano in paese anche dei visitatori, girano a vuoto e poi mi chiedono cosa andare a visitare. “I bar”. Cos’altro vogliono visitare? C’è una totale assenza di servizi al di fuori del bar, sportello (a)sociale maschile, le donne rimangono tra le quattro mura, gli anziani e i ciellini vanno in chiesa la mattina e non escono mai di sera. Insieme a loro ci sono anche i murati vivi, le coppiette, le coppiette con passeggino con la felpina sulle spalle, il gelatino e ancora ragazzini idioti. Se mi guardo intorno vedo che sono tutti sposati o accoppiati: mentre tutti si mettono assieme, si fidanzano, si sposano, io mi lascio. E sto in compagnia di altri solitari allo stesso modo, qualcuno anche con problemi molto seri in testa, che gli si vedono chiaramente scolpiti sulla faccia.

Prepotenti avanzano i passeggini tra la folla di agosto e dicono: – Noi siamo i passeggini, abbiamo la precedenza sul mondo-. Gli emigranti di ritorno per le ferie si lamentano perché qui non funziona niente, perché non c’è niente da vedere e perché siamo lontani da tutto ciò che potrebbe intrattenere la loro grassa famigliola; alla fine, scoraggiati, si rendono conto di aver sbagliato a costruire quella casa-mausoleo in campagna con nani e ninfee di gesso in giardino per passare pochi giorni in questo posto senza nome.

Ogni volta a distanza di un anno si ripete la stessa storia. Dal letto passo a un bar deserto fuori dal paese e senza pretese. Tutti quelli del centro storico vogliono la cassa piena e i clienti sobri, pensano per qualche motivo di essere diversi. Chiudo gli occhi e bevo. Non sono né tra quelli che segue la massa né tra quelli che segue la nicchia. Sto in una folla e cerco il vuoto. Forse per nostalgia. Una volta che viene meno il vuoto quotidiano inizi a stare male. Giro solo e alla ricerca di qualcosa nel deserto, vedo una scintilla poi mi delude, ne vedo un’altra poi sparisce.

Al settimo campari gin finiscono i soldi e sono costretto a riconoscere che sto bene solo quando sono ubriaco. E che se i nostri nonni se ne sono andati con una valigia di cartone io devo andarmene con un trolley cinese. E con i miei stracci.

Senza accorgermene sono già le cinque del mattino. Un’altra notte finisce bestemmiando come preludio a un altro giorno che inizia vomitando.

Quando finirà l’estate avvertirò come sempre un senso di liberazione, forse sarà così anche con la morte.

Si ritorna così da capo alla brandina, al comodino e alla battaglia tra me e tutti quanti loro e non so più se aspettare la fine dell’estate o l’estate della fine.